Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Leggere, scrivere, recensire” (Virginia Woolf)

“Che cosa accade tra la mezzanotte e l’alba? Cos’è quella piccola scossa, l’attimo di stranezza e di disagio, come di occhi mezzi aperti alla luce, dopo il quale il sonno non torna più profondo come prima? È forse l’esperienza – ripetute scosse, ciascuna lì per lì inavvertita – che d’improvviso fa allentare la trama? partire una scheggia? Solo che quest’immagine suggerisce un’idea di collasso e disintegrazione, mentre il processo che intendo io è tutto il contrario. Comunque sia non è un processo distruttivo, bensì creativo.

Qualcosa di sicuro accadde. Il giardino, le farfalle, i suoni del mattino, alberi, mele, voci umane, sono emersi, si sono dichiarati. Come per effetto di una verga di luce l’ordine ha dominato il caos, la forma e il disordine. Forse sarebbe più semplice dire che ci svegliamo, dopo sa il cielo quali processi interni, con un senso di padronanza. Si avvicinano figure note, tutte nettamente profilate nella luce mattutina. Traspaiono attraverso il tremore e il riverberare dei gesti quotidiani scheletro e forma, durata e permanenza. Ora il dolore avrà il potere di produrre questa subitanea interruzione del fluire della vita, e così la gioia. Oppure avverrà senza motivo apparente, in modo impercettibile, un po’ come alle volte un bocciolo avverte nella notte un fremito e la mattina lo troviamo con tutti i petali distesi. A ogni modo i viaggi e le memorie, tutti i rami secchi, i detriti, il tempo accumulato, depositati in spessi strati sui nostri scaffali e che crescono come muschio ai piedi della letteratura, non sono più abbastanza precisi per i nostri bisogni. Alle ore del mattino si confà un altro genere di letture. Non è più il momento per frugare e rovistare, per socchiudere gli occhi e lasciarsi trasportare sui mari. Si ha voglia di qualcosa che possieda una sua forma e trasparenza, scolpita per catturare la luce, dura come gemma o pietra con il sigillo dell’umana esperienza, e tuttavia che custodisca, come un cristallo, la fiamma che ora brucia alta e ora s’inabissa nei nostri cuori. Abbiamo voglia di ciò che è senza tempo ed è del nostro tempo. Ma potremmo dar fondo a tutte le immagini, e far scorrere le parole tra le dita come acqua senza tuttavia riuscire a spiegare come mai, in mattine come questa, uno si sveglia con un desiderio di poesia.”

(Virginia Woolf, “Leggere, scrivere, recensire”, ed. La vita felice)

“La vita breve” (Juan Carlos Onetti)

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“Possiamo parlare? Sì, naturalmente: possiamo parlare. La fiducia e la comprensione, eccetera. Ma se possiamo parlare, non m’interessa più. Se io posso dire ogni cosa, ogni cosa non ha altra meta che la tua intelligenza. Se io parlo e tu capisci ogni cosa, non capirai ciò che io potrei volere che tu capissi. Per capirmi, veramente, bisognerebbe che tu fossi così infuriato, che ti sarebbe impossibile capirmi. E neanche a me importa. Mi pare di star parlando a un cadavere; ma a un cadavere che può ragionare senza sbagliarsi. Il fatto è che l’amore è finito, Juanicho. Lo sappiamo, lo abbiamo ripetuto tante volte, che l’amore è comprensione. E tuttavia, dura soltanto finché non possiamo capire completamente, finché possiamo prevedere con timore la sorpresa, lo sconcerto, la necessità di cominciare a capire, di nuovo, dal principio. Juanicho, comincio a sentire, come si sente il trascorrere degli anni, che i piedi si stanno intirizzendo. E così, la sorgente della mia gioia non è qui e non sei tu?”

(Juan Carlos Onetti, “La vita breve”, ed. Einaudi)

Nello scrivere le mie impressioni su “La vita breve” di Juan Carlos Onetti, affermo subito che è uno dei più bei libri che abbia letto negli ultimi anni, una lettura appagante, coinvolgente, affascinante che consiglio a tutti, un viaggio alla scoperta del potere rigenerante della fantasia, ma anche del pericolo di confondere mondi immaginati con quello “reale” che viviamo.

