Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Ci si adegua al tono generale” (Denis Diderot)

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“Il fatto è che volenti o nolenti ci si adegua al tono generale; che prendendo parte a una riunione, capita di solito persino di atteggiare i tratti del proprio viso in armonia con quelli delle facce che si scorgono nel varcare la soglia di una casa; che, essendo di cattivo umore, si simuli un’allegra disposizione di spirito e, per contro, un’aria grave quando ci si sentirebbe in vena di piacevolezze; non ci si vuole, insomma, sentire estranei nei confronti di alcuno; e così il letterato fa politica, il politico metafisica, il metafisico diventa moralista, il moralista discute di finanza, il finanziere di belle lettere o di geometria e ciascuno, piuttosto che tacere o limitarsi ad ascoltare, va sproloquiando su tutto ciò di cui non sa nulla tra la noia generale sopportata per sciocca vanità o per buona educazione.”
(Denis Diderot, “Questo non è un racconto”, Ed. Est)

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“… gli uni sensibili e sciocchi, e gli altri freddi e intraprendenti.”(Denis Diderot)

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Denis Diderot, “Paradosso sull’attore”, ed. Editori Riuniti.

“Maschere” (l’ennesimo articolo sconclusionato e mascherato)

“Tutto ciò che è profondo ama la maschera; le cose più profonde hanno per l’immagine e l’allegoria perfino dell’odio…un tale uomo riservato, che istintivamente si serve delle parole per tacere e per celarle ed è inesauribile nello sfuggire alla comunicazione, vuole ed esige che al suo posto erri nei cuori e nelle menti dei suoi amici una maschera; e anche ammesso che egli non voglia tutto questo, un bel giorno gli si spalancheranno gli occhi sul fatto che a onta di ciò v’è laggiù una sua maschera – e che è bene che le cose stiano a questo modo. ogni spirito profondo ha bisogno di una maschera; e più ancora, intorno  a ogni spirito profondo cresce continuamente una maschera, grazie alla costantemente falsa, cioè superficiale interpretazione di ogni parola, di ogni passo, di ogni segno di vita che egli dà”.

(F. Nietzsche, “Al di là del bene e del male”, Lo spirito libero, af. 40, ed. Adelphi)

Indosso la maschera da blogger e inizio a scrivere quest’articolo, stimolato da un paragone che una mia conoscenza “virtuale” mi ha suggerito, e che nobiliterà questo scritto privo di ambizioni. Il tema mi affascina da sempre, ma non è semplice scriverne, perché è stato già affrontato da grandi pensatori e quindi non c’è molto da aggiungere. Si tratta della maschera sociale che indossiamo quotidianamente nelle più diverse situazioni e delle collegate nozioni di persona e personaggio. La maschera, Continua a leggere…

“Paradosso sull’attore” (Denis Diderot)

 

Quando ero piccolo e ingenuo, ma non abbastanza da non sapere di trovarmi di fronte a un film, mi capitava di chiedermi, osservando una scena romantica, se quei due attori che si baciavano sullo schermo avessero una relazione anche al di fuori della finzione cinematografica. Se non era così, mi domandavo, come facevano a baciarsi appassionatamente? E se avevano un fidanzato o una fidanzata che li osservava, questi non potevano aversene a male? Crescendo ho capito che sarebbe il caso, talvolta, di chiedersi anche quanti baci siano frutto di finzione, ma questo è un altro discorso.

“Il paradosso sull’attore” è un’opera con la quale Diderot si domandò quali fossero le caratteristiche più adeguate per poter essere un grande attore. Il paradosso, come da dizionario, è “un’affermazione, proposizione, tesi, opinione che, per il suo contenuto o per la forma in cui è espressa, appare contraria all’opinione comune o alla verosimiglianza e riesce perciò sorprendente o incredibile”, e questo ci aiuta nel tentativo di comprendere questo testo controverso, oggetto di tante confutazioni e dibattiti negli anni successivi alla sua pubblicazione. Nell’’introduzione all’edizione che ho tra le mani, c’è una lunga e articolata disamina a riguardo, con aneddoti, spiegazioni della genesi e riferimenti biografici all’autore.

