Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Un povero bianco” (Sherwood Anderson)

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“Quando entrò nella grande stazione buia, Hugh vide migliaia di persone precipitarsi come insetti molestati. Innumerevoli migliaia di persone stavano abbandonando la città alla fine della loro giornata di lavoro e treni aspettavano per portarli nelle cittadine sulle praterie. Essi giungevano a branchi, precipitandosi come bestie impazzite sopra a un ponte e di lì entravano nella stazione. Le folle dirette in città che eran scese dai treni provenienti dall’Est e dall’Ovest salivano su per una scalinata che dava sulla via, e quelli che erano in partenza cercavano di scendere contemporaneamente per la stessa scalinata. Il risultato era una massa umana che si urtava e girava vorticosamente. Tutti spingevano e ingombravano il cammino. C’erano uomini che bestemmiavano, donne che s’infuriavano, bambini che piangevano. Vicino alla porta che si apriva sulla strada una lunga fila di vetturini urlava e schiamazzava.”

(Sherwood Anderson, “Un povero bianco”, ed. Einaudi)

Ero giunto a Sherwood Anderson grazie a Cesare Pavese, che ne aveva scritto introducendolo al pubblico italiano, e avevo così potuto apprezzare l’abilità di Anderson nello scrivere racconti, in particolare con “Racconti dell’Ohio” (o “Winesburg, Ohio”). Con “Un povero bianco”, romanzo, ho avuto conferma dell’abilità narrativa dell’autore, capace di avvincere con uno stile nitido, secco, efficace.

“Un povero bianco” è ambientato negli Usa di fine Ottocento e verte principalmente sul difficile trapasso da un’epoca rurale a una industriale. Il protagonista, Hugh, indolente, solitario e autodidatta, nato “in un piccolo buco” del Missouri, cresciuto in mezzo agli stenti e con accanto un padre ubriacone, riesce infine ad evadere dalla sua condizione per diventare inventore di macchinari agricoli. Trasferitosi in Ohio, trova l’appoggio di alcuni personaggi che si riveleranno esseri affaristi piuttosto privi di scrupoli e pronti a sfruttare la sua invenzione per mettere su industrie e anche per frodare gli investitori e i lavoratori.

Sebbene il romanzo ruoti attorno a Hugh e alla sua altalenante esistenza tra sogni infranti, romantiche ingenuità e velleità smorzate, è da rilevare l’abilità di Anderson nel mostrarci la mediocrità compiaciuta di sé di altri personaggi collaterali, nonché le tensioni individuali e sociali di un’epoca di transizione. Molto efficaci, inoltre, alcuni passaggi nei quali l’autore sottolinea l’influenza del denaro e la creazione di falsi miti a cui l’uso distorto dello stesso può condurre.

“Sembrava che una vasta energia si sprigionasse dalle viscere della terra e contagiasse la gente. Migliaia degli uomini più energici degli Stati centrali si logorarono nel tentativo di costituire compagnie, e quando le compagnie fallivano ne formavano immediatamente delle altre. Nelle città che stavo sviluppandosi rapidamente, uomini impegnati nell’organizzazione di compagnie che rappresentavano capitali di milioni, vivevano in case messe su affrettatamente da carpentieri che prima dell’epoca del grande risveglio erano addetti alla costruzione di stalle. Fu un’epoca di architettura orribile, un’epoca in cui il pensiero e la cultura si arrestarono. Senza musica, senza poesia, senza bellezza nella loro vita o nei loro impulsi, un intero popolo, pieno della nativa energia e della forza di una vita vissuta in una nuova terra, si precipitava confusamente in una nuova età.”