Il protagonista nonché narratore è Juan Maria Brausen, che sta per essere licenziato dall’agenzia pubblicitaria per la quale lavora e alla cui moglie Gertrudis è stato appena asportato un seno. Il rapporto con la donna, con il passar dei giorni, diventa sempre più difficile, essendo l’uomo incapace di nascondere il senso di pietà che lo pervade verso la compagna, ormai più potente di ogni desiderio. Impossibilitato o senza la volontà necessaria per risolvere le sue beghe coniugali e lavorative, Brausen, dovendo scrivere una sceneggiatura, si lascia trasportare dall’impeto creativo, Continua a leggere…

“Nikolaj Gogol'” (Vladimir Nabokov)

Nabokov

“Se le linee parallele non si incontrano non è perché non possono incontrarsi, ma perché hanno altro da fare. L’arte di Gogol’, così come si dischiude nel Cappotto, suggerisce che linee parallele non solo possano incontrarsi, ma possano anche avanzare con movimento serpeggiante e aggrovigliarsi nei modi più bizzarri, proprio come due colonne riflesse nell’acqua indulgono alle più tremolanti contorsioni se è presente la necessaria increspatura. Il genio di Gogol’ è esattamente quell’increspatura d’acqua – due più due fanno cinque, se non la radice quadrata di cinque, e tutto ciò accade con grande naturalezza nel mondo di Gogol’, in cui non si può seriamente dire esistano né la razionale matematica né, davvero, alcuno dei nostri pseudofisici accordi con noi stessi.”

(Vladimir Nabokov, “Nikolaj Gogol'”, ed. Adelphi)

“Nikolaj Gogol’” non è una biografia o un pedante saggio di critica letteraria, ma un atto creativo che un grande scrittore come Nabokov dedica a un altro grande della letteratura russa e mondiale, in un’esposizione che non ambisce a farci una cronaca temporale dell’esistenza di Gogol’ o un’analisi minuziosa di ogni singola opera, ma piuttosto a sottolineare determinati aspetti, dettagli, personaggi secondari delle opere stesse. Il filo conduttore dell’intero saggio è la volontà di Nabokov nel rilevare l’onirica, delirante, meravigliosa fantasia e creatività di Gogol’, a discapito degli aspetti realistici o della presunta “denuncia sociale” che altri interpreti dell’opera gogoliana hanno messo primariamente in evidenza. Ciò che non significa che Nabokov riduce Gogol’ a un misero buffoncello, tutt’altro. Per Nabokov il lettore di Gogol’ dev’essere egli stesso creativo, non limitarsi a un’austera lettura in chiave sociale e nemmeno ad una che riduca tutto in farsa. Sotto questo aspetto, è molto interessante anche ciò che Nabokov rileva circa il lungo, travagliato e infine fallimentare tentativo di dare un seguito alla prima parte di “Anime morte”. Gogol’, vittima di una visione quasi messianica di sé stesso, cercò di scrivere la seconda parte in modo che fosse “significativa” e non più “solo bizzarra”, in ciò dando seguito anche alle lettere che scriveva agli amici, dal tenore sempre più da aspirante profeta.

Il saggio di Nabokov, scritto (tradotto) con uno stile che i lettori dell’autore di “Lolita”, “Ada (o Ardore)”, “La vera vita di Sebastian Knight”, “Un mondo sinistro” e tanti altri capolavori riconosceranno “al volo”, inizia con la descrizione della morte di Gogol’, ridotto in condizioni misere da acciacchi di diversa natura e vittima di una sorta di accanimento terapeutico. Poi, andando a ritroso, Nabokov, servendosi anche di numerose citazioni tratte dai romanzi, analizza diversi aspetti dell’opera di Gogol’, non tralasciando d’inserire anche considerazioni sul “falsamente bello, falsamente intelligente e falsamente seducente” di un certo tipo di letteratura (non quella gogoliana, per essere più chiaro). Il Gogol’ che piace a Nabokov non è quello degli esordi, ma quello la cui fantasia riluce in opere come “Il revisore”, “Il naso”, “Il cappotto” e chiaramente “Le anime morte”. Nabokov poi, oltre a pungere sarcasticamente i traduttori inglesi delle opere di Gogol’, a suo avviso del tutto incapaci di renderne la grandezze letteraria, evidenzia una particolare abilità di Gogol’, cioè quella di far apparire sulla scena personaggi secondari che, a differenza di quanto potremmo aspettarci, poi non torneranno più sulla scena, e che pure, per le loro caratteristiche, non sono superflui, ma fungono da estemporaneo bagliore per la scena che noi stiamo “osservando”.

