Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Il gaucho insopportabile” (Roberto Bolaño)

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“Scopare è l’unica cosa che vogliono quelli che stanno per morire. Scopare è l’unica cosa che vogliono quelli che sono in prigione e negli ospedali. Gli impotenti l’unica cosa che vogliono è scopare. I castrati l’unica cosa che vogliono è scopare. I feriti gravi, i suicidi, i seguaci irredenti di Heidegger. Perfino Wittgenstein, che è il più grande filosofo del Novecento, l’unica cosa che voleva era scopare. Perfino i morti, ho letto da qualche parte, l’unica cosa che vogliono è scopare. È triste doverlo ammettere, ma è così.”

“Racconta Canetti nel suo libro su Kafka che il più grande scrittore del Novecento capì che i suoi dadi erano tratti e che nulla ormai lo separava più dalla scrittura il giorno in cui per la prima volta sputò sangue. Che cosa intendo dire quando dico che nulla ormai lo separava più dalla sua scrittura? Sinceramente, non lo so bene. Intendo dire, suppongo, che Kafka capiva che i viaggi, il sesso e i libri sono strade che non portano da nessuna parte, eppure sono strade su cui bisogna spingersi e perdersi per ritrovarsi o per trovare qualcosa, qualunque cosa, un libro, un gesto, un oggetto perduto, per trovare qualunque cosa, forse un metodo, con un po’ di fortuna il nuovo, quello che è sempre stato lì.”

(Roberto Bolaño, “Il gaucho insopportabile”, ed. Adelphi)

“Notturno cileno” (Roberto Bolaño)

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“C’è soluzione a questo? A volte incontro dei contadini che parlano un’altra lingua. Li fermo, chiedo dei campi. Loro mi dicono che non lavorano nei campi. Mi dicono che sono operai, di Santiago o dei sobborghi di Santiago, e che non hanno mai lavorato nei campi. C’è soluzione a questo? A volte la terra trema. L’epicentro del sisma è a nord o a sud, ma io sento la terra tremare. A volte ho le vertigini. A volte il terremoto dura più del normale e la gente si mette sotto le porte o sotto le scale o esce di corsa in strada. C’è soluzione a questo? Vedo la gente correre per le strade. Vedo la gente entrare nella metropolitana e nei cinema. Vedo la gente comprare il giornale. E a volte tutto trema e per un attimo si ferma ogni cosa. E allora mi domando: dov’è il giovane invecchiato?, perché se n’è andato via?, e a poco a poco la verità comincia a venire a galla come un cadavere. Un cadavere che sale dal fondo del mare o dal fondo di un burrone. Vedo la sua ombra che sale. La sua ombra vacillante. La sua ombra che sale come se risalisse la collina di un pianeta fossilizzato. E allora, nella penombra della mia malattia, vedo il suo volto feroce, il suo dolce volte, e mi domando: sono io il giovane invecchiato? È questo il vero, il grande terrore, essere io il giovane invecchiato che grida senza che nessuno lo ascolti? E se il povero giovane invecchiato fossi io? E allora passano a una velocità vertiginosa i volti che ho ammirato, i volti che ho amato, odiato, invidiato, disprezzato. I volti che ho protetto, quelli che ho attaccato, i volti da cui mi sono difeso, quelli che ho cercato invano.

E poi si scatena la tempesta di merda.”

(Roberto Bolaño, “Notturno cileno”, ed. Adelphi)

“Chiamate telefoniche” (Roberto Bolaño)