Diderot, avvalendosi della forma dialogica a lui cara, espone la sua tesi, con particolare riguardo al tema della ‘sensibilità’. Su questo punto e sull’interpretazione della parola ‘sensibilità’ (e qui non apriamo parentesi di sorta, per carità) si scatenerà tutto il dibattuto successivo. L’autore sostiene, infatti, che non è la grande sensibilità di un attore a facilitare il nostro processo di compenetrazione con quanto è rappresentato, come saremmo portati a credere osservando, ad esempio, una magistrale scena di pianto, bensì, al contrario, la mancanza di sensibilità dell’attore, il quale, proprio per essere riuscito, attraverso la razionalità, la lucidità e l’allenamento costante delle emozioni, a possedersi e dominarsi nelle diverse situazioni rappresentate, è capace di trasmetterci quanto il poeta o l’autore del testo aveva in mente. Diderot non nega il ruolo della sensibilità dell’attore, ma ritiene che essa debba essere padroneggiata dal mestiere, e di conseguenza, estremizzando, il parere dell’uomo del paraosso, è che “l’estrema sensibilità che fa gli attori mediocri, è la sensibilità mediocre che fa l’infinita schiera dei cattivi attori, ed è l’assoluta mancanza di sensibilità che prepara gli attori sublimi”.

È evidente che qui si tratta, appunto, di un paradosso, una forzatura che non poteva piacere, e non piace, a chi faceva o fa l’attore. Diderot argomenta questa frase lapidaria con esempio, talvolta forzati ma spesso divertenti, volti a dimostrare come sarebbe impossibile per ciascuno di noi spettatori, salire su un palco e dimenticare ciò che fino a un secondo prima ha squassato il nostro cuore o il nostro cervello. Solo la perfetta padronanza di sé, il dominio delle emozioni, l’esperienza del grande attore gli rende possibile indossare le vesti di Amleto e renderci così partecipi di un’emozione che altrimenti si rivelerebbe un fallimento artistico.

Diderot non dà un’accezione negativa alla figura dell’attore, tutt’altro. Lo ritiene superiore persino al poeta che ha scritto l’opera, proprio per la capacità di andare oltre se stesso, di imitare la natura e le emozioni altrui senza lasciarsi dominare dalle proprie. Per spiegare la sua tesi, peraltro mai presentata come assoluta, sempre contrastata dall’altro protagonista del dialogo, non esista a ricorrere anche ad esempio della vita quotidiana, quale può essere il caso di chi, troppo innamorato, dunque troppo ‘sensibile’ a ciò che deve dire, è impossibilitato a estrinsecare alla persona amata le sue sensazioni, a differenza del disinteressato che può fingere senza rimorso alcuno.

Il discorso è talmente ampio che non credo abbia soluzioni definitive. Va detto, ovviamente, che Diderot scriveva dell’attore di teatro, alla sua epoca il cinema non esisteva. Sulla materia si potrebbe allargare il discorso senza cavarne granché (“e poi eccoli impegnati in una discussione che finisce allo stesso modo in cui finirà la nostra; io resterò della mia opinione e voi della vostra”), magari tirando in ballo il concetto di maschera “nietzschiano”, Pirandello, “Eyes wide shut” di Kubrick e le sue conseguenze nefaste sulla coppia Cruise – Kidman, o un film come “Vogliamo vivere” di Ernst Lubitsch, capolavoro che vi consiglio, incentrato anche sul tema “realtà e palcoscenico”.

Mi fermo qui, ribadendo l’attualità di un testo come “Paradosso sull’attore” e anche il fatto che si tratta di una lettura divertente, il che non guasta mai.

