Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“L’integrazione” (Luciano Bianciardi)

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“Prima di tutto mi disse che ero un provinciale. Cosa mi credevo? Che la grande città fosse quel luogo di meraviglie e di godurie che credono certi, quelli che amano viaggiare? No, la grande città era proprio così, invece: un posto duro, cattivo, teso, assillato: tanta gente che corre, che si dibatte, che ti ignora, deve arrivare.

– Arrivare dove? – chiesi.

– Chi lo sa? A pagare la tratta che scade, forse, a trovare i soldi per concedersi questo dubitabile vantaggio, provinciale anch’esso, di vivere nella grande città. Guardali in faccia: stirati, con gli occhi della febbre, dimentichi di tutto tranne che dei soldi che ci vogliono ogni giorno, e che servono soltanto quanto basta per stare in piedi, per lavorare, trottare ancora, e fare altri soldi. Un giro vizioso. E la tragedia sta proprio nel fatto che di questo loro non si avvedono, si ritengono privilegiati. Ascoltali, provocali, e sentirai la sicumera di questa gente, solo perché abita nella grande città. Questi sono i ceti medi italiani, avviliti dal padrone, e insieme sollecitati a muoversi nella direzione che più fa comodo al padrone. Neanche i loro bisogni sono genuini: pensa la pubblicità a fabbricarglieli, giorno per giorno. Tu vorrai il frigorifero, dice la pubblicità, tu la macchina muova, tu addirittura una faccia nuova. E loro vogliono quello che il padrone impone, e credono che sia questa la vita moderna, la felicità. Sgobbano, corrono come allucinati dalla mattina alla sera, per comprarsi quello che credono di desiderare; in realtà quel che al padrone piace che si desideri.”

(Luciano Bianciardi, “L’integrazione”, ed. Feltrinelli)

 “L’integrazione” può essere considerato una sorta di seconda tessere di un mosaico composto dall’antecedente “Il lavoro culturale” e dal successivo “La vita agra”, quest’ultimo a mio parere il più riuscito. Il protagonista è Luciano Bianchi, alter-ego dell’autore, che assieme al fratello Marcello si trasferisce dalla provincia toscana a Milano, con l’obiettivo di compiere una “mediazione” tra il mondo provinciale e quello del boom economico metropolitano, nell’Italia dei primi anni Sessanta.

Pur senza la carica sarcastica che contraddistinguerà “La vita agra”, anche in questo romanzo Bianciardi è abile nel fare satira sull’industria culturale, narrandoci le surreali riunioni di redazione, con discussioni su virgolette e propositi velleitari di lanciare una fantomatica “grossa iniziativa” culturale. Il romanzo è molto divertente e si legge tutto d’un fiato, sebbene, lo ribadisco, non abbia quel furore corrosivo che caratterizza “La vita agra”.

“Il tram non ammetteva indugi, perché conducente e fattorino dosavano con parsimonia l’apertura delle porte scorrevoli; una brevissima sosta e poi la corsa ricominciava. Capitava così, a volte, che il passeggero più lento o meno avveduto a scendere restasse con un braccio o una gamba imprigionata dentro, e la vettura allora se lo trascinava dietro a corsa. Era goffo e pietoso insieme lo spettacolo di qualche vecchietta, costretta a trottare in quel modo da una fermata all’altra, senza nemmeno più la voce per lanciare un urlo e costringere il tram a fermarsi. Era anche pericoloso, ma d’altro canto non si poteva chiedere una fermata in più oltre quelle stabilite dall’orario e dal regolamento, severissimo, e solo per i comodi di un viaggiatore poco sveglio. Sarebbe stato contro l’interesse degli altri passeggeri, la maggioranza, che non aveva tempo da perdere. Fu allora che qualcuno propose – ma poi non se ne fece di nulla, perché una parte dell’opinione pubblica fu decisamente contraria – di mettere a ogni fermata un funzionario apposta, munito di un paio di robuste cesoie, che rapidamente resecasse quelle appendici inopportune, braccia e gambe, sporgenti oltre la sagoma della vettura, mettendo in pericolo la vita di qualcuno, ed insieme, quel che più conta, intralciando e ritardando la corsa.”

