Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per il tag “Dickens”

Le idee di Jo (estratto da Dickens)

“Deve essere strano trovarsi nelle condizioni di Jo. Passare per le strade, ignaro delle forme e all’oscuro di quei simboli misteriosi che abbondano sulle botteghe, agli angoli delle strade, sulle porte e le finestre! Vedere la gente leggere e scrivere, vedere i postini consegnare le lettere e non comprendere quel linguaggio, rimanendo muto e cieco davanti a ogni immagine di quel genere. Deve confondere le idee vedere le persone dabbene andare in chiesa alla domenica con il loro libro di preghiera e chiedersi (perché forse Jo qualche volta lo pensa) che cosa significhi e se significa qualcosa per qualcuno, perché per me non significa nulla? Essere spinto, urtato e fatto circolare; sentire che in realtà è vero che non ho nulla da fare qui, là o altrove; eppure essere perplesso pensando che comunque sono qui anch’io e che tutti mi hanno trascurato finché sono diventato quello che sono! Deve essere una strana condizione non soltanto sentirsi dire che quasi non sono un essere umano (come quando mi sono offerto come testimone), ma esserne consapevole per tutta la vita! Vedere cavalli, cani e altri animali passarmi accanto e sapere che per ignoranza sono come loro, e non come gli esseri superiori della mia stessa razza, di cui offendo la finezza! Devono essere strane le idee di Jo sul giudizio penale, i giudici, i vescovi, il governo o quell’inestimabile gioiello che sarebbe per lui (se la conoscesse!) la Costituzione! Tutta la sua vita materiale e spirituale è meravigliosamente strana; e la sua morte sarà ancora più strana.”

(Charles Dickens, “Casa Desolata”, ed. Einaudi)

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Leggere con la schiena (Nabokov su Dickens)

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“Ciò che dobbiamo fare, leggendo Casa Desolata (Bleak House), è rilassarci e lasciare che sia la spina dorsale a prendere il sopravvento. Benché si legga con la mente, la sede del piacere artistico è tra le scapole. Quel piccolo brivido che sentiamo lì dietro è certamente la più alta forma di emozione che l’umanità abbia raggiunto sviluppando la pura arte e la pura scienza. Veneriamo dunque la spina dorsale e i suoi fremiti. Siamo fieri di essere dei vertebrati, perché siamo dei vertebrati muniti nella testa di una fiamma divina. Il cervello è solo una continuazione della spinta dorsale; lo stoppino corre in realtà per tutta la lunghezza della candela. Se non siamo capaci di godere di questo brivido, se non sappiamo godere della letteratura, rinunciamo a tutto questo e concentriamoci sui fumetti, sulla Tv, sui libri-della-settimana. Ma io penso che Dickens si rivelerà più forte.

Nel parlare di Casa desolata ci accorgeremo presto che l’intreccio romantico del romanzo è illusorio e non ha una grande importanza artistica. Nel libro c’è di meglio che il triste caso di Lady Dedlock. Ci occorrerà qualche informazione sulla procedura giudiziaria inglese, ma il resto sarà tutto un gioco.

Di primo acchito può sembrare che Casa desolata sia una satira. Vediamo. Una satira, se ha scarso valore artistico, non raggiunge il suo scopo, per quanto commendevole questo possa essere. D’altro canto, se è permeata di genio artistico, il suo scopo non ha molta importanza e scompare con i propri tempi, mentre rimane per sempre la scintillante satira come opera d’arte. E allora perché parlare di satira?

Lo studio dell’impatto sociologico o politico della letteratura dev’essere stato escogitato soprattutto per quelli che, per temperamento o educazione, sono immuni dalla vibrazione estetica della vera letteratura, per quelli che non sentono il brivido rivelatore tra le scapole. (Ripeto per l’ennesima volta che è inutile leggere un libro se non lo leggete con la schiena).”

(Vladimir Nabokov, introduzione a “Casa desolata” di Charles Dickens, ed. Einaudi; originariamente in “Lezioni di letteratura” di Nabokov, ed. Garzanti)

P.s.: nella foto, il mio improbabile tentativo di seguire il suggerimento di Vladimir Nabokov alla lettera, Forse troppo alla lettera.