Al bambino, ormai cresciuto, resta ancora il dubbio su quei baci tra gli attori e su quelli dei “presunti non attori che tutti siamo”, ma su questo è bene calare il sipario, lasciando la parola al filosofo francese.

“Il fatto è che essere sensibili è una cosa, e sentire è un’altra. L’una è questione di anima, l’altra di intelligenza. Possiamo sentire con forza, e non riuscire a esprimerlo; possiamo esprimerci bene quando siamo soli o in società, davanti al caminetto, quando leggiamo o recitiamo per pochi ascoltatori, senza con questo far nulla che vada bene a teatro; perché a teatro, con ciò che chiamiamo sensibilità, anima, passione, si potranno far bene una o due tirate, ma si mancherà tutto il resto; abbracciate tutta la complessità di un grande personaggio, dosarvi le luci e le ombre, la dolcezza e la debolezza, riuscire altrettanto bene nei punti pacati e in quelli agitati, essere variati nei dettagli, armoniosi e coerenti nell’insieme, e crearsi un sistema sostenuto di declamazione che arrivi fino al punto di salvare le stramberie del poeta: tutto questo richiede una mente lucida, una profondità critica, un gusto squisito, uno studio faticoso, una lunga esperienza…”

(Denis Diderot, “Paradosso sull’attore”, Editori Riuniti)

La Letteratura va in “Panchina”

Le panchine ritratte nella foto appartengono alla villetta comunale del mio paese (Itri). Ho scelto questa immagine come foto – copertina di questo blog perché a quel luogo sono particolarmente affezionato, nel male ma soprattutto nel bene. Dopo tutto, è la mia “piccola Pietroburgo”.

La “panchina” può essere il luogo dove si attende che qualcosa accada o che qualcuno passi, magari a salvarci, a tirarci fuori da una situazione, oppure il contrario, a chiedere il nostro intervento. Si può stare seduti su una panchina perché qualcuno ha deciso che non siamo ancora pronti per partecipare al “gioco” o che c’è qualcuno che sa giocare meglio di noi. Si può essere relegati da scelte altrui a stare fermi, a osservare, e questo stato di fatto può durare anche anni, perché il panchinaro, che inizialmente capisce di dover apprendere le regole del “gioco”, non si lamenta, osserva e apprende, per farsi trovare pronto al momento del bisogno. Ma se questo momento non arriva mai, può accadere, Continua a leggere…

Il problema dell’Identificazione lettore – personaggio. Da Anna K. a Zeno Cosini, alcuni utili consigli per salvarvi.

Un male atavico affligge molti lettori, cioè la nefasta tendenza a identificarsi con un personaggio romanzesco, con tutte le conseguenze del caso. È il momento di fornire a voi amabili visitatori del blog uno strumento che potrà aiutarvi a uscire dal “tunnel dell’Identificazione”. Chi di voi abbia provato un’esperienza del genere (sia pure nella più o meno lontana gioventù), potrà trovare dei sintetici consigli che lo aiuteranno a estirpare i residui del personaggio con cui si era immedesimato. Chi ancora non ha letto i romanzi che hanno come protagonisti i soggetti sotto elencati potrà, invece, costituire attorno a sé una barriera per preservarsi dal processo d’identificazione e della sua inevitabili patologie. A chi, invece, ritiene che sia da stolti identificarsi con un personaggio, dico che ha ragione, ma che non è bello da parte sua ricordarmelo.

Ho pensato di suddividere i personaggi in ordine alfabetico, facilitando così la vostra eventuale ricerca. Accanto a ciascuno ho messo un suggerimento lapidario. Non è farina del mio sacco, tutto ciò mi è stato recapitato nottetempo da un messaggero oscuro ma benevolo. P.s.: la lista è da completare. Il messaggero mi visiterà ancora, ne sono certo.