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Miller e Bianciardi

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(Che i libri si chiamino l’uno con l’altro può anche essere una gran sciocchezza, anzi una cazzata. Però a volte accade. Oggi è accaduto. A Roma ho comprato “L’integrazione”, romanzo di Luciano Bianciardi, che ancora non ho letto. Torno a Itri e su una bancarella dell’usato il primo libro che noto è “Tropico del Cancro” di Henry Miller, che invece ho letto anni fa, ma in biblioteca. Decido di comprarlo e scopro che la traduzione è proprio di Bianciardi. Mentre sto per pagarlo, il rivenditore dell’usato pare quasi dispiaciuto, perché era affezionato a quel libro. Mi chiede di dettargli un brano di pag. 242, perché vuole scriverselo su un’agenda. Comincio a dettare le parole di Miller, tradotte da Bianciardi, e mi viene voglia di rileggere tutto il romanzo. Poi vado a fare la fotocopia della pagina e la lascio al rivenditore, dopo aver spiegato anche a lui la storia di Bianciardi e Miller.)

“Oggi io sono consapevole della mia ascendenza. Non mi occorre consultare oroscopi o alberi genealogici. Di quel che è scritto nelle stelle, o nel mio sangue, io non so nulla. So di venire dai fondatori mitologici della razza. L’uomo che leva la santa bottiglia alle labbra, il criminale che s’inginocchia nella piazza del mercato, l’ingenuo il quale scopre che tutti i cadaveri puzzano, il pazzo che danza con un fulmine in mano, il frate che solleva la tonaca per pisciare sul mondo, il fanatico che fruga le biblioteche e cerca del Verbo – tutte queste persone si fondono in me, tutte fanno la mia confusione, la mia estasi. Se non disumano, è perché il mio mondo ha vuotato in un cesso tutti i legami umani, perché essere umano par cosa povera, triste, miseranda, limitata dai sensi, ristretta dalla morale e dai codici, definita dalle ovvietà e dagli ismi. Mi riverso il succo dell’uva giù per la gola e ci scopro saggezza, ma la mia saggezza non nasce dall’uva, la mia ubriachezza non deve nulla al vino.”

(Henry Miller, “Tropico del Cancro”, ed. Feltrinelli, nella traduzione di Luciano Bianciardi)

“Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima” (da “La vita agra” di Bianciardi)

(Pensavo a questo brano tratto da “La vita agra”, scritto nel 1962)

E invece ora sembra che tutti ci credano, a quest’altro miracolo balordo: quelli che lo dicono già compiuto e anche gli altri, quelli che affermano che non è vero, ma lasciate fare a noi e il miracolo ve lo montiamo sul serio, noi.

È aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale cumulativo e pro capite, l’occupazione assoluta e relativa, il numero delle auto in circolazione e gli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze squillo, la paga oraria, il biglietto del tram e il totale dei circolanti su detto mezzo, il consumo del pollame, il tasso di sconto, l’età media, la statura media, la valetudinarietà media, la produttività media e la media oraria al giro d’Italia.

Tutto quello che c’è di medio è aumentato, dicono contenti. E quelli che lo negano propongono però anche loro di fare aumentare, e non a chiacchiere, le medie; il prelievo fiscale, la scuola media e i ceti medi. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tra apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda.

A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’uno con l’altro dalla mattina alla sera.

Io mi oppongo.