Pecore presidenziali

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“Come tutti gli altri giovani americani della sua generazione era stato messo fuori strada dalla propaganda, che imperversava allora e che continua ancor oggi, e che intende creare l’illusione che ci sia qualcosa di grande nel possesso del denaro. Egli non sapeva allora, e nemmeno in seguito, nonostante il suo successo e il suo uso della macchine con le quali viene creata l’illusione, non scoperse mai, che in un mondo industriale le reputazioni di grandezza si costruiscono come un industriale di Detroit costruirebbe le automobili. Non sapeva che si adoperano uomini per innalzare il nome di un uomo politico in modo che possa venir chiamato un uomo di Stato, come per divulgare una nuova marca di cibo per la colazione in modo che si possa vendere; che la maggior parte dei grandi uomini moderni sono mere illusioni balzare fuori da un anelito di grandezza di tutta la nazione. Un giorno un saggio, uno che non abbia letto troppi libri, ma che sia andato in mezzo agli uomini, scoprirà e metterà in luce una cosa molto interessante riguardo all’America. La terra è vasta e c’è un bisogno nazionale di vastità negli individui. Vogliono un uomo proporzionato alla grandezza dell’Illinois per l’Illinois, un uomo delle dimensioni dell’Ohio per l’Ohio e un uomo delle dimensioni del Texas per il Texas… Gli uomini che egli aveva già cominciato a considerare grandi e a cercare d’imitare, erano come le strane e gigantesche protuberanze che qualche volta crescono sul fianco di alberi malsani, ma lui non lo sapeva. Lui non sapeva che attraverso tutto il paese, persino in quei primi giorni, si stava costruendo un sistema per creare il mito della grandezza. Alla sede del governo americano a Washington, orde di giovani un poco intelligenti e del tutto malati erano già stati mobilitati a tale scopo. In un’epoca più blanda molti di questi giovani avrebbero potuto diventare degli artisti, ma non erano stati abbastanza forti per opporsi alla forza crescente dei dollari. Erano diventati invece corrispondenti di giornali o segretari di uomini politici. Tutto il giorno e ogni giorno usavano la loro mente e il loro talento di scrittori nel comporre delle lodi ampollose e nel creare dei miti concernenti gli uomini dai quali erano stati stipendiati. Erano come le pecore ammaestrate che vengono adoperate nei grandi mattatoi per condurre le altre pecore nei recinti della morte. Avendo insudiciato la loro mente per denaro, si guadagnavano la vita insudiciando la mente degli altri. Avevano già scoperto che non ci voleva una grande intelligenza per il lavoro che avevano da fare. Ciò che ci voleva era una ripetizione costante. Era necessario dire e ripetere all’infinito che l’uomo dal quale venivano pagati era un grand’uomo. Non c’era bisogno di portar delle prove per appoggiare le asserzioni che facevano; e non c’era bisogno che gli uomini che venivano resi così grandi, allo stesso modo che le marche di biscotti o di cibo da colazione vengono rese facilmente smerciabili, compiessero grandi imprese. Stupide, prolungate, insistenti ripetizioni: ecco tutto ciò che occorreva.”

(Sherwood Anderson, “Un povero bianco”, ed. Einaudi)

“Dalle nove alle nove” (Leo Perutz)

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“Il dottor Rübsam era arrivato per primo. Non aveva dovuto attendere a lungo. Fuori pioveva a dirotto, e prima del solito comparvero anche gli altri per la partita a domino della sera. Nella saletta riservata del caffè Turf, alla quale si accedeva attraverso una porta accuratamente nascosta da una tenda e sorvegliata da un aiutocameriere, sedevano quel giorno undici persone.

Ecco di nuovo l’impiegato postale dai capelli rossi che il giorno prima aveva giurato che non si sarebbe mai più seduto al tavolo con quella banda di imbroglioni. Poi il viaggiatore di commercio che disponeva sempre di denaro, pur non avendo un lavoro da due anni. Il cameriere dell’osteria del Prater che veniva a giocarsi, nella serata libera, tutte le mance ricevute durante la settimana. La signora Suschitzky, un tempo sensale di matrimoni, nota ovunque nella zona tra il ponte dell’Augarten e il rondò del Prater, che ora si dedicava alla locazione di tranquilli pied-à-terre, senza peraltro avere nulla in contrario ad agevolare fuggevoli incontri. L’agente immobiliare, che veniva chiamato <<Altezza serenissima>> – senza ragione evidente per la verità, poiché pagava i debiti di gioco con un contegno non certo da principe. Il maresciallo contabile, che imprecava volgarmente in ceco, quando vinceva qualcun altro. Il <<signor redattore>> che, alla domanda per quale giornale lavorasse, rispondeva sempre con gesto sprezzante: <<Per tutti>>. L’impiegato della Cassa di Risparmio che arrivava col cane e la fidanzata, al cane faceva portare dall’aiutocameriere delle pelli di salame, alla fidanzata un paio di riviste consunte dall’uso, per poi dimenticarsene completamente di entrambi nel fervore del gioco; e infine Hübel, ozioso studente di medicina che dottore non lo era ancora, e il dottor Rübsam, che già da molto tempo non lo era più.”

