Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per il tag “caso”

“Le cose sarebbero potute andare anche diversamente”

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“In quel momento Ulrich non desiderava altro che essere un uomo senza qualità. Ma questo vale quasi per tutti. In fondo, negli anni della maturità, pochi individui sanno sono di fatto arrivati a sé stessi, ai propri piaceri, alla propria visione del mondo, alla propria moglie, al proprio carattere, mestiere, e ai propri successi, ma hanno la sensazione di non poter più cambiare molto ormai. Si potrebbe persino sostenere che sono stati ingannati, perché è impossibile trovare una ragione sufficiente perché le cose siano andate proprio in quel modo; sarebbero potute andare anche diversamente; gli avvenimenti sono derivati solo in minima parte dal loro contributo, per lo più sono dipesi da qualsivoglia circostanza, dall’umore, dalla vita, dalla morte di tanta altra gente, e solo in quel dato momento sono per così dire venuti loro incontro. In gioventù la vita si trovava ancora davanti a loro come un mattino inesauribile, colmo da ogni parte di possibilità e di nulla, ma ecco che già a mezzogiorno all’improvviso c’è qualcosa che può a ragione pretendere di essere ormai la loro vita, e questo è nel complesso non meno sorprendente del trovarsi d’un tratto di fronte una persona con la quale ci siamo scritti per vent’anni senza mai conoscerla e che ci siamo immaginati del tutto diversa. Ma ancora più strano è che la maggior parte della gente neppure se ne accorge; adottano l’uomo che è giunto da loro, nella cui vita si sono immedesimati; ora le sue esperienze le considerano espressione delle loro qualità, e il suo destino è merito o sfortuna loro. A queste persone è capitato qualcosa di simile a quello che accade alla mosca con la carta moschicida; qui li ha imprigionati su un peluzzo, lì ha bloccato un loro movimento, e gradualmente li ha avvolti fino a seppellirli in una spessa pellicola che solo molto lontanamente corrisponde alla loro forma originaria.”

(Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, ed. Newton Compton)

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“Il caso” (Joseph Conrad)

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<< “Perché non lo fa entrare?”.

<<Ah, no! Nemmeno a pensarci! Avrei fatto meglio a risparmiare il fiato. Sapevo che non lasciar entrare il cane in casa era una delle regole di vita dei Fyne, parte della loro solennità e responsabilità, una componente della loro onnipresente, seppur mansueta, superiorità. Era alquanto disdicevole imporre la presenza del proprio cane in casa dei loro ospiti – foss’anche uno scapolo un po’ poltrone, alloggiato in una fattoria, amico personale del cane. Era fuori discussione. Però lo lasciavano abbaiare fuori dalla tua finestra fino a farti impazzire. C’era una strana coerenza nella loro incapacità di entrare in sintonia con le persone mediante l’immaginazione. Non insistei, limitandomi a fargli strada verso il salotto, sperando che per un’ora o giù di lì non accadesse che qualcuno passasse per il vialetto alterando il contegno del cane.

<< Mrs. Fyne, seduta immobile davanti al tavolo ingombro di piatti, tazze, bricchi, una teiera fredda, briciole, e in generale tutto il disordine dell’ospitalità, volse il capo verso di noi.

<< “Vede, Mr. Marlow,” disse in un tono inaspettatamente confidenziale “non sono assolutamente fatti l’uno per l’altro”.

<< Sul momento non capii a chi si riferisse con questa osservazione; inizialmente pensai a Fyne e al cane. Poi la misi in relazione alla faccenda in questione, che non era né più né meno che una fuga d’amore… >>.

(Joseph Conrad, “Il caso”, ed. Adelphi)

“ll caso”, scritto da Joseph Conrad in oltre un decennio e pubblicato nel 1913, Continua a leggere…

Ondeggiare

Mi hanno sempre affascinato, sin da bambino, quelle situazioni in cui, per strada, qualcuno mi si avvicina e sembra sul punto di sbattermi addosso (o viceversa) e allora io e l’altro cominciamo un’ondeggiante danza, da destra a sinistra, da sinistra a destra, in attesa di trovare il momento propizio per continuare a camminare ciascuno nella propria direzione, senza esserci toccati, dunque in apparenza soddisfatti, ma col dubbio che, forse, sarebbe stato preferibile almeno sfiorarsi.
(Tasso metaforico del 12,5%)

P.s.: questo è un classico esempio di “Articolo pubblicato in attesa che ci sia un articolo più attinente agli intenti del blog, articolo che poteva anche non essere pubblicato, ma che è sfuggito all’autocensura dell’autore del blog, e che resisterà fino all’eventuale censura successiva”. Insomma, in attesa che finisca di leggere “La lingua salvata” di Elias Canetti, questo è quanto.

“Trilogia di New York” (Paul Auster)

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“New York era un luogo inesauribile, un labirinto di passi senza fine: e per quanto la esplorasse, arrivando a conoscerne a fondo strade e quartieri, la città lo lasciava sempre con la sensazione di essersi perduto. Perduto non solo nella città, ma anche dentro di sé. Ogni volta che camminava sentiva di lasciarsi alle spalle se stesso, e nel consegnarsi al movimento delle strade, riducendosi a un occhio che vede, eludeva l’obbligo di pensare; e questo, più di qualsiasi altra cosa, gli donava una scheggia di pace, un salutare vuoto interiore. Il mondo era fuori di lui, gli stava intorno e davanti, e la velocità del suo continuo cambiamento gli rendeva impossibile soffermarsi troppo su qualunque cosa. Il movimento era intrinseco all’atto di porre un piede davanti all’altro concedendosi di seguire la deriva del proprio corpo. Vagando senza meta, tutti i luoghi diventavano uguali e non contava più dove ci si trovava. Nelle camminate più riuscite giungeva a non sentirsi in nessun luogo. E alla fine era solo questo che chiedeva alle cose: di non essere in nessun luogo. New York era il nessun luogo che si era costruito attorno, ed era sicuro di non volerlo lasciare mai più”.