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“Parlammo tante altre volte. Ci furono settimane in cui la chiamai due volte al giorno, chiamate brevi, ridicole, dove l’unica cosa che volevo dire non gliela potevo dire, e allora parlavo di qualsiasi cosa, la prima cosa che mi venisse in mente, nonsense che speravo le strappassero un sorriso. Una volta mi prese la nostalgia e cercai di ricordare il passato, ma Clara si rivestì della sua corazza di ghiaccio e la nostalgia non ci metteva molto a passarmi. Quando si stava avvicinando la data della sua operazione le mie telefonate si intensificarono. Una volta parlai con suo figlio. Un’altra con Paco. Entrambi sembravano stare bene, si sentiva che stavano bene, se non altro meno nervosi di me. Probabilmente mi sbaglio. Di sicuro mi sbaglio. Tutti si preoccupano per me, mi disse Clara una sera. Pensai che si riferisse al marito e al figlio, ma in realtà il tutti includeva anche molti altri, molti di più di quanti io potessi immaginare, tutti. La sera prima del giorno in cui doveva ricoverarsi, chiamai. Mi rispose Paco. Clara non c’era. Da due giorni nessuno aveva sue notizie. Dal tono di Paco intuii che sospettava che potesse essere con me. Glielo dissi francamente: con me non è, ma quella sera desiderai con tutto il cuore che Clara arrivasse a casa mia. La aspettai con le luci ancora accese e alla fine mi addormentai sul divano e sognai una donna bellissima che non era Clara, una donna alta, con i seni piccoli, magra, con le gambe lunghe, gli occhi castani e profondi, una donna che non sarebbe mai stata Clara e che con la sua presenza la eclissava, la faceva apparire come una povera quarantenne tremante e sperduta. Non venne a casa mia. Continua a leggere…

“I detective selvaggi” (Roberto Bolaño)

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“C’è una letteratura per quando ti annoi. Fin troppa. C’è una letteratura per quando sei calmo. Questa è la letteratura migliore, io credo. C’è anche una letteratura per quando sei triste. E c’è una letteratura per quando sei allegro. C’è una letteratura per quando sei avido di conoscenza. E c’è una letteratura per quando sei disperato. Quest’ultima è quella che volevano fare Ulises Lima e Belano. Grave errore, come si vedrà più avanti. Prendiamo, per esempio, un lettore medio, un tipo tranquillo, colto, dalla vita più o meno sana, maturo. Un uomo che compra libri e riviste di letteratura. Bene, ecco. Quest’uomo può leggere quello che si scrive per quando si è sereni, per quando si è calmi, ma può anche leggere qualunque altro genere di letteratura, con occhio critico, senza complicità assurde o vergognose, spassionatamente. Questo è quel che penso io. Non voglio offendere nessuno. Adesso prendiamo il lettore disperato, al quale presumibilmente è rivolta la letteratura dei disperati. Come lo vedete? Primo: si tratta di un lettore adolescente o di un adulto immaturo, vigliacco, con i nervi a fior di pelle. È il tipico coglione (mi si perdoni l’espressione) che si suicidava dopo aver letto il Werther. Secondo: è un lettore limitato. Perché limitato? Elementare, perché non riesce a leggere altro che letteratura disperata o per disperati, una cosa vale l’altra, un individuo o un mostro incapace di leggere tutto d’un fiato La ricerca del tempo perduto, per esempio, o La montagna incantata (nella mia modesta opinione un paradigma della lettura tranquilla, serene, completa) o, se vogliamo, I miserabili o Guerra e pace. Credo di aver parlato chiaro, no?…”

(Roberto Bolaño, “I detective selvaggi”, ed. Sellerio)

Alla fine di una lettura come “I detective selvaggi”, riesca difficile, per me, scrivere un articolo che possa invogliare il lettore ad acquistarlo, perché da un lato non sono in grado di rendere la bellezza della prosa di Bolaño, dall’altro avverto che questo è un libro stupendo ma che può anche respingere chi non è disposto ad arrendersi al profluvio di parole, alla magmatica condensazione di personaggi e storie che sono contenuti in un romanzo che in realtà ha in sé tanti romanzi che si presentano al lettore per poi scappargli via, in un beffardo gioco all’inseguimento di esperienze inafferrabili. Continua a leggere…

Bolaño (letture di) in corso

In veste di gestore del blog latito, ma ho l’alibi, sto leggendo “I detective selvaggi” di Roberto Bolaño (ed. Sellerio). Oltre 800 pagine. Ci vuole un po’, ma ne vale la pena.