(Luciano Bianciardi, “La vita agra”, 1962)  

“Non leggete i libri, fateveli raccontare” (Luciano Bianciardi)

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“Il discorso è vecchio, sostanzialmente falso, ma tutti lo ripetono e facciamo dunque finta di crederci anche noi: la vera cultura si fa in provincia. Lontani dalle distrazioni e dal tumulto delle grandi città, i giovani hanno tempo per pensare, discutere, dibattere. Si formano così cervelli e coscienze: poi arriva la grande città, screma il meglio dell’intelligenza periferica e l’adopera per la fabbricazione dei suoi formaggini culturali. In provincia c’è ancora la possibilità di studiare, di leggere. Molti giovani ci cascano, studiano, leggono. Anzi, hanno la pretesa di voler leggere tutto.

Ora, statistiche alla mano, si sa che escono ogni anno in Italia dodicimila libri, il che fa una media di quaranta al giorno, domeniche escluse. Ci sarebbero poi i libri stranieri, per lo meno quelli nelle tre lingue principali d’Occidente, che non vanno ignorati: il totale cresce a centocinquanta opere giornaliere: non c’è neanche il tempo di leggere i titoli e i risvolti di copertina. Chi si butta nella lettura è destinato ad affogarvicisi; Continua a leggere…

“L’inverno del nostro scontento” (John Steinbeck)

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“Mi par di credere che un uomo cambia, di continuo. Ma ci sono momenti in cui il cambiamento si fa avvertibile. Se mi mettessi a scavare a fondo, forse rintraccerei i semi del mio cambiamento addirittura dalla mia nascita o anche prima. Di recente molte piccole cose avevano cominciato a formare un disegno di cose più grosse. È come se eventi ed esperienze mi avessero sollecitato e spinto in una direzione contraria a quella normale, ossia a quella che ero giunto a pensare normale – la direzione del commesso di bottega, il fallito, l’uomo senza alcuna speranza o spinta vera, bloccato dalla responsabilità di riempire le pance e di vestire i corpi della sua famiglia, ingabbiato da abitudini e atteggiamenti che io consideravo morali, anzi virtuosi. E forse io avevo un mio mediocre compiacimento nell’essere quel che si dice un “Uomo Buono”.

(John Steinbeck, “L’inverno del nostro scontento”, Arnoldo Mondadori editore)

Ethan Hawley lavora come commesso in un negozio di generi alimentari, dopo aver dissipato l’eredità di famiglia in un investimento sbagliato. Ha partecipato alla seconda guerra mondiale, è tornato portando con sé alcuni fantasmi della mente, ma nel complesso si è adattato alla sua nuova condizione lavorativa. È ritenuto, dall’oscuro proprietario del negozio, l’italiano Marullo, un bravo ragazzo. Chi non sembra, invece, accontentarsi del tenore di vita di Ethan sono le persone che lo circondano, a cominciare dalla moglie Mary, dai giovani figli aspiranti concorrenti di quiz televisivi, dalla conturbante Margie, Continua a leggere…

La vita agra (Luciano Bianciardi)

E invece ora sembra che tutti ci credano, a quest’altro miracolo balordo: quelli che lo dicono già compiuto e anche gli altri, quelli che affermano che non è vero, ma lasciate fare a noi e il miracolo ve lo montiamo sul serio, noi.

È aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale cumulativo e pro capite, l’occupazione assoluta e relativa, il numero delle auto in circolazione e gli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze squillo, la paga oraria, il biglietto del tram e il totale dei circolanti su detto mezzo, il consumo del pollame, il tasso di sconto, l’età media, la statura media, la valetudinarietà media, la produttività media e la media oraria al giro d’Italia.

Tutto quello che c’è di medio è aumentato, dicono contenti. E quelli che lo negano propongono però anche loro di fare aumentare, e non a chiacchiere, le medie; il prelievo fiscale, la scuola media e i ceti medi. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tra apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda.

A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’uno con l’altro dalla mattina alla sera.

Io mi oppongo.