Il saggio, per com’è strutturato, può essere goduto sia da chi ha già letto Gogol’, che potrà quindi confrontare la propria interpretazione con quella di un grande come Nabokov, sia da chi, invece, voglia incuriosirsi su entrambi questi autori, così diversi tra loro e così grandi.

“Gogol’ era una creatura strana, ma il genio è sempre strano; solo il vostro sano scrittore di second’ordine appare al grato lettore un saggio amico di vecchia data che in bell’ordine sviluppa le nozioni sulla vita del lettore stesso. La grande letteratura corre lungo il filo dell’irrazione. Amleto è il sogno folle di un nevrotico erudito. Il cappotto di Gogol’ è un incubo grottesco e cupo che apre buchi neri nell’incerto disegno della vita. Il lettore superficiale di quella storia vi vedrà semplicemente la greve burla di uno stravagante buffone; il lettore austero darà per scontato che intenzione primaria di Gogol’ fosse di denunciare gli orrori della burocrazia russa. Ma né chi vuole farsi una bella risata, né chi brama i libri “che fanno pensare” capirà di cosa tratta Il cappotto. Datemi il lettore creativo: questo è il racconto per lui.

L’equilibrato Puškin, il concreto Tolstoj, il misurato Čechov hanno tutti avuto i loro momenti di intuizione irrazionale che nello sfocare la frase dischiudeva un senso segreto, degno dell’improvvisa virata focale. Ma in Gogol’ questa virata è la base stessa della creazione artistica, al punto che egli perdeva ogni traccia di talento ogni qualvolta cercava di scrivere nella rotonda calligrafia della tradizione letteraria e di trattare le idee razionali in modo logico. Quando, come nel suo immortale Cappotto, si lasciava andare davvero, bighellonando felicemente sull’orlo del suo abisso privato, diventava il più grande artista mai prodotto dalla Russia.

L’improvvisa inclinazione del piano razionale della vita può realizzarsi in molti modi, com’è naturale, o ogni grande scrittore ha il suo metodo peculiare. Con Gogol’ si dava attraverso una combinazione di due movimenti: un balzo e una scivolata. Immaginare una botola che si apre sotto i vostri piedi in modo assurdamente improvviso, e una folata lirica che vi trascina in alto per poi lasciarvi cadere con un tonfo nella botola successiva. L’assurdo era la musa preferita di Gogol’ – ma quando dico “l’assurdo” non intendo il bizzarro o il comico. L’assurdo ha tante tonalità e gradazioni quante ne ha il tragico e, per di più, nel caso di Gogol’ sconfina in quest’ultimo. Sarebbe sbagliato affermare che Gogol’ poneva i suoi personaggi in situazioni assurde. Non si può mettere un uomo in una situazione assurda se l’intero mondo in cui vive è assurdo; non lo si può fare se con “assurdo” si intende qualcosa che provoca una risatina o una scrollata di spalle. Ma se si intende il patetico, la condizione umana, se si intendono quelle cose che in mondi meno inquietanti sono legate alle più alte aspirazioni, alle più profonde sofferenze, alle più forti passioni – allora, la breccia necessaria è lì, e un patetico essere umano perduto nel mezzo dell’irresponsabile mondo da incubo di Gogol’ diventa “assurdo” per una sorta di contrasto secondario.”

“Un antropologo su Marte” (Oliver Sacks)

Sacks

“Sull’aeroplano per Denver avevo letto un testo eccezionale, scritto da una bambina normale, molto dotata, di nove anni – una storia di fate da lei creata, con un meraviglioso senso del mito: tutto un mondo di magia, animismo e cosmogonie. Mentre camminavamo in mezzo alle code di cavallo, mi chiedevo quale fosse la cosmogonia di Temple. Come reagiva ai drammi o ai miti? Che cosa significavano per lei? Le chiesi dei miti greci, e mi rispose che ne aveva letti molti da bambina e che aveva riflettuto soprattutto su quello di Icaro, di come fosse volato troppo vicino al Sole e le sue ali si fossero sciolte, di come egli fosse precipitato trovando così la morte. <<Comprendo i miti di Nemesi e Ibris>> aggiunse, ma capii che gli amori degli dèi la lasciavano indifferente – indifferente e disorientata. Lo stesso con le opere di Shakespeare: era sconcertata da Romeo e Giulietta (<<Non ho mai capito cosa stessero combinando>>) e si smarriva con tutti gli avanti e indietro di Amleto. Temple attribuiva questi problemi alla sua <<difficoltà di stabilire le sequenze>>; ma sembravano piuttosto derivare dall’incapacità di immedesimarsi nei personaggi e di seguire il complesso intreccio delle loro motivazioni e intenzioni. Temple mi disse che riusciva a comprendere le emozioni <<semplici, forti e universali>>, ma che era sconcertata da quelle più complesse o simulate. <<Molto spesso>>, mi confidò, <<mi sento come un antropologo su Marte>>.”