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“…tutto veniva filtrato dalle parole…” (Roberto Bolaño)

“Nell’Ottocento, alla metà o alla fine dell’Ottocento, disse il tipo con i capelli bianchi, la società era solita filtrare la morte attraverso le parole. Se uno legge le cronache dell’epoca si direbbe che quasi non si verificavano fatti criminosi o che un assassinio era capace di turbare un intero paese. Non volevamo la morte in casa, nei nostri sogni e nelle nostre fantasie, eppure è un dato di fatto che venivano commessi delitti terribili, squartamenti, violenze di ogni genere, e anche omicidi in serie. Naturalmente, la maggior parte dei serial killer non veniva mai catturata, pensi solo al caso più famoso dell’epoca. Nessuno scoprì mai chi era Jack lo Squartatore. Tutto veniva filtrato dalle parole, convenientemente adeguato alla nostra paura. Cosa fa un bambino quando ha paura? Chiude gli occhi. Cosa fa un bambino che sta per essere violentato e ucciso? Chiude gli occhi. Le parole servivano a questo scopo. Ed è curioso, perché tutti gli archetipi della follia e delle crudeltà umane non sono stati inventati dagli uomini di quest’epoca ma dai nostri antenati. I greci inventarono, per così dire, il male, videro il male che tutti portiamo dentro, ma le testimonianze o le prove di questo male non ci commuovono più, ci sembrano futili, incomprensibili. Lo stesso si può dire della follia. Furono i greci ad aprire questo ventaglio, eppure adesso questo ventaglio non ci dice più nulla. Lei dirà: tutto cambia. Certo, tutto cambia, ma gli archetipi del crimine non cambiano, così come non cambia la nostra natura. Una spiegazione plausibile è che la società, all’epoca, era piccola. Sto parlando dell’Ottocento, del Settecento, del Seicento. È chiaro, era piccola. La maggior parte degli esseri umani viveva fuori dai confini della società. Nel Seicento, per esempio, a ogni viaggio di una nave negriera moriva almeno il venti per cento della mercanzia, cioè della gente di colore che veniva trasportata per essere venduta, diciamo, in Virginia. E questo non turbava nessuno né usciva a titoli cubitali sul giornale della Virginia, e nessuno chiedeva di impiccare il capitano della nave che li aveva trasportati. Se, al contrario, un possidente aveva un attacco di follia e ammazzava il vicino e poi tornava al galoppo a casa dove appena smontato ammazzava sua moglie, due morti in tutto, la società della Virginia restava intimorita per almeno sei mesi, e la leggenda dell’assassino a cavallo poteva tramandarsi per generazioni. I francesi, per esempio. Durante la Comune del 1871 furono assassinate migliaia di persone e nessuno versò una lacrima per loro. In quegli stessi anni un arrotino ammazzò una donna e la sua vecchia madre (non la madre della donna, ma la propria madre, amico mio) e poi fu abbattuto dalla polizia. La notizia non solo fece il giro dei giornali francesi, ma comparve anche su altri giornali europei e addirittura fu pubblicato un articolo sull’<<Examiner>> di New York. I motivo: i morti della Comune non appartenevano alla società, la gente di colore morta sulla nave non apparteneva alla società, mentre la donna morta in un capoluogo francese e l’assassino a cavallo della Virginia ne facevano parte, in altre parole, quello che era successo a loro era ascrivibile, era leggibile. E nonostante tutto le parole praticavano più l’arte di nascondere che l’arte di svelare. O forse svelavano qualcosa. Che cosa?, le confesso che non lo so.” Continua a leggere…

“2666. La parte dei critici. La parte di Amalfitano. La parte di Fate” (Roberto Bolaño)