(Leo Perutz, “Dalle nove alle nove”, ed. Adelphi)

Stanislaus Demba è uno studente di lettere che si guadagna la vita dando ripetizioni, ma soprattutto è un personaggio strambo che vaga per le strade di Vienna con un mantello addosso e assumendo atteggiamenti che lasciano perplessi i suoi interlocutori, spiazzati dai suoi repentini cambi di umore e da qualche misterioso segreto che l’uomo pare nascondere, che lo porta ad essere sfuggente e spesso irriverente. Lungo la sua giornata Demba incontra gente non meno ridicola di lui, Continua a leggere…

“Martin Chuzzlewit” (Charles Dickens)

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“Per un gentiluomo dal cuore tenero come Mr. Pecksniff era quello uno spettacolo assai doloroso. Egli non poteva non prevedere la possibilità che il suo rispettato parente cadesse vittima di persone interessate e intriganti, e che le ricchezze di lui finissero in mani indegne. Ciò lo faceva soffrire a tal punto che decisi di assicurare l’eredità a se stesso, di tenere a distanza gli aspiranti cattivi eredi, e di murare, per così dire, a suo solo uso e consumo l’anziano gentiluomo. A poco a poco, pertanto, incominciò a sondare la possibilità che Mr. Chuzzlewit fosse incline a divenire un promettente strumento nelle sue mani, e, constatato ch’era così, e che, anzi, egli si lasciava plasmare assai facilmente dalle sue duttili dita, non pensò – anima buona! – ad altro scopo nella vita che a quello di affermare su di lui il proprio ascendente; e siccome ogni piccolo esperimento al quale si azzardava otteneva un successo superiore alle sue speranze, incominciò a credere che i contanti del vecchio Martin stessero già tintinnando nelle sue spirituali tasche.”

(Charles Dickens, “Martin Chuzzlewit”, ed. Adelphi)

Pubblicato in dispense tra il 1843 e il 1844, “Martin Chuzzlewit” riflette anche l’amara esperienza negli Stati Uniti che l’autore aveva fatto tra il gennaio e il maggio del 1842; non a caso, il giovane Martin, assieme a un suo amico, sono “spediti” da Dickens proprio negli Stati Uniti e offrono a Dickens l’opportunità di utilizzare la propria satira contro una nazione che lo aveva profondamente deluso, non tanto per l’accoglienza ricevuta, quanto piuttosto per non aver confermato, nei fatti, le aspettative circa ideali umanitari e sociali. Peraltro, gli strali di Dickens contro gli Usa saranno poi rivisti venticinque anni dopo, tanto che l’autore pretese fosse aggiunta, all’opera, una breve appendice.

“Martin Chuzzlewit” è innanzitutto un romanzo che si “fa leggere” tutto d’un fiato, Continua a leggere…

“I signori Golovlëv” (Michail E. Saltykov-Ščedrin)

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“Nella sua immaginazione balenava una serie infinita di giorni senza aurora, che sarebbero tramontati in un abisso grigio, e, involontariamente, chiudeva gli occhi. Da quel momento in poi sarebbe stato a tu per tu con la maligna vecchia, o forse, non maligna ma solo irrigidita nell’apatia del suo dispotismo. Quella vecchia lo avrebbe divorato non con la sofferenza, ma con l’oblio. Non ci sarebbe stato nessuno con cui scambiare una parola, non un luogo dove fuggire; dappertutto soltanto lei, autoritaria, irrigidita, sprezzante. Il pensiero di questo inevitabile futuro, lo riempì fino a tal punto di angoscia che si fermò vicino a un albero e per qualche momento vi batté contro la testa. Tutta la vita piena di smorfie, di oziosità, di buffonerie gli si illuminava all’improvviso davanti alla mente. Andava adesso a Golovlëvo, sapendo che cosa lo aspettava e nondimeno andava, non poteva non andare. Non c’era per lui altra strada. L’ultimo degli uomini avrebbe potuto sempre far qualcosa per se stesso, sarebbe stato capace di procacciarsi il pane – lui solo non riusciva a niente. Questo pensiero per la prima volta si svegliò in lui. Anche prima gli era accaduto di pensare al futuro e di rappresentarsi prospettive di vario genere, ma erano sempre state prospettive di gratuita abbondanza e non mai prospettive di lavoro. Ed ecco che lo aspettava il compenso di quel fumo nel quale era affondato il suo passato senza lasciar traccia. Compenso amaro che si esprimeva nelle terribili parole: <<Mi divorerà!>>.”