“Martin Chuzzlewit” (Charles Dickens)

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“Per un gentiluomo dal cuore tenero come Mr. Pecksniff era quello uno spettacolo assai doloroso. Egli non poteva non prevedere la possibilità che il suo rispettato parente cadesse vittima di persone interessate e intriganti, e che le ricchezze di lui finissero in mani indegne. Ciò lo faceva soffrire a tal punto che decisi di assicurare l’eredità a se stesso, di tenere a distanza gli aspiranti cattivi eredi, e di murare, per così dire, a suo solo uso e consumo l’anziano gentiluomo. A poco a poco, pertanto, incominciò a sondare la possibilità che Mr. Chuzzlewit fosse incline a divenire un promettente strumento nelle sue mani, e, constatato ch’era così, e che, anzi, egli si lasciava plasmare assai facilmente dalle sue duttili dita, non pensò – anima buona! – ad altro scopo nella vita che a quello di affermare su di lui il proprio ascendente; e siccome ogni piccolo esperimento al quale si azzardava otteneva un successo superiore alle sue speranze, incominciò a credere che i contanti del vecchio Martin stessero già tintinnando nelle sue spirituali tasche.”

(Charles Dickens, “Martin Chuzzlewit”, ed. Adelphi)

Pubblicato in dispense tra il 1843 e il 1844, “Martin Chuzzlewit” riflette anche l’amara esperienza negli Stati Uniti che l’autore aveva fatto tra il gennaio e il maggio del 1842; non a caso, il giovane Martin, assieme a un suo amico, sono “spediti” da Dickens proprio negli Stati Uniti e offrono a Dickens l’opportunità di utilizzare la propria satira contro una nazione che lo aveva profondamente deluso, non tanto per l’accoglienza ricevuta, quanto piuttosto per non aver confermato, nei fatti, le aspettative circa ideali umanitari e sociali. Peraltro, gli strali di Dickens contro gli Usa saranno poi rivisti venticinque anni dopo, tanto che l’autore pretese fosse aggiunta, all’opera, una breve appendice.

“Martin Chuzzlewit” è innanzitutto un romanzo che si “fa leggere” tutto d’un fiato, Continua a leggere…

“Grandi speranze” (Charles Dickens)

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“- Allora, Herbert, – rispondevo – parliamo con serietà dei nostri affari.

Ricavavamo sempre una profonda soddisfazione dal darci appuntamento a questo scopo. Io pensavo sempre che era quello ciò che significava occuparsi d’affari, che era quello il modo di affrontare la cosa, che era quello il modo di afferrare il nemico per la gola. E so che anche per Herbert era così.

Ordinavamo qualcosa di molto speciale per pranzo, con una bottiglia di qualcosa egualmente fuori dal comune, in modo da fortificarci l’animo per l’occasione, e da essere perfettamente all’altezza della situazione. Finito il pranzo, tiravamo fuori un mazzo di penne, una notevole scorta di inchiostro, e una gran quantità di carta da scrivere e carta assorbente. Perché c’è qualcosa di molto confortante nell’essere ben forniti di cancelleria. Continua a leggere…

“Io, Carlo Dickens e il Regionale senza conducente”

(In attesa di scrivere su “Grandi speranze” di Dickens, che mi sta piacendo molto, riempio il vuoto del blog narrandovi una vicenda ferroviaria che ci ha visti involontari e piuttosto passivi protagonisti)

A Priverno, il “Regionale Roma – Minturno” si ferma, per consentire l’effettuazione di un apprezzabile esperimento di Trenitalia: “Il Regionale senza conducente”. Il conducente scende, perché ha finito il suo turno di lavoro. Il treno sta lì, in attesa che arrivi il Cambio alla guida. Il Cambio, però, non arriva, perché in altre misteriose faccende impelagato. L’impaziente e ingrato pubblico di passeggeri sembra non gradire la staticità algida del Regionale, che non si schioda dai binari. Qualcuno dice che è fermo perché deve passare il fratello bello, Mr. Intercity, altri ipotizzano che debbano passare i Re Magi, già in cammino verso la capanna. Nulla di tutto ciò. In realtà è in corso l’esperimento segreto. L’idea è di far percorrere il restante tratto senza nessuno in cabina di comando. Continua a leggere…