(Luciano Bianciardi, “La vita agra”)  

“La vita agra”, per dirla con le parole dello stesso Bianciardi, è “la storia di una solenne incazzatura, scritta in prima persona singolare”. L’autore prese spunto da un drammatico episodio di cronaca, l’esplosione di un pozzo in una miniera nei pressi di Grosseto, che egli aveva avuto modo di conoscere nell’ambito di un’inchiesta giornalistica sulle condizioni lavorative dei minatori. Il protagonista del romanzo, infatti, decide di vendicare la morte degli operai, progettando l’esplosione del “torracchione”, ovvero la sede dove a suo avviso risiedono i responsabili del tremendo episodio. Il romanzo, però, è molto altro, al di là di questo pretesto narrativo. Scritto nel 1962, dunque nel bel mezzo del cosiddetto “boom economico italiano”, il libro è fortemente autobiografico, basti pensare alle esilaranti pagine dedicate al lavoro di traduttore del protagonista.

“L’amara ironia degli spiriti mortalmente offesi”* e il sarcasmo permeano tutto il romanzo, e Bianciardi, in questo che è considerato il suo capolavoro, non sembra risparmiare niente e nessuno, nemmeno, anzi soprattutto, se stesso e le sue debolezze. Continua a leggere…

La vertigine della lista (purtroppo morirò, si spera tardi, senza leggere tutti i libri dell’universo)

In un angolo neanche tanto nascosto della mia stanza giacciono centinaia di foglietti. Li conservo perché non mi piace buttare la carta, finché posso utilizzarla. Ieri sera avevo deciso di fare un po’ di pulizia, avendo la pila di foglietti raggiunto livelli considerevoli, ma non se n’è fatto nulla perché ho perso tempo a rileggere molti di quei pezzetti all’apparenza irrilevanti, ma che contengono ciascuno un frammento della mia esistenza. Circa le assurdità che ho ritrovato scritte sui singoli foglietti e su quel che mi hanno ricordato del mio passato, forse scriverò un articolo tra qualche giorno (o magari no, considerando che poco può interessare a voi, amabili lettori del blog: quest’ultima è una captatio benevolentiae, ogni tanto ci vuole).

Per ora mi soffermo su un foglio specifico che ho ritrovato e che mi ha offerto lo spunto per riflettere sul rapporto tra “Lettori e Scrittori”. L’argomento, però, è troppo vasto, così ho deciso di limitarmi al tema “Me e i Libri”, lasciando da parte tutta una serie di considerazioni su “chi” scrive, “chi” è pubblicato dagli editori, soprattutto “chi” legge “cosa” e addirittura “perché legge”.

L’oggetto della mia attenzione è, infatti, una lista intitolata (botta di fantasia, lo so) “Libri da leggere”, anch’essa ritrovata tra quei foglietti.

Non ricordo con precisione quando iniziai a stilarla, ma a giudicare dai libri che sono lì segnati credo che risalga ad almeno una decina di anni fa. Negli anni a seguire, la lista s’ingrandì, le due facciate delle pagine divennero colme e pensai, infine, di ordinare il tutto con una bella tabella di Excel. Un paio di anni fa, poi, ho scoperto Anobii, il social network dedicato ai libri, che oggi funge da mio promemoria virtuale, anche se, come detto, ancora adesso conservo l’abitudine di segnare ovunque, fosse anche su uno scontrino fiscale, titoli di libri, magari citati da altri autori, oppure che qualcuno mi suggerisce in una chiacchierata, dal vivo o virtuale che sia, di modo da poterli poi aggiungere alla lista, ormai diventata sterminata. Mi piace averla tra le mani, quella lista, stampata e leggibile, per esempio quando vado in libreria a comprare nuovi libri, che poi spesso non figurano nella stessa, ma sono acquistati sulla base di scelte del momento.