(Oliver Sacks, “Un antropologo su Marte”, ed. Adelphi)

Di Oliver Sacks, neurologo e autore di questi romanzi neurologici, avevo già letto e apprezzato “L’uomo che scambiava sua moglie per un cappello”; anche il libro oggetto di queste mie impressioni ha come protagonisti Continua a leggere…

“Agli dèi ulteriori” (Giorgio Manganelli)

manganelli

“Abito un’allucinazione elaboratamente arredata. Ammiro la competenza con cui sono stati simulati i muri, la loro garanzia contro la notte. Io so che i muri sono complici della notte e della pioggia e del vento, e che nella simulazione, cui tutti sono tenuti, vi sono limiti non valicabili. So che in un punto della notte una belva simula di esistere e di odiarmi; la blandisco con un moto simbolico delle mani, che immagino di avere ereditato da precedenti esperienze. Sto seduto nel centro della stanza, e tra me e il muro ho collocato una elaborata finzione culturale: un dipinto. Lo ammiro, sebbene mi sia impossibile intendere che mai esso raffiguri. La sua simulazione è disponibile: i colori imitano animali, una scena d’amore, un trionfo egizio. Ascolto trombe di rame, forse dalla strada, forse dalle viscere di quell’immagine. Esamino le mie mani, perfette, tanto più singolare cosa, questa, in quanto so che esse non potevano imitare nulla, ma solo recitare; ma recitare un copione non scritto, e in modo così efficace, è arduo e commovente. Mi chiedo se le simulazioni siano così compatte e coerenti da coprire lo spazio di una città, se esse continuino fuori di me, penetrino nel nulla, lo ingentiliscano con una presenza ben calcolata di forme geometriche e colori.”

(Giorgio Manganelli, “Agli dèi ulteriori”, ed. Adelphi)

Qualche tempo fa, leggendo una raccolta d’interviste a Italo Calvino, mi ero incuriosito circa Giorgio Manganelli, che già conoscevo di nome, che non avevo mai letto finora e che era citato, con tanto di elogi, da Calvino stesso. Avrei voluto leggere “Hilarotragoedia”, ma in biblioteca non l’ho trovato e quindi ho preso “Agli dèi ulteriori”, una raccolta di sei racconti eterogenei ma accomunati da una scrittura articolata, a tratti pomposa, non banale, talvolta oltre i limiti del visionario. Sin d’ora posso scrivere che leggerò altre opere di Manganelli, magari anche il suo saggio “Letteratura come menzogna”, nel quale forse troverà la teorizzazione di ciò che in questo libro ho visto messo in pratica. “Agli dèi ulteriori” è un lungo esercizio della mente, una continua creazione d’immagini fantastiche, d’invenzioni, di simulazioni che il cervello dell’autore propone a sé stesso e al lettore. I racconti sembrano avere pochi appigli con la realtà, perché non ci narrano storie con un protagonista, una trama, un colpo di scena e l’epilogo, piuttosto somigliano a lunghi deliri monologanti, in un alternarsi di euforia cupa, scoramenti ed entusiasmi.

Un paio di racconti mi sono parsi molto più deboli rispetto al resto, quasi ai limiti del mero esercizio lessicale, ma il livello degli altri quattro è eccelso, a cominciare dall’originale “Discorso sulla difficoltà di comunicare con i morti”, nel quale Manganelli, con tono ironico, ci guida alla scoperta di astruse teorie sulla morte e sui morti, domandandosi se sia legittimo cercare questo dialogo impossibile ed elencando una serie di tesi strampalate sulla collocazione dei morti stessi. “Un Re” apre la raccolta ed è un monologo nel quale la voce narrante, ergendosi a Re della realtà che egli crea, elogia determinati animali, quali l’aquila, il leone e il serpente. Le descrizioni di questi e altri sono magistrali. Bello anche “Simulazioni”, nella quale la mente è conscia di abitare un’allucinazione e non solo non ne esce, ma simula attacchi di nemici, combattimenti, funerali di parenti non ancora avvenuti nella realtà.