“Il nostro comune amico” (Charles Dickens)

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“Mr Podsnap era ricco e aveva un’alta opinione di sé. Egli aveva cominciato con una bella eredità, si era fatto una straordinaria fortuna con le Assicurazioni Marittime, ed era proprio soddisfatto. Perché non tutti fossero soddisfatti, non era mai riuscito a capirlo; quindi era ben consapevole che il fatto di essere soddisfatto di tutte le cose, ma in primo luogo di sé stesso, costituiva un brillante esempio sociale.

Data una così elevata opinione dei propri meriti e della propria importanza, Podsnap aveva stabilito che tutto quello che egli decideva di ignorare cessava ipso facto di esistere. Questo modo di liberarsi delle cose sgradevoli, portava a conclusioni dignitose, oltre che assai comode, e aveva molto contribuito a innalzare Mr Podsnap fino a quella elevata considerazione di Mr Podsnap. “Io questa cosa non la voglio sapere; non la voglio discutere, non l’ammetto!”. Egli aveva persino preso l’abitudine di fare un gesto speciale con il braccio destro, ogni volta che, buttandosele dietro alle spalle (e quindi annullandole) pronunciava, tutto rosso in volto, quelle parole per liberare il mondo dai suoi più ardui problemi. Perché rappresentavano un’offesa”.

(Charles Dickens, “Il nostro comune amico”, ed. Einaudi)

Nello scrivere le mie impressioni su “Il nostro comune amico” di Dickens, ritengo onesto, per rispetto dei miei “amabili lettori” (cit.), adottare una sorta di filtro iniziale, che potrà far abbandonare la lettura dell’articolo agli stessi prima di quanto già non farebbero. Lettore, se non ami i romanzi immensi per mole, questo non fa per te. L’edizione Einaudi Continua a leggere…

“Tempi difficili” (Charles Dickens)

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“Ora, quello che voglio sono Fatti. Insegnati a questi ragazze e queste ragazze Fatti e niente altro. Solo di Fatti abbiamo bisogno nella vita. Non piantate altro e sradicate tutto il resto. Solo coi Fatti si può plasmare la mente degli animali che ragionano: il resto non servirà mai loro assolutamente nulla. Questo è il principio su cui ho allevato i miei figli, e questo è il principio su cui ho allevato questi fanciulli. Tenetevi ai Fatti, signore!

La scena si svolgeva in un’aula scolastica semplice, nuda, monotona, sepolcrale, e l’indice quadrato dell’oratore dava enfasi alle osservazioni sottolineando ogni frase con una riga sulla manica del maestro. E l’enfasi veniva maggiormente rafforzata dal muro quadrato della fronte dell’oratore, la quale aveva le sopracciglia per base, mentre gli occhi trovavano una comoda sistemazione in due scure ed ombrose caverne che si aprivano nel muro stesso. E l’enfasi veniva maggiormente rafforzata dalla bocca dell’oratore, larga, sottile e dura. E l’enfasi veniva maggiormente rafforzata dalla voce dell’oratore, inflessibile, secca e dittatoriale. E l’enfasi veniva maggiormente rafforzata dai capelli dell’oratore, che si drizzavano a un’estremità della sua testa pelata, simile a una foresta di pini destinata a proteggere la lucida superficie del cranio tutto coperto di bernoccoli come la crosta di una torta di prugne, quasi che quella testa faticasse a trovare posto per tutti i solidi fatti che doveva immagazzinare all’interno. Il contegno sostenuto dell’oratore, l’abito quadrato, le gambe quadrate, le spalle quadrate, persino la cravatta, assestata per serrarlo alla gola con una stretta affatto comoda, da quel semplice fatto che era, tutto serviva a rafforzare maggiormente l’enfasi. Continua a leggere…

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