Nel guardare oggi, a distanza di anni, quei fogli, oltre a notare che l’iniziale metodicità aveva lasciato il posto a un certo caos, dovuto alle aggiunte, alle cancellature dei libri letti, subito mi balza alla mente una riflessione circa alcuni “nomi” e quel che allora significavano per me, a paragone di quel che significano adesso. L’esempio più lampante è la parola “Camus”, affiancata dalle parole “Il primo uomo”. Non ricordo perché mi appuntai proprio quel libro, so per certo che “Il primo uomo” è stato l’ultimo libro di Camus che ho letto. Il punto è che in quel periodo Camus era “solo” un nome fra gli altri, capitato lì in mezzo perché qualche altro autore aveva accennato incidentalmente al suo romanzo incompiuto e postumo. Sono passati tanti anni da quando ho stilato quella lista, ho letto e riletto molte volte i libri di Camus (e chi segue questo blog si sarà accorto che lui torna spesso) e guardare ora quella lista mi fa pensare a come ci evolviamo, a come le stesse parole per noi assumano un senso enormemente diverso a distanza di tempo o anche semplicemente in contesti differenti, al percorso che può portarci a scegliere un libro piuttosto che un altro, a sfiorare, magari, un autore, con il rischio di non leggere mai qualcosa che potremmo sentire come nostro più di tante altre pagine che gli abbiamo preferito. Altri nomi che mi colpiscono per ragioni simili sono quelli di Bernhard e Faulkner, in quel periodo “due tra tanti” e che poi ho “divorato”. Poi ci sono i testi che devo leggere da sempre e che ancora sono lì, come “Etica” di Spinoza. Infine, una curiosità. Ho trovato, sottolineato, un testo di Guido Morselli, “Dissipatio H.G”. Sono passati tanti anni, ma finalmente pochi giorni fa ho dato un senso a quella sottolineatura, che non ricordavo d’aver fatto, e ho acquistato proprio quel testo, che mi accingo a leggere di qui a pochi giorni.

Potrei proseguire con banali considerazioni sul fatto che cambiamo, magari spostando il discorso dalla lettura ai rapporti della nostra quotidianità. Ma questo non è l’argomento dell’articolo.

Tornado al tema, con il senno di adesso mi stupisco non poco che all’epoca non avessi letto nulla di Camus, e mi chiedo se in quella stessa lista, o in quella che attualmente è “aperta”, non vi siano altri autori che sto trascurando colpevolmente. Anzi, ne sono certo, perché ha ragione Troisi nella scena che ho pubblicato sopra, quando rinuncia a leggere perché gli scrittori sono troppi mentre lui è da solo, e la lotta è impari. Già, perché anche nel mio caso quella lista cartacea, che pure era abbastanza corposa, oggi ha assunto dimensioni ben più “preoccupanti”, e ho la sensazione che più leggerò libri più la stessa crescerà. Morirò, che sia tra un giorno, tra cinque anni o cento, senza aver completato la lettura di tutti quei testi, questo è certo.

In ogni caso, poco male. Sono ben contento di avere letto quelli che ho letto e di avere tuttora la passione per la lettura, al di là dell’irraggiungibilità della lista. Se poi dovessi stancarmi, un giorno, potrò sempre seguire il consiglio (paradossale, sia chiaro) che Luciano Bianciardi dà nelle sue strepitose sei lezioni ironiche in “Non leggere i libri, fateveli raccontare”, testo che vi consiglio di aggiungere alla vostra personale lista, che sono sicuro avrete anche voi da qualche parte nella vostra stanza.

Il biglietto del tram, il gelato, il “costo della cultura” (più seriamente: Bianciardi e Mastronardi)

“Avit’ fa conto de magnà nu’ gelato de meno”*. Con questa frase che ho tentato di trascrivere così come l’ho captata sull’autobus l’altro giorno, un arzillo pensionato cercava di consolare l’amico che si stava lamentando per l’aumento dei biglietti (e degli abbonamenti, dal 20, al 25, fino al 32 %) deciso dalla compagnia che gestisce i trasporti locali nella zona in cui abito.

