Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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L’argomento migliore

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(Elias Canetti, “Il frutto del fuoco”, ed. Adelphi, pag. 178)

Fraintendere

fraintèndere (tosc. frantèndere) v. tr. [comp. di fra– e intendere] (coniug. come intendere). – Intendere una cosa per l’altra, interpretare in modo diverso dal giusto: hai frainteso le mie parole; f. il senso d’una frase, d’un verso; anche assol.: cercate di non f.; estens.: f. le intenzioni d’una persona.

fraintendiménto s. m. [der. di fraintendere]. – Il fatto di fraintendere, d’intendere in maniera non giusta: f. d’una parola, d’un gesto, d’un verso; l’incidente fu dovuto a un semplice fraintendimento.
(definizioni prese dal sito Treccani.it)

Sui fraintendimenti si basano, oltre che romanzi, film e simili, anche la gran parte delle relazioni umane, sia che il fraintendersi possa essere alla base di una rottura sia che, invece, possa essere proprio ciò che impedisce il distacco (l’ignoranza delle proprie e delle altrui meschinità, in tal senso, può aiutare). Le definizioni che ho riportato sono abbastanza chiare, anche se, cavillando, qualcuno potrebbe fraintenderle. Non c’è bisogno di aver letto Wittgenstein e i suoi discorsi sui “giochi linguistici” per capire quando e perché ci troviamo di fronte a un fraintendimento tra quel che noi intendiamo e quel che l’altro intende. Le motivazioni possono essere le più varie, dallo stato alcolico di uno dei due interlocutori, che certo non giova (o forse sì?) alla comprensione reciproca, oppure, più “seriamente”, al significato che ciascuno attribuisce a una data parola in un dato contesto, secondo la propria esperienza e attitudini sociali, culturali, psicologiche e quante ne volete. Per evitare fraintendimenti sullo scopo di quest’articolo, specifico subito che uno scopo non c’è, soprattutto non c’è una giustificazione scientifica alla base dello stesso. Tutto è nato dalla rilettura di alcuni appunti che sono solito prendere su taccuini piuttosto improvvisati (o su semplici foglietti di carta), che hanno ridestato nella mia memoria episodi che rientrano nella vasta macro-categoria delle incomprensioni umane.

Il primo episodio ritrovato nel taccuino mi vede di fronte al palazzo dove lavoravo (imperfetto categorico del disoccupato) qualche anno fa. Non si può entrare senza la chiave, ma una volta entrati la chiave è inutile, perché, anche volendo, non ci si può chiudere dall’interno. Io, che devo entrare, uso la chiave e apro il portone. Mi trovo davanti una donna, sembra stia attendendo me.

– Le lascio la porta aperta? Vuole uscire? – le chiedo – con domanda retorica, convinto che lei debba uscire.

– No, è indifferente, ho anch’io le chiavi. – risponde tranquilla.

Forse la signora non ha capito la mia domanda o forse sono io ad aver sbagliato domanda. Io volevo chiederle se stava uscendo in quel momento, lei, evidentemente, ha pensato che mi riferissi al momento del suo eventuale ritorno. La storia, comunque, non ha una morale e tanto meno un significato metaforico o simbolico, sebbene, lo ammetto, nei giorni successivi all’evento, io abbia tentato di estrarne considerazioni “profonde” su cosa è una chiave. Non sono così autolesionista da riportarle qui.

A proposito di chiave, i miei appunti rilevano un episodio che ha per protagonista una chiavetta usb, anche detta (non sottilizziamo qui sull’appropriatezza delle definizioni) “pennetta”. C’è stato un periodo, nella mia labile esistenza, durante il quale ero solito girare, per le strade e sui mezzi mentre andavo a lavoro (imperfetto, vedi sopra), con una cosiddetta chiavetta-pennetta, ovvero un lettore mp3. Ero altrettanto solito, tuttavia, girare con una penna nel senso più classico del termine, quelle per scrivere. Seduto su una panchina nel giardino comunale (vedi foto copertina del blog), quella mattina, avevo una penna (per scrivere) appuntata sul margine di un libro che stavo leggendo. Mi accorsi, a un certo punto, di aver perso la penna e mi alzai per cercarla. Nel frattempo, giunse un mio caro amico, che vedendomi molto indaffarato nella ricerca, mi chiese cosa avessi perso. A farla breve, si creò, per alcuni minuti, una situazione degna di un atto teatrale assurdo. Lui pensava che stessi cercando una “pennetta usb” e quindi restò perplesso quando gli dissi che potevamo passeggiare e che non importava nulla dell’oggetto, che l’avrei ricomprato. Lui insistette perché doveva trovarsi lì e non gli sembrava giusto desistere dalla ricerca, considerato che quella pennetta l’avevo comprata da poco. L’equivoco fu chiarito e c’incamminando sorridendo e maledicendo di aver sprecato in quella circostanza le nostre (almeno le mie) inesistenti doti da attori.