(Michail Evgrafovič Saltykov-Ščedrin, “I signori Golovlëv”, ed. Quodlibet)

Sarebbe una cattiveria, da parte mia, ricordarmi che quando Michail Evgrafovič Saltykov-Ščedrin scriveva “I signori Golovlëv”, ovvero tra il 1875 e il 1880, un altro russo, Fëdor Dostoevskij, aveva già scritto “Memorie dal sottosuolo”, “Delitto e castigo”, “L’idiota”, “I demoni” (etc., etc.) e che, a “compimento” della sua immensa opera, stava scrivendo “I fratelli Karamazov”. Tornando un gradino più giù, eccomi al cospetto di una gradevole sorpresa, eccomi immerso nella saga familiare dei Golovlëv, alle prese con le aridità, Continua a leggere…

“Il nostro comune amico” (Charles Dickens)

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“Mr Podsnap era ricco e aveva un’alta opinione di sé. Egli aveva cominciato con una bella eredità, si era fatto una straordinaria fortuna con le Assicurazioni Marittime, ed era proprio soddisfatto. Perché non tutti fossero soddisfatti, non era mai riuscito a capirlo; quindi era ben consapevole che il fatto di essere soddisfatto di tutte le cose, ma in primo luogo di sé stesso, costituiva un brillante esempio sociale.

Data una così elevata opinione dei propri meriti e della propria importanza, Podsnap aveva stabilito che tutto quello che egli decideva di ignorare cessava ipso facto di esistere. Questo modo di liberarsi delle cose sgradevoli, portava a conclusioni dignitose, oltre che assai comode, e aveva molto contribuito a innalzare Mr Podsnap fino a quella elevata considerazione di Mr Podsnap. “Io questa cosa non la voglio sapere; non la voglio discutere, non l’ammetto!”. Egli aveva persino preso l’abitudine di fare un gesto speciale con il braccio destro, ogni volta che, buttandosele dietro alle spalle (e quindi annullandole) pronunciava, tutto rosso in volto, quelle parole per liberare il mondo dai suoi più ardui problemi. Perché rappresentavano un’offesa”.

(Charles Dickens, “Il nostro comune amico”, ed. Einaudi)

Nello scrivere le mie impressioni su “Il nostro comune amico” di Dickens, ritengo onesto, per rispetto dei miei “amabili lettori” (cit.), adottare una sorta di filtro iniziale, che potrà far abbandonare la lettura dell’articolo agli stessi prima di quanto già non farebbero. Lettore, se non ami i romanzi immensi per mole, questo non fa per te. L’edizione Einaudi Continua a leggere…

“Conoscerete la nostra velocità” (Dave Eggers)

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“L’anno appena passato era stato il più strano della mia vita, il più brutale e bizzarro. Avevo perduto Jack e mi era capitato tra le mani più denaro di quanto avessi mai visto in una volta. Mi capitava sempre più spesso di svenire e inciampare. Sentivo troppo e troppo intensamente. Ogni cosa mi si gettava davanti agli occhi. Passavo ore a galleggiare in questa o quella piscina, o seduto per interi pomeriggi in terrazza a osservare mediocri panorami. Mi sentivo invadere da una gioia subitanea, sin eccessiva, di fronte a una coppia felice. Vedevo o sentivo parlare di gente, di solito gente che conoscevo appena o che magari neppure mi piaceva più di tanto, mi dicevano che si erano messi insieme, si erano trovati dopo tante tribolazioni, e mi sentivo invadere da una sorta di incanto. Ero preso in contropiede dalle cose più familiari.”

(Dave Eggers, “Conoscerete la nostra velocità”, ed. Piccola Biblioteca Oscar Mondadori)

Se qualcuno mi avesse proposto di leggere un romanzo che narra le vicende di due amici che decidono di viaggiare per il mondo con lo scopo di spendere quanto più denaro possibile, credo che mi sarei rifiutato, Continua a leggere…

Il fascino indiscreto di 37 euro.