Nel complesso, un libro che mi è piaciuto, esclusi quei passaggi che ho citato, e che mi spingerà ad approfondire la tardiva conoscenza di Giorgio Manganelli, al quale cedo di nuovo la parola, considerando che forse il miglior modo per “presentarlo” è mostrare le sue parole.

“Ma è poi certo che chi si nasconde non voglia esser trovato? O forse vuole istituire una condizione così ardua che solo qualcuno che lui ha, bizzarramente, in mente, possa rintracciarlo, un setaccio che escluda tutti, meno – chi? Diciamo, qualcuno che sia connaturale alle tenebre e all’assenza di luogo. Ma se costui non giunge, che vorrà mai dire? Che non si cura del nascondiglio e di chi vi si cela, o semplicemente che gli sembra solo una indiscrezione, questo ammiccare dal nulla, o un lezio, questo avvolgersi civettuolo, malizioso nel sudario dell’inesistenza? E allora, che farà il nascosto? Certo lo prenderà una sorta di avvilimento, e starà fermo, imbronciato, o farà segnali fiochi, garbati, per nulla asseverativi; e se nessuno, e meno che mai colui che egli aveva in mente, si farà avanti, verrà forse preso da una noia bizzosa, e comincerà a gettar via quelle fasce che nessuno gli alza di dosso per vedere che volto abbia quel niente che vi si acquatta sotto, e poi magari a cercare lui stesso, e forse a voler uscire dal nascondiglio…Ma forse costui si è messo in una posizione falsa, gli manca l’astuzia, si è sopravvalutato, è stato molesto e ambizioso, e come volete che non lo sappia? E allora l’astuzia gli verrà meno, si muoverà goffamente, chiremeggerà piani senza esito, e fallirà nuovamente, e non potrà non capire che gli mancano le doti per trovare la cruna, che non c’è davvero da sperare che qualcuno gli dia una mano – poiché si è nascosto, resterà nascosto, né la sua assenza provocherà curiosità alcuna o stupore, o allarme. E se un giorno, senza nessun piano, per caso, gli toccherà una cruna, è del tutto probabile che lo sgomento dell’evento, il riaffiorare dei qui e delle voci e delle mani lo spingano a nascondersi nuovamente, giacché altro non sa fare”.

“Della bellezza” (Zadie Smith)

della bellezza

“Senza che nessuno se ne fosse accorto, Howard aveva fatto il suo ingresso nella stanza. Era completamente vestito, scarpe comprese. Aveva i capelli bagnati e pettinati all’indietro. Era forse una settimana che Howard e Kiki non si trovavano nella stessa stanza, quantunque a tre metri di distanza, e ora in pieno contatto visivo, come i ritratti ufficiali a grandezza naturale di due estranei, appesi uno di fronte all’altro. Mentre Howard chiedeva ai ragazzi di uscire dalla stanza, Kiki si concesse il tempo di guardarlo. Ora lo vedeva diversamente; era uno degli effetti collaterali. Difficile dire se questo suo nuovo modo di vederlo fosse più vero di quello precedente. Ma era senza dubbio più crudo, più rivelatore. Adesso scorgeva ogni piega e ogni tremito in una bellezza in declino. Scopriva di poter provare disprezzo anche per le sue caratteristiche più neutre. Le sottili, diafane narici caucasiche. Le orecchie carnose da cui sbucavano peli che Howard si affrettava a rimuovere, ma la cui spettrale esistenza lei continuava a registrare. Le uniche cose che minacciavano di disturbare la sua determinazione erano gli strati temporali di Howard così come le si presentavano dinanzi: Howard a ventidue anni, a trenta, a quarantacinque, a cinquantuno; la difficoltà di mantenere tutti quegli Howard al di fuori della coscienza; l’importanza di non lasciarsi sviare, di rispondere solo all’Howard più recente, quello di cinquantasette anni. Howard il bugiardo, lo spezzacuori, l’impostore.” Continua a leggere…