Il terzo episodio si svolse a Roma, nel piazzale della Stazione Termini, quello che funge da capolinea per gli autobus. Avevo deciso, quel giorno, di andare a vedere dal vivo la statua che qualcuno aveva dedicato all’ex papa (Wojtyla). Preciso: non ero vittima di una crisi mistica, ma trovandomi di passaggio in quella zona, volevo appurare con i miei occhi se l’obbrobrio visto in tv era effettivamente tale. Giunto a pochi metri da quello che si rivelò davvero uno scempio, mi si avvicinò un distinto signore giapponese che, a gesti, mi fece capire che intendeva essere fotografato davanti alla statua. Si posizionò, bello sorridente, e scattai la foto. Mi accorsi, però, che la foto era uscita male. La testa della statua non si vedeva, sembrava essere reduce da una seduta di ghigliottina. A gesti e in un inglese improvvisato, spiegai al giapponese che avrei dovuto scattarne un’altra. Lui mi fece capire che la cosa importante era che, nella foto, ci fosse lui. Me ne andai affranto, senza crisi mistica e avendo fallito anche come fotografo. L’ipotesi che lui mi reputasse un idiota, incapace di fotografarlo, era pur sempre preferibile alla domanda alternativa, cioè al chiedermi perché mi avesse chiesto una foto davanti alla statua, se poi la presenza della statua nella foto stessa non era necessaria.

Infine, un episodio più casalingo. Squilla il telefono di casa. Un conoscente di mio padre, scambiandomi per lui, mi dice: – Giulio, dove sei? Mio padre, che si chiama Giulio, non è in casa. L’istinto, l’inconscio (o chiunque esso sia) mi suggerisce di rispondere con un “non sono in casa”, ma c’è qualcosa in quella risposta che non mi convince. Logicamente, chiarisco l’equivoco. Qualche ora dopo, però, avendo dieci minuti da perdere, fantastico su come poteva proseguire la telefonata se avessi fornito, in risposta a quella domanda doppiamente errata, la mia istintiva risposta, certo assurda ma contenente un nucleo di verità. In questo caso, il fraintendimento è più sottile, ma talmente sottile che non riesco a trovare le parole e quindi, ammettendo la mia impotenza, chiudo l’articolo così, senza tanti convenevoli.

Se qualcuno non ha inteso il senso dell’articolo, sappia che non l’ho capito nemmeno io e, se anche avessi presunto di capirlo, di certo mi sono frainteso.

“Solitudine” (Guy de Maupassant)

Si era alla fine d’una cena fra uomini; l’allegria non era mancata. Uno dei presenti, un vecchio amico, mi disse: – Vuoi che facciamo due passi lungo gli Champs-Elysées?

Ci avviammo, risalendo lentamente lungo il viale, sotto gli alberi ormai rivestiti di poche foglie. Nessun rumore, all’infuori di quel brusio confuso e continuo che produce Parigi. Un vento fresco ci accarezzava il viso, e una miriade di stelle disseminava nel cielo nero una polvere d’oro.

Il mio compagno mi disse: – Non so perché, respiro meglio qui, di notte, che in qualsiasi altro posto. Mi pare che la mia mente spazi di più. Ogni tanto ho uno di quegli squarci di luce che fanno pensare, per un istante, di essere sul punto di scoprire il divino segreto delle cose. Poi la finestra si richiude. Tutto finisce.

Di tanto in tanto vedevamo due ombre scivolare lungo i boschetti; o passavamo davanti a una panchina dove due esseri, seduti a fianco a fianco, formavano una sola macchia scura.

Il mio vicino mormorò:

Povera gente! Non m’ispirano disgusto, ma un’immensa pietà. Di tutti i misteri della vita umana, uno almeno ne ho penetrato: il grande tormento della nostra esistenza viene dal fatto che siamo eternamente soli, e tutti i nostri sforzi, le nostre azioni tendono a sfuggire a questa solitudine. Come noi, come tutte le creature, questi innamorati delle panchine cercano di interrompere il loro isolamento, anche solo per un momento; ma restano e resteranno sempre soli; e noi come loro.