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Nei giorni scorsi, tra un ringhio e l’altro riportato dai mass-media, ho ascoltato, o forse letto, non ricordo, la notizia concernente un uomo che, ritrovate alcune migliaia di euro, invece di tenersele le ha restituite o comunque segnalato a chi di dovere il ritrovamento (non ricordo nemmeno questo, in pratica non ricordo nulla, ma poco conta ai fini dell’articolo). Non è la prima volta che accade, né sarà l’ultima e, prescindendo da un’analisi circa la veridicità dei fatti e dei particolari, appare evidente a chiunque che la restituzione di una somma ritenuta ingente faccia più scalpore della mancata resa che, peraltro, per sua natura è destinata a rimanere pressoché segreta, al netto di telecamere o telefonini indiscreti. Chi trova un’ingente somma di denaro e se la tiene, difficilmente lo sbandiererà urbi et orbi.

Ascoltando la notizia, ho rispolverato alcune considerazioni che feci, nel chiuso angusto della mia testolina, tempo fa, quando fui protagonista di più miseri ritrovamenti. Innanzitutto, mi sono chiesto quando un ritrovamento/scoperta di denaro e/o oggetti preziosi è appetibile per giornali, tv, radio, web e simili? C’è una soglia che fa ritenere moralmente esemplare il comportamento del restitutore oppure, teoricamente, anche la restituzione di € 37,00 (trentasette, zero zero) può far assurgere al ruolo di mini-eroe di giornata? Non ho citato i trentasette euro a caso, perché si tratta proprio di una somma che avrebbe potuto regalarmi la “gloria”. Ma non precorro i tempi.

Più interessanti mi appaiono altre domande che mi sono posto, che non riguardano l’evidenza pubblica del fatto, ma attengono a più intime scelte. In sostanza, al posto dell’uomo che ha trovato € 26.000 (ventiseimila, comincio a ricordare, sia pure a brandelli), io, guardandomi nelle pupille di fronte a uno specchio, cosa avrei fatto? Ora, appare evidente che una domanda del genere è assurda, non solo perché io non ho trovato € 26.000, ma anche perché, nel valutare le possibili ipotesi, che poi sono sostanzialmente tre (tenersi la somma; restituire al proprietario o segnalare il ritrovamento; fingere di non averla vista), bisognerebbe indagare, per ciascun trovatore, una serie di fattori che possono fare pendere la bilancia decisionale da una parte o dall’altra, per esempio formazione culturale, considerazione del ruolo del denaro nella propria esistenza, stato d’impellente e non procrastinabile necessità vitale.

A questo punto attingo a due esperienze personali. Il primo riguarda un telefonino che trovai per terra, in mezzo a una provinciale e deserta strada. Per l’epoca, si trattava di un apparecchio all’avanguardia, era tra i primi ad avere accesso al web, fotocamera integrata e altri accessori che anche il mio attuale telefono sogna la notte. A farla breve, considerai il disagio che potesse derivare dallo smarrimento e non esitai nel rintracciare il proprietario. Dopo circa mezz’ora, il tempo di giungere da un paese limitrofo, si presentò un uomo, in sella a fiammante motocicletta, con avvinghiato a lui una bionda che sembrava essere appena uscita da un calendario sexy. Il tipo scese dalla moto, si avvicinò, prese il cellulare e mi salutò con un “sei unico”, prima di sgommare via, con tanto di biondona aggrappata al suo petto. Quelle due parole solleticarono abbastanza il mio ego, ma al tempo stesso provai una sgradevole sensazione d’invidia, nel considerare la mia situazione da solitario squattrinato in strada, con la sua apparenza di uomo realizzato. A dirla tutta, del telefono non me ne poteva fregare di meno, una volta vista la bionda. Ma questa è un’altra storia.

Di diverso tenore è la vicenda accadutami qualche anno dopo. Peregrinando su viali provinciali, notai un borsellino abbandonato su una panchina. Aspettai qualche minuto per vedere se il proprietario fosse nei paraggi, poi mi parve evidente che qualcuno l’avesse perso. Vincendo la voce moralistica che, dentro me, mi diceva di non aprire in nome del mito della privacy, aprii e scoprii che dentro non c’erano, ma solo € 37, quelli di cui sopra. Novello Sherlock Holmes, indagai. Chiesi ai miei “colleghi” pensionati, seduti pochi metri più in là, se avessero visto chi c’era seduto sulla panca. Mi fu detto che si trattava di un’anziana con badante. La conoscevano, ma non sapevano né il nome né dove abitasse. Portai il borsellino al comando di Polizia Municipale del mio paese, dopo aver chiesto ai miei anziani “colleghi” di avvisare la signora, non appena l’avessero vista, cosa che accadde di lì a un paio di giorni. Fin qua la storia, molto banale.