A)

  • AMLETO (“Amleto”, William Shakespeare). Per dirimere i vostri dubbi, affidatevi all’oroscopo, anche se non ci credete.
  • ANNA KARENINA (“Anna Karenina”, Lev Tolstoj). Occhio ai treni.
  • ALESA KARAMAZOV (“I fratelli Karamazov”, Fëdor Dostoevskij). L’abito monacale non vi dona.
  • ANTONIO ROQUENTIN (“La nausea”, Jean Paul Sartre). Sorridete al fotografo. Lo so che non vi va, ma ogni tanto “fate buon viso a cattivo gioco”; e sorridete anche a questa frase fatta. Ma lo dico per voi, eh.

B)

  • BERNARD RIEUX (“La peste”, Albert Camus). Il lavoro non vi mancherà. Rimboccatevi il camice.
  • BARTLEBY (“Bartleby lo scrivano”, Hermann Melville). Attenti a dire sempre “preferirei di no”, il posto fisso è passato di moda, orde di precari aspettano di prendere il vostro posto.
  • BEHEMOTH (“Il Maestro e Margherita”, Michail Bulgakov). Siate felini ma con giudizio. Non funziona come nei libri. Camminare a quattro zampe con atteggiamento sornione potrebbe anche portarvi direttamente al primo centro d’igiene mentale.

C)

  • CYRANO (“Cyrano de Bergerac”). Il romanticismo è stato bello, scrivere le lettere d’amore anche, ma non è il tempo di essere più pratici? No, la butto là, poi pensateci voi.
  • CANDIDO (“Candido”, Voltaire). I precettori non hanno sempre ragione.

D)

  • DORIAN GRAY (“Il ritratto di Dorian Gray”, Oscar Wilde). La bellezza (?) vi ucciderà. Siate pronti all’appuntamento.
  • DMITRI K. (“I fratelli Karamazov”, Fëdor Dostoevskij). Non è saggio andare nei pub per ubriacarvi e raccontare i fatti vostri.
  • DON CHISCHIOTTE (“Don Chisciotte”, Miguel de Cervantes Saavedra). I mulini non sono quello che sembrano.

E)

  • EUGENE DE RASTIGNAC (“Papà Goriot”). Prima di affacciarvi da una collina e gridare, in tono di sfida “Parigi, ora a noi due”, accertatevi di essere davvero a Parigi e non ancorati in una provincia qualsiasi. Continua a leggere…

Qual è il posto più strano in cui l’avete letto? (Il Kamasutra del lettore)

Questo articolo prende spunto da quello intitolato “I miei 35 motivi per amare la Letteratura”.

Ho pensato ad alcune situazioni della mia esistenza, accomunate tutte dal fatto che avevo un libro tra le mani e che lo stavo leggendo. Non dico che fossero situazioni “strane”, perché i concetti di “stranezza” e di “normalità” sono abbastanza discutibili, tuttavia si trattava certamente di situazioni per me insolite.

Via con l’elenco, stilato facendo ricorso alla mia labile e istintiva memoria. A ciascuna situazione ho cercato di abbinare un libro, che non è quello che stavo leggendo in quel momento (mi preoccuperei se ricordassi anche questo). Non escludo di aggiornare in seguito la lista. E voi, dove l’avete letto? In che posizione del vostro “Kamasutra” da lettore vi siete esibiti?

Quando lavoravo a Trastevere, prendevo ogni mattina il bus “H”, da Termini. Il quarto d’ora che passavo lassù lo spendevo ascoltando musica o leggendo un libro, oltre che per guardare Via Nazionale e le altre meraviglie di Roma. Un giorno ero appoggiato a un finestrino e stavo leggendo. C’era la solita calca, ma riuscivo a estraniarmi dal contesto e leggevo. Notai, accanto a me, un signore in abito elegante, giacca e cravatta. Mi attirò perché credevo che mi avesse rivolto la parola. Ben presto mi accorsi che parlava da solo. Più precisamente, recitava la parte di due personaggi, uno pessimista, disfattista, l’altro propositivo. Il “dibattito” dell’uomo con se stesso, che si svolgeva abbastanza ad alta voce, proseguì per tutta Via Nazionale, fino a Piazza Venezia. Poi l’uomo scese, gesticolando. In mano aveva una valigetta. Mi chiesi dove fosse diretto, magari in qualche ufficio, laddove avrebbe indossato una terza personalità. Ripresi a leggere.