Per una volta, insomma, volevo evadere dal dorato limbo della “Letteratura”, nel quale ho volutamente recintato questo blog (salvo eccezioni). Volevo pormi delle domande, ma ben presto mi sono accorto che c’era troppa “carne a cuocere”: politiche aziendali, scelte dei governi più o meno locali tese a (dis)incentivare l’utilizzo dei mezzi pubblici, prezzo della benzina, il passeggero** e le sue scelte (“dobbiamo utilizzare i mezzi pubblici, ma intanto comincia tu”), insomma una noia totale. Ho desistito presto, perché mi sarei perso nella ridda delle deduzioni, controdeduzioni, tutto sarebbe stato frammentario e non avrei risolto alcunché.

Tra l’altro, ad aggiungere confusione, erano intervenute delle riflessioni sul mitico “costo della cultura”, che avevano allargato ulteriormente il raggio della mia scriteriata analisi.

A trarmi d’impaccio, un ricordo. Quando lessi “La vita agra” di Luciano Bianciardi andai poi a cercare su youtube filmati a lui relativi. Tra gli altri, ne trovai uno con Bianciardi e altri autori a bordo di un tram. Bianciardi non era particolarmente entusiasta della situazione, e nel filmato si percepisce. Credo, ma potrei sbagliarmi, che il tutto fosse stato girato pochi mesi prima della sua morte.

Oggi sono andato a rivedermelo, per distogliermi dall’intenzione di scrivere l’articolo di cui vi ho detto. Ed ecco la sorpresa. Tra gli “altri autori” a bordo del tram chi trovo? Luciano Mastronardi, del quale ho finito di leggere pochi giorni fa “Il maestro di Vigevano”. Continua a leggere…

Il problema dell’Identificazione lettore – personaggio. Da Anna K. a Zeno Cosini, alcuni utili consigli per salvarvi.

Un male atavico affligge molti lettori, cioè la nefasta tendenza a identificarsi con un personaggio romanzesco, con tutte le conseguenze del caso. È il momento di fornire a voi amabili visitatori del blog uno strumento che potrà aiutarvi a uscire dal “tunnel dell’Identificazione”. Chi di voi abbia provato un’esperienza del genere (sia pure nella più o meno lontana gioventù), potrà trovare dei sintetici consigli che lo aiuteranno a estirpare i residui del personaggio con cui si era immedesimato. Chi ancora non ha letto i romanzi che hanno come protagonisti i soggetti sotto elencati potrà, invece, costituire attorno a sé una barriera per preservarsi dal processo d’identificazione e della sua inevitabili patologie. A chi, invece, ritiene che sia da stolti identificarsi con un personaggio, dico che ha ragione, ma che non è bello da parte sua ricordarmelo.

Ho pensato di suddividere i personaggi in ordine alfabetico, facilitando così la vostra eventuale ricerca. Accanto a ciascuno ho messo un suggerimento lapidario. Non è farina del mio sacco, tutto ciò mi è stato recapitato nottetempo da un messaggero oscuro ma benevolo. P.s.: la lista è da completare. Il messaggero mi visiterà ancora, ne sono certo.

A)

  • AMLETO (“Amleto”, William Shakespeare). Per dirimere i vostri dubbi, affidatevi all’oroscopo, anche se non ci credete.
  • ANNA KARENINA (“Anna Karenina”, Lev Tolstoj). Occhio ai treni.
  • ALESA KARAMAZOV (“I fratelli Karamazov”, Fëdor Dostoevskij). L’abito monacale non vi dona.
  • ANTONIO ROQUENTIN (“La nausea”, Jean Paul Sartre). Sorridete al fotografo. Lo so che non vi va, ma ogni tanto “fate buon viso a cattivo gioco”; e sorridete anche a questa frase fatta. Ma lo dico per voi, eh.

