Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Era arrossita?”

Proust

“Non potevo ricordarmi se Albertine fosse arrossita quando avevo ingenuamente proclamato il mio orrore per tendenze di quel genere, non potevo ricordarmene, perché spesso troppo tempo è passato quando vorremmo sapere quale atteggiamento abbia avuto una persona in un momento in cui non vi facemmo assolutamente attenzione e che, più tardi, quando ripensiamo alla nostra conversazione, chiarirebbe una difficoltà assillante. Ma nella nostra memoria c’è una lacuna, non c’è traccia di quanto cerchiamo. E molto spesso non abbiamo prestato attenzione, sul momento, alle cose che potevano già sembrarci importanti, non abbiamo sentito una frase, non abbiamo notato un gesto, oppure l’abbiamo dimenticato. E quando, più tardi, avidi di scoprire una verità, risaliamo di deduzione in deduzione, sfogliando la nostra memoria come una raccolta di testimonianze, quando arriviamo a quella frase, a quel gesto, ci è impossibile ricordare, ricominciamo venti volte lo stesso percorso, ma inutilmente, non andiamo oltre. Era arrossita?”
(Marcel Proust, “Alla ricerca del tempo perduto”)

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Scelte casuali (?) in biblioteca.

Vado in biblioteca a scegliere un libro. Dopo diverse indecisioni, esco con “Il grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald e “Il giorno della locusta” di Nathanael West, che all’ingresso in biblioteca non sfioravano neanche la mia mente.
Giunto a casa, comincio a leggere la biografia di West.
Scopro che i due scrittori si stimavano reciprocamente. Fin qua tutto regolare.
Scopro anche che sono morti a distanza di un giorno l’uno dall’altro, nel 1940.
Ho come la sensazione che siano stati i libri a scegliere me, non viceversa.
In realtà, mi dico, è stato solo un “caso”.
Già, ma cos’è il “caso”?

P.s.: questo è chiaramente un articolo forzato e figlio della pigrizia da sole agostano.

Frammento n. 6: “Bianco in biblioteca” (ovvero: il blocco dello scrittore coglie anche chi scrittore non sarà mai)

Per tramutare i pensieri in scritti confidava nel silenzio della biblioteca comunale, ma quel rifugio lo confondeva ancora di più. Il confronto con i libri custoditi dagli scaffali disposti attorno a lui era impietoso. Le parole dei suoi autori preferiti, vivide nella sua testa, legate a ricordi personali sebbene narrassero esperienze spesso agli antipodi delle sue, avevano, dunque, il duplice effetto di proteggerlo dal rumore del vissuto quotidiano e al tempo stesso ricordargli la pretenziosità delle sue aspirazioni letterarie. Immaginava Ivan Karamazov lì in piedi, dinanzi a lui, con lo sguardo torvo, a paralizzare qualsiasi tentativo di scrittura.

Era forte la consapevolezza che anche quel giorno non sarebbe riuscito a spremere nulla dal flusso di pensieri che lo assaliva. Avrebbe dovuto abbandonare ogni velleità, rinunciare alla pretesa di esprimersi, benché quest’ipotesi gli apparisse impraticabile. Sarebbe stato meglio rileggere determinati libri, fino a compenetrarsi totalmente negli stessi. Più che la scrittura, la lettura avrebbe potuto fornire qualche risposta parziale alle domande abissali che da sempre assillano gli uomini di ogni luogo e tempo.

Da qualche giorno pensava alla parola “apatia”, che un suo amico aveva tirato fuori in una discussione, invitandolo a scrivere una storia che potesse reificare quel concetto. L’invito lo aveva stimolato, ma in concreto non sapeva su cosa scrivere, di chi narrare. I fogli, dinanzi a lui, restavano bianchi. La grandiosità altrui lo colmava, paralizzando la sua presunta e mai dimostrata indole creativa. Forse, pensava, c’era bisogno di far sedimentare i pensieri e rigettarsi nella cosiddetta vita “di società”, dalla quale negli ultimi tempi si era ritratto, in modo da quietare quella tempesta infruttuosa. Era bloccato. Accumulava solo frammenti, inanellava ricordi, frasi, locuzioni, appunti scarabocchiati, scettico sul fatto che tutto ciò un giorno poteva assumere un ordine che desse un senso logico, convinto com’era che le “cose” non assumono un senso di per sé e che un senso non c’è.

Più che sull’apatia, i suoi abbozzi vertevano sull’assurdo dell’esistenza, o meglio sulla sua personale percezione circa l’assurdità. L’assurdo lo percepiva in tutto ciò che lo circondava, sentiva che anche gli altri dovessero esserne consapevoli, i suoi amici, i familiari, tutti dovevano percepirlo, sarebbe stato terribile vivere senza quella consapevolezza. Pure sapeva che altrettanto assurdo era quel continuo interrogarsi, così come deleteria si era rivelata la convinzione che non fosse possibile condividere nulla di realmente suo, che bisognasse imparare a restare sulla superficie, e che l’empatia era una parola meravigliosa, ma che, di fatto, nei rapporti reali, quotidiani, fosse per lui sempre più difficile, ormai, darle concretezza.

Si giudicava banale quando lo sfiorava la sensazione di essere diverso, perché non aveva senso quel percepire la propria diversità, dato che ciascuno si reputava diverso dagli altri. Non aveva mai capito quando, da più giovane, gli dicevano, talvolta, che lui era un tipo strano, perché “pensava troppo” o “leggeva troppo”, che doveva prendere tutto “più alla leggera”. Certo, anche nel chiuso di quella biblioteca si rendeva conto che tutte quelle riflessioni erano inutili e non lo avrebbero portato da nessuna parte, ma non poteva eluderle, ma non per questo riteneva di “leggere troppo”, di “pensare troppo” o di prendere l’esistenza con “pesantezza”. Era il suo modo di esistere, altrettanto insensato rispetto ad altri.

Prese la penna in mano, voleva riprovare a scrivere qualcosa, ma non ne ebbe il tempo.

In quel momento, nella zona della biblioteca dove si era seduto entrò una ragazza.

– Buongiorno – gli disse lei accomodandosi all’altro tavolo lì presente.

La giovane poggiò due volumi sul tavolo. Lui sbirciò e riconobbe solo quello più in vista. Era “Lo straniero” di Camus.

(…continua? Boh!!!)
P.s.: per i più masochisti, gli altri frammenti si trovano qui.

“La miglior definizione di patria è: biblioteca” (Elias Canetti)

“Lui si guardò attorno e trasse un sospiro di sollievo, come un ergastolano rimesso in libertà. Sì, quella è la sua patria. Là non gli può accadere nulla di male. Sorride all’idea che là gli possa accadere qualcosa. Evita di guardare dalla parte del divano letto. Ogni essere umano ha bisogno di una patria, non quella che intendono certi rozzi patrioti sempre pronti a fare a pugni, e neppure una qualche religione, insipido assaggio di una patria oltremondana. No: una patria che racchiuda in sé il suolo, il lavoro, gli amici, la ricreazione, l’ambito spirituale della propria attività, facendone un tutto naturale, ben ordinato, un vero e proprio cosmo personale. La miglior definizione di patria è: biblioteca”

(Elias Canetti, “Auto da fé”).

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