L’estate scorsa decisi di rileggermi tutto Kafka, ma proprio tutto, dai romanzi ai racconti di una pagina. Il fatto è che l’estate scorsa è stata anche quella che più mi ha visto sulle spiagge. Leggersi “Il castello” al mare è stata un’esperienza particolare. Non tanto perché avevo a disposizione cinque centimetri quadrati per posizionarmi; nemmeno perché fossi distratto dalle chiacchiere dei vicini d’ombrellone; e neanche, infine, perché fanciulle più o meno scolpite nella roccia e abbronzate come Briatore potessero mettere in difficoltà i miei ormoni. L’ostacolo più grave da superare era di altra natura. Leggere Kafka al mare è possibile, leggere Kafka al mare quando ci sono 40 gradi comincia a essere più arduo. Più o meno alla fine di ogni due pagine, circa un litro di sudore andava disperso nella sabbia. Ben presto mi accorsi che la passione per la letteratura doveva lasciare spazio alla passione per la vita. In altre parole, capii che non potevo rischiare la disidratazione, pur con tutto l’affetto per Franz. Chiusi le pagine e mi gettai tra le braccia di Poseidone. Continua a leggere…

“Non leggete i libri, fateveli raccontare”

Non sapevo che titolo dare a questo articolo. “Consigli di lettura” mi sembrava presuntuoso. Chi sono per consigliare chicchessia? Ho pensato a qualcosa di ironico, ma sono a corto di fantasia. Lasciarlo senza titolo? Mah. Insomma, alla fine ho scelto il titolo di un libro di Luciano Bianciardi (dal sottotitolo eloquente: “Sei lezioni per diventare un intellettuale, dedicate in particolare ai giovani privi di talento”). Non sto qui a spiegare il sarcasmo strepitoso dei testi di Bianciardi.

A farla breve, e già mi sono dilungato in chiacchiere inutili, di seguito elencherò una serie di libri che mi hanno lasciato qualcosa (e non chiedetemi ‘cosa’). Non saranno i “10, o 100 libri che non possono mancare nelle librerie”, prima di tutto perché non so quanti ne metterò, potrebbero essere 12 o 1200, e in secondo luogo perché possono anche mancare, si vive lo stesso senza leggerli. L’elenco non ha pretese di esaustività, sicuramente mi dimenticherò qualche testo che mi ha dato tanto. Di alcuni autori avrei dovuto inserire venti libri o anche di più, ma l’elenco sarebbe diventato interminabile. Per chi si trovasse a passare di qui e avesse ulteriore tempo da perdere, su alcuni di essi può trovare qualche altra impressione nel menù “letteratura” qui sopra, o ancora meglio nella mia libreria virtuale, su Anobi. Oppure può indagare da sé altrove, o fregarsene altamente di tutti questi testi.

Non potevo che iniziare con Bianciardi, ovvio.

  • Non leggete i libri, fateveli raccontare (Luciano Bianciardi)
  • La vita agra (Luciano Bianciardi)
  • Il soccombente (Thomas Bernhard)
  • Perturbazione (Thomas Bernhard)
  • Estinzione (Thomas Bernhard)
  • Delitto e castigo (Fëdor Dostoevskij)
  • L’idiota (Fëdor Dostoevskij)
  • I demoni (Fëdor Dostoevskij)
  • I fratelli Karamazov (Fëdor Dostoevskij)
  • Aurora (Friedrich Nietzsche)
  • La gaia scienza (Friedrich Nietzsche) Continua a leggere…

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