B)

  • BERNARD RIEUX (“La peste”, Albert Camus). Il lavoro non vi mancherà. Rimboccatevi il camice.
  • BARTLEBY (“Bartleby lo scrivano”, Hermann Melville). Attenti a dire sempre “preferirei di no”, il posto fisso è passato di moda, orde di precari aspettano di prendere il vostro posto.
  • BEHEMOTH (“Il Maestro e Margherita”, Michail Bulgakov). Siate felini ma con giudizio. Non funziona come nei libri. Camminare a quattro zampe con atteggiamento sornione potrebbe anche portarvi direttamente al primo centro d’igiene mentale.

C)

  • CYRANO (“Cyrano de Bergerac”). Il romanticismo è stato bello, scrivere le lettere d’amore anche, ma non è il tempo di essere più pratici? No, la butto là, poi pensateci voi.
  • CANDIDO (“Candido”, Voltaire). I precettori non hanno sempre ragione.

D)

  • DORIAN GRAY (“Il ritratto di Dorian Gray”, Oscar Wilde). La bellezza (?) vi ucciderà. Siate pronti all’appuntamento.
  • DMITRI K. (“I fratelli Karamazov”, Fëdor Dostoevskij). Non è saggio andare nei pub per ubriacarvi e raccontare i fatti vostri.
  • DON CHISCHIOTTE (“Don Chisciotte”, Miguel de Cervantes Saavedra). I mulini non sono quello che sembrano.

E)

  • EUGENE DE RASTIGNAC (“Papà Goriot”). Prima di affacciarvi da una collina e gridare, in tono di sfida “Parigi, ora a noi due”, accertatevi di essere davvero a Parigi e non ancorati in una provincia qualsiasi. Continua a leggere…

“Non leggete i libri, fateveli raccontare”

Non sapevo che titolo dare a questo articolo. “Consigli di lettura” mi sembrava presuntuoso. Chi sono per consigliare chicchessia? Ho pensato a qualcosa di ironico, ma sono a corto di fantasia. Lasciarlo senza titolo? Mah. Insomma, alla fine ho scelto il titolo di un libro di Luciano Bianciardi (dal sottotitolo eloquente: “Sei lezioni per diventare un intellettuale, dedicate in particolare ai giovani privi di talento”). Non sto qui a spiegare il sarcasmo strepitoso dei testi di Bianciardi.

A farla breve, e già mi sono dilungato in chiacchiere inutili, di seguito elencherò una serie di libri che mi hanno lasciato qualcosa (e non chiedetemi ‘cosa’). Non saranno i “10, o 100 libri che non possono mancare nelle librerie”, prima di tutto perché non so quanti ne metterò, potrebbero essere 12 o 1200, e in secondo luogo perché possono anche mancare, si vive lo stesso senza leggerli. L’elenco non ha pretese di esaustività, sicuramente mi dimenticherò qualche testo che mi ha dato tanto. Di alcuni autori avrei dovuto inserire venti libri o anche di più, ma l’elenco sarebbe diventato interminabile. Per chi si trovasse a passare di qui e avesse ulteriore tempo da perdere, su alcuni di essi può trovare qualche altra impressione nel menù “letteratura” qui sopra, o ancora meglio nella mia libreria virtuale, su Anobi. Oppure può indagare da sé altrove, o fregarsene altamente di tutti questi testi.

Non potevo che iniziare con Bianciardi, ovvio.

  • Non leggete i libri, fateveli raccontare (Luciano Bianciardi)
  • La vita agra (Luciano Bianciardi)
  • Il soccombente (Thomas Bernhard)
  • Perturbazione (Thomas Bernhard)
  • Estinzione (Thomas Bernhard)
  • Delitto e castigo (Fëdor Dostoevskij)
  • L’idiota (Fëdor Dostoevskij)
  • I demoni (Fëdor Dostoevskij)
  • I fratelli Karamazov (Fëdor Dostoevskij)
  • Aurora (Friedrich Nietzsche)
  • La gaia scienza (Friedrich Nietzsche) Continua a leggere…

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