Nella mia testa, però, partirono i quesiti che sono stati ridestati dalla notizia dei € 26.000. Qual è, se c’è, il punto in cui il compiacimento che mi deriva dalla restituzione cederebbe alla voracità da denaro facile? Se fossero stati 375, 3.700 o 37.000 euro, come avrei reagito? Quand’è che l’ennesimo capello caduto rende tecnicamente calvi? L’anonimato del possessore quanto conta? Se avessi scoperto che il borsello era, per esempio, di un uomo che copula con la donna dei miei sogni? Con un po’ d’approssimazione, conosco la mia risposta attuale a queste domande. So anche che ho tempo da perdere per simili domande. Quello che non so, è altro: chi è che nella mia testa mi pone le domande precedenti?

P.s.: per smontare un processo di auto-beatificazione al quale non tengo e che sarebbe poco credibile, aggiungo che in altre occasioni (poche, se fossero state tante il mio conto in banca non sarebbe così magro), ritrovando € 20 o € 5, non sono stato a indagare o filosofeggiare troppo. Mi sono tenuto i soldi e me li sono bevuti oppure li ho usati per un buon libro.

I Nirvana non hanno alcuna responsabilità nella stesura di quest’articolo. La scelta dell’immagine è un omaggio (indegno) da parte mia.

“I racconti 1927 – 1951” (Alberto Moravia)

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“La timidezza di Gianmaria, dovuta all’età giovanile e all’esuberanza chimerica dell’immaginazione, era così profonda e, nello stesso tempo, accompagnata da una tanto rabbiosa volontà di disinvoltura e di franchezza, che, spesso, il risultato era una strana sfrontatezza insieme imprudente e inutile. Gli accadeva così, ossessionato com’era dal timore di parere timido, di precipitare azioni che avrebbero richiesto lunghi e cauti approcci; oppure di buttarsi ad occhi chiusi, quasi spaventato dal proprio coraggio, in imprese ridicole o sterili o pericolose dalle quali ogni uomo sicuro di sé avrebbe rifuggito. Ancora, questa ostinata aspirazione a parere diverso da quello che era e a sforzare la propria natura, lo portava ad agire senza necessità, secondo certi suoi calcoli astratti e rigidi coi quali si illudeva di creare motivi e regole di condotta che in realtà gli mancavano affatto. E il tratto più curioso era che, una volta assunte queste parti insincere e puntigliose, come certi attori molto bravi, se ne investiva al punto di crederci; e di provare davvero quei sentimenti che in principio non aveva fatto che fingere”.

(Alberto Moravia, “L’imbroglio”, in “I racconti 1927 – 1925”, ed. Tascabili Bompiani)  

Alberto Moravia esordì nel mondo del romanzo con “Gli indifferenti”, pubblicato nel 1929, quando lo scrittore aveva appena ventidue anni ed era agli albori di una lunga carriera che l’avrebbe poi portato a scrivere, oltre a saggi, articoli giornalistici e reportage, una sfilza di altri romanzi, alcuni meno riusciti, la grande parte di assoluto rilievo, a cominciare da “La noia” (1960), che a mio parere, assieme a quello dell’esordio, costituisce una vetta dell’opera di Moravia. Il volume “I racconti 1927 – 1951” raccoglie, per l’appunto, una serie di racconti che Moravia elaborò in quel lungo periodo che intercorre tra le due opere sopra citate. Senza dimenticare che intanto produsse altri romanzi, si può dire che nei racconti stessi ritroviamo, talvolta solo accennate, altre più sviscerate, le tematiche caratterizzanti quei due libri e più in generale l’intera produzione narrativa dell’autore. Ambientati nell’ambiente della media borghesia romana, classe alla quale Moravia apparteneva ma che castigava nei suoi scritti, i racconti rivelano un mondo di relazioni ipocrite, spesso fondate unicamente sul potere corruttivo del denaro, su un’indifferenza reciproca malcelata e su rapporti amorosi che non riescono a redimere esistenze superficiali, inette, abuliche, dagli slanci di entusiasmo saltuari e improntate a una solitudine dalla quale è difficile sfuggire.