“Il letterato e la letteratura” (Robert Musil)

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“Analizzando un qualsivoglia scrittore (sia in base alla forma che al contenuto o anche secondo il significato desiderato), non si troverà in lui nient’altro che i frantumi dei suoi predecessori, e per di più non “scomposti” del tutto o “riassimilati”, bensì tali e quali, a pezzi irregolari. Ci si dovrebbe forse scusare per il ricorso a tali espressioni, ma non esiste altra spiegazione o descrizione adeguata per questo processo della tradizione letteraria, e si può sicuramente sostenere che anche lo scrittore più indipendente non crea niente che non possa essere dimostrato dipendente, quasi completamente, dalle forme e dai contenuti tramandati dalla tradizione e da lui assimilati; ciò, tuttavia, come si vede, non compromette affatto la sua originalità e la sua importanza personale”

(Robert Musil, “Il letterato e la letteratura”, ed. Guerini e Associati)

Scritto dopo la pubblicazione della prima parte del grande romanzo filosofico “L’uomo senza qualità”, del quale rappresenta un parziale condensato teorico-estetico, il saggio “Il letterato e la letteratura” è un’interessante digressione su diversi argomenti attinenti la scrittura. Avevo letto questo testo alcuni anni fa, ma devo dire che questa seconda lettura mi ha consentito di coglierne sfumature che all’epoca mi erano sfuggite o che nel frattempo avevo dimenticato. Il saggio è di circa quaranta pagine, arricchito da note molto esplicative che forniscono al lettore ulteriori spunti di riflessione, oltre a chiarimenti circa le fonti e i riferimenti di Musil.

Tutto lo scritto è attraversato dal tentativo di mostrare come, secondo Musil, Continua a leggere…

“Creatività” (Emilio Garroni)

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“Le capacità creative umane di adattamento rivelano nello stesso tempo i rischi cui si è esposti, la frammentarietà e limitatezza del controllo pratico-intellettuale, l’impossibilità insomma di un “adattamento totale” mettendo così in crisi l’idea falsa e regressiva (e quindi ben più pericolosa) o piuttosto il desiderio allucinatorio di un’evasiva “sicurezza assoluta” (che non può essere altro di fatto che la sicurezza del porcellino di terra, cui la morte sopravviene inopinatamente dall’esterno, “per caso”, come “per caso” esso sopravvive); ma per ciò stesso restaurano l’unica, realistica garanzia di adattamento su cui è possibile contare. Si ritrova qui la giustificazione propriamente estetica (Kant avrebbe parlato di “conservazione dello stato d’animo”, cioè di “piacere”) di una specializzazione estetica, in quanto già radicata nelle esigenze di un adattamento pratico-conoscitivo. È infatti su quella garanzia, specificamente umana, che può e in qualche modo deve nascere una specializzazione della creatività come tale: ciò che nella conoscenza e nel comportamento pratico è fonte di ansia consapevole può e in qualche modo deve divenire – in una specializzazione estetica – stato d’animo rassicurativo, contropartita dell’ansia, integrazione sentimentale, tale da rendere “sicura”, per così dire, la stessa “insicurezza”, in quanto compresa e dominata mediante un’operazione, anche soltanto soggettiva, di anticipazione e totalizzazione dell’esperienza possibile.”

(Emilio Garroni, “Creatività”, ed. Quodlibet)

“Creatività”, edito dalla Quodlibet, è un volume che raccoglie il saggio di Emilio Garroni pubblicato, in origine, come voce omonima dell’Enciclopedia Einaudi per l’anno 1978. Questa notizia, unita alla considerazione che l’autore è stato per anni Professore di Estetica all’Università La Sapienza di Roma, dovrebbe farvi comprendere quanto per me sia difficile scriverne, e predisporvi a uno stato di magnanimità nei confronti del sottoscritto circa quanto andrò a elaborare. La premessa generale, infatti, è che molti passaggi mi sono risultati oscuri o incomprensibili, perché contenenti riferimenti ad argomenti che non ho trattato mai con frequenza o in maniera specializzata. Nonostante ciò, se sono qui a scriverne e a suggerirne la lettura, è perché quello che ho inteso mi ha appagato, donandomi spunti per ulteriori letture o anche solo per riflessioni. Continua a leggere…

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