C’è chi se ne accorge di più, chi di meno, ecco tutto. Continua a leggere…

Il problema di Gettier

(Per trastullarsi un po’)
Prima di leggere i miei deliri e quanto segue, forse è meglio dare uno sguardo alla pagina wikipedia dedicata al “problema di Gettier”. Non so se è la miglior spiegazione possibile, ma certo è meglio della mia.
Il problema di Gettier
Una classica definizione di “conoscenza” era che fosse una “credenza vera e giustificata”.
“Credenza” perché il soggetto è convinto di ciò che afferma, “vera” perché corrisponde alla realtà, “giustificata” perché dimostrabile.
Nel 1963 Edmund Gettier scrisse un articolo* di due pagine, con il quale confutava questa definizione di “conoscenza”, ritenendo che le tre condizioni della definizione classica fossero necessarie ma non sufficienti. Seguì dibattito nei decenni successivi.
Esempio**:
– passeggiando per strada vedo il mio gatto Tito in sella a un cavallo alato, quindi “credo” perché l’ho visto, nonostante lo stupore perché non sapevo nulla del suo acquisto;
– si dà il caso, però, che quello sul cavallo alato non è Tito, il mio gatto, ma un suo sosia, quindi “credevo”, ma in realtà non avevo visto Tito;
– però, attenzione, immaginiamo che veramente Tito abbia comprato un cavallo alato, anche se quello che ho visto non è lui;
– quindi, io “credo” che Tito abbia comprato un cavallo alato, è “vero” e sono “giustificato” a crederlo perché ho visto uno identico a lui;
– ho una “credenza vera e giustificata” che però non è “conoscenza”, perché io non ho veramente visto Tito, ma un suo sosia, dunque lo credo solo “per caso” che Tito abbia comprato il cavallo;
Gettier, quindi, sostiene che le classiche condizioni siano necessarie ma non sufficienti per la conoscenza, essendo fondamentale anche un “nesso causale” tra il pensiero del soggetto e il mondo a lui esterno.

* L’articolo dovrebbe essere questo, l’ho trovato solo in inglese:
L’articolo di Gettier

** (minuto 24.50 in poi)
L’esempio è una mia liberissima modifica a quello (già di per sé leggermente differente dallo scritto di Gettier) fatto dal professor Mario De Caro nella puntata di Zettel (programma che vi consiglio), nel corso della quale ho sentito parlare di Gettier, a me finora totalmente sconosciuto.

La puntata di “Zettel” dedicata al tema della “conoscenza”.

“Scienza e sentimento” (Antonio Pascale)

scienza e sentimento

“Con cadenza pressoché regolare, almeno una volta a settimana, mi capita di leggere qualcosa sui bei tempi andati. Sono quegli articoli scritti da letterati puri che, per esempio, cercano di affrontare con la dovuta serietà la seguente questione: che fine hanno fatto i vecchi sapori di una volta? Di conseguenza, con cadenza pressoché regolare, vado a scoprire che le mele non sono più quelle di un tempo, l’uva nemmeno e via via, di settimana in settimana, tutta la produzione ortofrutticola italiana sembra irreversibilmente e orribilmente modificata. Ora, sarà quel tono copiato da Pasolini, falsamente risentito, sarà la palpabile presunzione dell’articolista che finge di sapere a menadito cose che non conosce, sarà che per otto anni della mia vita ho studiato agraria e perché lavoro nel settore agricolo, ma, in genere, questi articoli hanno il potere di rovinarmi la giornata”.

(Antonio Pascale, “Scienza e sentimento”, Giulio Einaudi editore)

Su un’insegna di un negozio lessi quello che doveva essere un antico motto popolare: “Si fa quel che si fa, ma si sa quel che si fa”. Come a dire, non ci spingiamo oltre i limiti delle nostre conoscenze, ma almeno potete fidarvi che di quel poco che facciamo ne abbiamo consapevolezza. Certo, se poi dovessimo applicare al tutto il celebre e ultra – citato “so di non sapere” socratico, allora la questione si complica. Mi capita spesso di sentirmi inadeguato nel parlare o nello scrivere di argomenti che non padroneggio e non sto parlando di chirurgia cardiovascolare, della quale non scrivo o parlo mai perché non ne so proprio nulla, bensì di temi sui quali magari mi sono anche documentato, ma non abbastanza da farmi sentire al riparo delle giuste critiche di chi, magari, su quelle materie sta gettando sudore da decenni. È chiaro se non è possibile neanche applicare con estremo rigore certe forme di autocensura, altrimenti, considerando che c’è sempre qualcuno che ne sa più di me, dovrei limitarmi a parlare di come respiro, di come mangio, bevo, dormo, defeco e urino, o forse neanche questo visto che tali attività basilari richiedono spiegazioni anch’esse scientifiche.