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“Il sole però ha una sua utilità, a questo ci arriva chiunque abbia un po’ di cervello, disse Seaman. Da vicino è l’inferno, ma da lontano è bello e utile, solo un vampiro lo negherebbe. Poi cominciò a parlare delle cose che una volta erano utili, sulle quali c’era consenso, e che ora invece ispiravano sfiducia, come i sorrisi per esempio, negli anni Cinquanta, disse, un sorriso ti apriva tutte le porte. Ora un sorriso ispira diffidenza. Una volta, se eri un venditore ed entravi in qualche posto, la cosa migliore era fare un gran sorriso. Lo stesso se eri cameriere o manager, segretaria, medico, sceneggiatore o giardiniere. Gli unici che non sorridevano mai erano i poliziotti e le guardie penitenziarie. Quelli sono rimasti uguali. Ma gli altri, cercavano tutti di sorridere. Fu il momento d’oro dei dentisti negli Stati Uniti. I neri, naturalmente, sorridevano sempre. I bianchi sorridevano. Gli asiatici. Gli ispanici. Ora sappiamo che dietro un sorriso può nascondersi il tuo peggior nemico. O, detto in altro modo, non ci fidiamo più di nessuno, a partire da quelli che sorridono, perché sappiamo che cercano di ottenere qualcosa da noi. Eppure la televisione americana è piena di sorrisi e di dentature sempre più perfette. Vogliono farci credere che sono brave persone, incapaci di fare del male a una mosca? Nemmeno. In realtà non vogliono nulla da noi. Vogliono solo mostrarci le loro dentature, i loro sorrisi, senza chiederci niente in cambio salvo la nostra ammirazione. Ammirazione. Vogliono che li guardiamo, tutto qui. Le loro dentature perfette, i loro corpi perfetti, i loro modi perfetti, come se si stessero perennemente staccando dal sole e fossero pezzi infuocati, frammenti d’inferno ardente, la cui presenza su questo pianeta obbedisce unicamente alla necessità di essere ossequiati.” Continua a leggere…

Intervista a Roberto Bolaño (1988, dalla tv cilena)

Sto leggendo “2666” di Roberto Bolaño e ne sono letteralmente rapito. Mi era già piaciuto il primo incontro con lui, cioè “I dispiaceri del vero poliziotto”, sul quale ho già scritto su questo blog.

In attesa di scrivere le mie impressioni su “2666”, pubblico un’intervista che ho trovato su youtube. Da quel che ho letto nelle note sottostanti ai video su youtube, l’intervista risale al 1988, per la trasmissione “Off the record” della tv cilena; è, dunque all’epoca in cui “2666” non era stato ancora pubblicato. I libri di Bolaño citati nell’intervista non li ancora letti, ma rimedierò a breve. Intanto offro anche a voi la possibilità di conoscere meglio quest’autore, che tra l’altro, nel secondo video, quasi a volermi accattivare ancora di più, ricorda la scoperta del romanzo “La caduta” di Albert Camus.

Un sentito ringraziamento alla persona che ha tradotto e pubblicato questi video. L’intervista è suddivisa in sei video, il primo è un’introduzione, nelle altre parla lo scrittore.

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“I dispiaceri del vero poliziotto” (Roberto Bolaño)

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“E cos’è che impararono gli allievi di Amalfitano? Impararono a recitare a voce alta. Mandarono a memoria le due o tre poesie che più amavano per ricordarle e recitarle nei momenti opportuni: funerali, nozze, solitudini. Capirono che un libro era un labirinto e un deserto. Che la cosa più importante del mondo era leggere e viaggiare, forse la stessa cosa, senza fermarsi mai. Che una volta letti gli scrittori uscivano dall’anima delle pietre, che era dove vivevano da morti, e si stabilivano nell’anima dei lettori come in una prigione morbida, ma che poi questa prigione si allargava o scoppiava. Che ogni sistema di scrittura è un tradimento. Che la vera poesia vive tra l’abisso e la sventura e che vicino a casa sua passa la strada dei gesti gratuiti, dell’eleganza degli occhi e della sorte di Marcabruno. Che il principale insegnamento della letteratura era il coraggio, un coraggio strano, come un pozzo di pietra in mezzo a un paesaggio lacustre, un coraggio simile a un vortice e a uno specchio. Che leggere non era più comodo che scrivere. Che leggendo s’imparava a dubitare e a ricordare. Che la memoria era l’amore”.

(Roberto Bolaño, “I dispiaceri del vero poliziotto”, ed. Adelphi)

Una circostanza del tutto casuale, che ho raccontato sul finire di un precedente articolo, è alla base della mia tardiva scoperta di Roberto Bolaño, autore del quale finora non avevo letto nulla, ma che prossimamente andrò a scovare nelle librerie e/o nelle biblioteche. “I dispiaceri del vero poliziotto” è il titolo, peraltro la cosa che mi è piaciuta di meno, di questo che è l’ultimo lavoro di Bolaño; nella prefazione al testo, è spiegato come lo scrittore avesse concepito questo romanzo dalla fine degli anni ’80, e fosse giunto, poco prima della morte, nel 2003, Continua a leggere…

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