Un quadro così fosco, però, non deve indurre chi legge quest’articolo ad abbandonare i racconti di Moravia al suo destino infausto. Gli stessi, infatti, sebbene trattino gli argomenti predetti, sono tutt’altro che noiosi o angoscianti. A parte qualche eccezione, cioè qualche racconto meno riuscito, la maggiore parte sono pregevoli ritratti di personaggi alle prese con dilemmi, scelte e ambiguità che appartengono all’essere umano, che ne rivelano le grandezze e le brutture, non così disgiunte come una facile divisione tra bene e male potrebbe ipotizzare. Moravia ci guida in un’analisi della gelosia retrospettiva che coglie un’amante, analizza il percorso psicologico di un paziente ospedaliero che si crogiola nella sua malattia per fuggire dalla realtà, antipica “La noia” sviscerando l’atteggiamento ozioso di un ricco perdigiorno, delinea la figura di un avaro che anche nei rapporti sentimentali è incapace di donarsi e preferisce l’immaginazione alla realizzazione concreta delle sue speranze, svela i tortuosi meccanismi che legano due apparenti amici, e soprattutto analizza in modo mirabile i meccanismi della seduzione, un gioco pericoloso e spesso condotto con armi improprie e talvolta letali.

Tra quelli che più mi hanno convinto, segnalo “Inverno di malato”, “L’architetto”, “L’imbroglio” (del quale ho visto anche la trasposizione televisiva, certo non paragonabile al racconto ma fedele), “Ritorno dalla villeggiatura”, “La solitudine” e “L’avventura”.

“Fiorirà l’aspidistra” (George Orwell)

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“Dopo tutto, c’era sempre il fatto del suo “scrivere”. Un giorno, forse, sarebbe riuscito a guadagnarsi la vita bene o male “scrivendo”; e ti saresti sentito affrancato dal puzzo dei quattrini, il giorno che fossi stato uno “scrittore”, nevvero? I tipi di cui si vedeva circondato, soprattutto i più anziani, lo facevano fremere di ribrezzo. Ecco, cosa significava adorare il dio quattrino! Sistemarsi, Far Bene, vendere l’anima per un nulla e per un’aspidistra! Diventare il tipico serpentello con la bombetta – l’ometto di Strube – il cittadino docile che rincasa alle diciotto e quindici, ogni sera, per consumare una cena a base di pasticcio di carne alla campagnola e di pere sciroppate in scatola, ascoltare per una mezz’oretta alla radio il concerto sinfonico della B.B.C. e infine, forse, un po’ di leciti rapporti sessuali, sempre che la moglie “si senta in vena”! Che destino! No, non era così che intendeva vivere. Uno aveva il dovere di tirarsi fuori da tutto ciò, fuori dal puzzo di quattrini. Era una specie di complotto che egli veniva tramando. Era come se egli si fosse votato a questa guerra contro il denaro. Ma era ancora un segreto. I suoi colleghi in ufficio non lo sospettarono mai di opinioni non ortodosse. Non scoprirono mai nemmeno che scrivesse versi: non che ci fosse poi molto da scoprire, dato che in sei anni egli aveva stampato meno di venti poesie su riviste. A guardarlo, aveva esattamente il tipo di ogni altro impiegato della City, soldato dell’esercito che ogni mattina, attaccato agli appositi sostegni, corre sussultando verso est e la sera ripete il viaggio verso ovest, nelle vetture della metropolitana”.

(George Orwell, “Fiorirà l’aspidistra”, Arnoldo Mondadori editore, collana “Medusa” diretta, all’epoca, da Elio Vittorini)

Il protagonista del romanzo è Gordon Comstock, quasi trentenne, velleità da poeta, che ha pubblicato, a proprie spese, la raccolta intitolata “Topi”, centoventitré copie vendute, squattrinato e ormai ammuffito nelle vesti d’impiegato presso una piccola libreria, dopo aver perso in passato, per propria volontà, lavori più remunerativi e che gli offrivano potenziali sviluppi di carriera, ad esempio quale contabile presso un’azienda o aiuto copywriter di un’agenzia pubblicitaria. Comstock ha dichiarato guerra al denaro, Continua a leggere…

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