(Paul Auster, “Trilogia di New York”)

“Trilogia di New York” racchiude tre romanzi scritti da Paul Auster tra il 1985 e il 1986, intitolati “Città di vetro”, “Fantasmi” e “La stanza chiusa”, ambientati tutti nella città statunitense e accomunati, oltre che dal luogo d’ambientazione, dal fatto di essere delle storie investigative avvincenti ed eccentriche, che possono essere lette l’una indipendentemente dall’altra, Continua a leggere…

La telefonata

Ero seduto sul letto, libro in mano e in attesa che le palpebre cominciassero a serrarsi. Quell’inverno lo passai tappato in casa, manco fossi stato condannato agli arresti domiciliari. La gastrite, che sul finire dell’estate e all’inizio dell’autunno mi aveva allontanato dai tavoli dei pub, si rivelava essere un alibi perfetto per convincermi che la mia non era una larvata forma di misantropia, bensì una giusta salvaguardia per il mio organismo. La mattina e il pomeriggio uscivo da casa, non per lavorare, che in quel periodo, purtroppo, nemmeno quello facevo, bensì per prendere “l’aria” che mi sarebbe stata poi necessaria ad attraversare le serate e le nottate in solitudine. Stavo bene con me stesso, con i libri, con il gatto bianco che si addormentava tra le mie gambe. Il momento di maggior eccitazione delle mie serate era quando immergevo il plum-cake nel latte e orzo, lo vedevo colorarsi e poi lo inghiottivo con voluttà.

Non so come apparissi agli occhi degli altri, forse mi vedevano sull’orlo del precipizio. Un sospetto lo ebbi quando, Continua a leggere…

Scelte casuali (?) in biblioteca.

Vado in biblioteca a scegliere un libro. Dopo diverse indecisioni, esco con “Il grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald e “Il giorno della locusta” di Nathanael West, che all’ingresso in biblioteca non sfioravano neanche la mia mente.
Giunto a casa, comincio a leggere la biografia di West.
Scopro che i due scrittori si stimavano reciprocamente. Fin qua tutto regolare.
Scopro anche che sono morti a distanza di un giorno l’uno dall’altro, nel 1940.
Ho come la sensazione che siano stati i libri a scegliere me, non viceversa.
In realtà, mi dico, è stato solo un “caso”.
Già, ma cos’è il “caso”?

P.s.: questo è chiaramente un articolo forzato e figlio della pigrizia da sole agostano.

Regole caotiche, caos regolare.

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Osserva gli amici che giocano a carte.
Considera che di quel gioco, che pure si sviluppa dinanzi ai tuoi occhi, non conosci alcuna regola, così che tutto ti appare caotico e assurdo.
Rifletti su cos’è una “regola”, su quanto poco conosci di ciò che ti circonda e quanto poco conosci te stesso.
Soprattutto, trova un letto e dormi.

“Il caso e la necessità” (Jacques Monod)

Libro Monod il caso e la necessita

“La probabilità a priori che, fra tutti gli avvenimenti possibili dell’universo, se ne verifichi uno in particolare è quasi nulla. Eppure l’universo esiste; bisogna dunque che si producano in esso certi eventi la cui probabilità (prima dell’evento) era minima. Al momento attuale non abbiamo alcun diritto di affermare, né di negare, che la vita sia apparsa una sola volta sulla Terra e che, di conseguenza, prima che essa comparisse le sue possibilità di esistenza era nulla. Quest’idea non solo non piace ai biologi in quanto uomini di scienza, ma urta anche contro la nostra tendenza a credere che ogni cosa reale nell’universo sia sempre stata necessaria, e da sempre. Dobbiamo tenerci sempre in guardia da questo senso così forte del destino. La scienza moderna ignora ogni immanenza. Il destino viene scritto nel momento in cui si compie e non prima. Il nostro non lo era prima della comparsa della specie umana, la sola specie nell’universo capace di realizzare un sistema logico di combinazione simbolica. Altro avvenimento unico, che dovrebbe, proprio per questo, trattenerci da ogni forma di antropocentrismo. Se esso è stato veramente unico, come forse lo è stata anche la comparsa della vita stessa, ciò dipende dal fatto che, prima di manifestarsi, le sue possibilità erano quasi nulle. L’universo non stava per partorire la vita, né la biosfera l’uomo. Il nostro numero è uscito alla roulette: perché dunque non dovremmo avvertire l’eccezionalità della nostra condizione, proprio allo stesso modo di colui che ha appena vinto un miliardo?”

(Jacques Monod, “Il caso e la necessità”)

Spesso penso che la grande parte delle domande che mi pongo siano riducibili a una sola, fondamentale domanda, formulata magari in maniera differente. Siamo governati dal caso o dalla necessità? Causalità o casualità? È ovvio che a livello macroscopico e della vita quotidiana sono consapevole che se mi tiro una martellata sul naso e comincio a sanguinare non posso invocare il caso, ma è altrettanto evidente che il caso e la necessità su cui m’interrogo sono concetti da prendere nella loro accezione più profonda. Continua a leggere…

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