Noto, però, che non tutti si pongono le stesse domande di cui sopra e propongono le loro tesi, sui giornali, in tv, sul web, su qualunque argomenti capiti loro a tiro. Liberi di farlo, certo, ma liberi anche noi lettori di dubitare della fonte. Su queste pagine, nella sezione “Racconti ingabbiati”, c’è anche un mio delirante articolo che riguarda proprio questa tendenza a voler fornire un’Opinione sull’Argomento. Si tratta di uno scritto frutto di una serata un po’ acida, forse, ma quei pensieri li richiamo spesso, soprattutto per fungere da monito a me stesso, quando, per esempio, mi avventuro in pseudo – recensioni su libri di filosofia o di fisica, materie che ho affrontato e affronterò da lettore, appassionato e non da specialista.

Tutta queste logorroica premessa mi è servita per introdurvi a “Scienza e sentimento” di Antonio Pascale. In questo saggio l’autore affronta proprio il tema di come eccessi di semplificazione, retorica e impreparazione scientifica abbiano portato quelli che l’autore chiama “intellettuali puri” a discettare, con troppa faciloneria, su argomenti che richiedono conoscenze specifiche e studi tali da permettere di non cadere preda di avventurieri alla ricerca dell’applauso facile, di falsi miti e posizioni alla moda, magari atte a nascondere a sé stessi problemi di coscienza ben più sottili di quelli che la dicotomia bene/male è capace di mettere alla luce. Il tema specifico da cui parte l’autore è quello del settore agrario, con particolare riferimento alle rappresentazioni della realtà volte a definire come bene ciò che è naturale, e male ciò che è artificiale, chimico, senza tenere presente che il mondo è più complesso e articolato di tali dicotomie e che soprattutto, per poter parlare di agricoltura con un minimo di cognizione di causa, non basta leggersi due links su internet ma c’è bisogno di studi e di esperienza sul campo. Pascale, infatti, nel testo ricorda, spesso con tono divertito e divertente, aneddoti dei suoi passati studi di agraria, le sue esperienze sui campi alle prese con le coltivazioni, il suo giovanile e troppo assolutistico ambientalismo, proprio per confutare alcuni miti diffusisi anche grazie ad articoli d’intellettuali troppo inclini a fare l’occhiolino al cuore, a scapito del cervello, dimentichi che l’uno e l’altro sono indispensabili alla nostra esistenza.

Sulle questioni più settoriali toccate da Pascale, per esempio sulla questione degli Ogm, non oso mettere bocca, proprio perché non ho motivo, al momento, di prendere per oro colato né le sue tesi né quelle che egli avversa, per quanto condivida gran parte delle sue osservazioni. Ciò che mi ha interessato di più del saggio è l’impostazione complessiva, la proposizione di un manifesto laico della conoscenza, l’importanza della conoscenza nel suo significato più alto, che non dev’essere vista come qualcosa di freddo e asettico, ma come piena consapevolezza dei nostri limiti e degli sforzi che dobbiamo fare per comprendere di più il mondo che ci circonda, sforzandoci di non cedere a facili populismi di chi, non avendo argomenti da proporre, è solo capace di parlare “contro” qualcuno e non “per” qualcosa. La retorica dell’apocalisse e la demonizzazione della scienza e della tecnologia tout-court si fonda spesso sulla dimenticanza delle più elementari considerazioni, per esempio che è proprio grazie allo sviluppo della scienza, della medicina e della tecnologia che è possibile sopravvivere e magari scrivere articoli su un blog.

Non ho letto altri libri di Antonio Pascale, non so, al momento, di cosa trattano gli altri suoi scritti, ma dalle brevi note biografiche in coda al libro e dalle sue parole ho intuito che anche lui è un letterato (“impuro”, forse direbbe), che si occupa di svariati argomenti e non posso che apprezzare il suo approccio laico, darwinista e multidisciplinare, convinto come sono, anch’io, che scienza e sentimento non debbano essere visti come mondi disgiunti, ma che bisogna dubitare, domandare, indagare e non cedere alle facili soluzioni che la rabbia del momento o a pigrizia possono offrirci.

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