Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Il processo” (Franz Kafka)

kafka

“- Lei è innocente?

– Sì, – disse K. Questa risposta gli diede addirittura gioia, soprattutto perché era rivolta a un privato, e quindi non comportava alcuna responsabilità. Nessuno lo aveva ancora interrogato in modo così esplicito. Per assaporare questa gioia fino in fondo, aggiunse: – Sono del tutto innocente. – Ah, – disse il pittore; chinò il capo e parve riflettere. Lo risollevò a un tratto e disse: – Se lei è innocente, la causa è molto semplice – . K. si rabbuiò: questo presunto confidente del tribunale parlava con l’ingenuità di un bambino: – La mia innocenza non semplifica la causa, – disse K.: gli venne da sorridere, nonostante tutto, e scosse adagio la testa. – Bisogna tener conto di mille sottigliezze; il tribunale ci si perde dentro, ma alla fine, chissà da dove, da dove prima non c’era stato nulla, tira fuori una grossa colpa. – Sì, sì, certo, – disse il pittore, come se K. disturbasse senza motivo il filo del suo pensiero.: – Ma lei è davvero innocente? – Ma sì, – disse K. – Questo è l’essenziale, – disse il pittore. Non c’erano argomenti che lo smuovessero, ma, nonostante la sua risolutezza, non era chiaro se parlasse così per convinzione o solo per indifferenza. K., che intendeva appurarlo subito, gli chiese: – Lei conosce certo il tribunale meglio di me, io non so molto di più di quanto ne ho sentito dire, però da tanta gente diversa. Bene, su un punto sono d’accordo tutti: che non solleva accuse alla leggera, e che se le solleva, è segno che si è fermamente convinto della colpa dell’accusato, ed è molto difficile smuoverlo da questa convinzione. – Difficile? – chiese il pittore alzando bruscamente una mano: – Il tribunale non cambia convinzione mai. Se dipingessi qui su una tela tutti i giudici uno accanto all’altro, e lei davanti alla tela si difendesse, avrebbe più speranza di successo che davanti al tribunale vero. – Già, – disse K., a se stesso, dimenticando che aveva solo voluto farsi un’idea del pittore”. Continua a leggere…

Benjamin sull’oblio in Proust.

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“Si sa che Proust nella sua opera non ha descritto una vita così com’è stata, ma una vita quale la ricorda colui che l’ha vissuta. Ma ci siamo espressi in modo ancora impreciso e troppo grossolano. Poiché qui, per l’autore che ricorda, la parte principale non è affatto svolta da ciò che egli ha vissuto, ma dal lavoro del suo ricordo, dalla tela di Penelope della sua memoria. O non sarebbe meglio dire dalla tela di Penelope del suo oblio? La ‘memoria involontaria’ di Proust non è forse assai più vicina all’oblio che a ciò che comunemente si chiama ricordo? E quest’opera della memoria spontanea, in cui il ricordo è la trama e l’oblio l’ordito, non è forse il contrario dell’opera di Penelope, piuttosto che la sua copia? Poiché qui il giorno disfà ciò che aveva fatto la notte. Ogni mattino, quando ci svegliamo, teniamo in mano, per lo più debolmente, solo per qualche frangia il tappeto dell’esistenza vissuta, quale l’ha tessuto in noi l’oblio. Ma ogni giorno disfà il tessuto, gli ornamenti dell’oblio con l’agire pratico, e, ancor di più, con il ricordare legato alla prassi. È per questo che Proust alla fine ha trasformato i suoi giorni in notti, per dedicare tutte le sue ore all’opera, indisturbato, nella stanza buia, alla luce artificiale, per non lasciarsi sfuggire nessuno degli intricati arabeschi”.

(Walter Benjamin, “Per un ritratto di Proust”, in “Avanguardia e rivoluzione”, ed. Einaudi).

Sto leggendo “Avanguardia e rivoluzione” di Walter Benjamin, nel quale sono raccolti una serie di saggi scritti negli ultimi dieci anni della sua esistenza, che spaziano da Paul Valéry ai surrealisti francesi, a Robert Walser, all’idiota di Dostoevskij, attraversando tanti altri argomenti e autori. Non credo che sul libro scriverò uno dei miei soliti articoli contenti le mie deliranti impressioni, per due semplici motivi: 1. avrò meno tempo nei prossimi quattro – cinque giorni e quindi preferisco dedicarlo alla lettura di questo e di altri testi, che non alla scrittura; 2. non ne ho voglia. Mi limito a dire che i saggi sono interessanti, anche se qualcuno non è di facile lettura.

Benjamin e “Le affinità elettive” di Goethe (un frammento)

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“Poiché nel simbolo della stella era apparsa una volta a Goethe la speranza che egli doveva nutrire per gli amanti. La frase, che per dirla con Hölderlin, contiene la cesura dell’opera, e in cui, mentre gli amanti abbracciano sigillati il loro destino, tutto si ferma, dice: “Come una stella cadente, la speranza passò sulle loro teste”. Ma essi non la vedono, e non si poteva dire più chiaramente che l’ultima speranza non è mai tale per chi la nutre, ma solo per quelli per cui è nutrita”.

(Walter Benjamin, Saggio su “Le affinità elettive” di Goethe, contenuto in “Angelus Novus”, ed. Einaudi)

Nell’ambito dell’operazione da me denominata “Guarda negli anfratti del tuo Pc o tra i foglietti sparsi nella tua stanza”, ho trovato questo breve frammento tratto dal saggio di Walter Benjamin su “Le affinità elettive”. Non so per quale motivo avessi scelto di abbinare alle parole di Benjamin il quadro di Hayez. Forse la parola “amanti”, ma non saprei dirvelo con esattezza.

Se avete letto il romanzo di Goethe vi consiglio anche la lettura del saggio. Sebbene non si tratti di un testo di agevole lettura, potrà fornirvi una “chiave di lettura” interessante del capolavoro di Goethe. Personalmente, avevo letto “Le affinità elettive” molti anni fa, mi era piaciuto ma lo avevo “sottovalutato” (si fa per dire). Dopo aver letto il saggio di Benjamin, l’ho riletto e ne ho colto aspetti che nella prima lettura non avevano attratto la mia attenzione.

Sul saggio, che consta di circa 80 pagine, e su “Le affinità elettive” non aggiungo altro, e auguro buona lettura a chi volesse avventurarsi in quelle pagine. Torno a rovistare tra i miei antichi frammenti.

Spleen, parte II (Sartre, Camus, Benjamin e Adorno su Baudelaire)

Come anticipato in conclusione del precedente articolo, oggi lascio spazio a opinioni ben più illustri della mia sull’argomento “Baudelaire”. È evidente che nel presentarvi le interpretazioni che danno i quattro autori da me prescelti non c’è alcuna pretesa di esaustività, innanzitutto perché nessuno ha la Verità in tasca, e poi perché, per quanto ‘grande’ possa essere un interprete, mai potrà ‘scavare’ a fondo nell’animo di un altro uomo. Premesse queste banalità, vi suggerisco comunque, qualora vogliate approfondire la conoscenza di Baudelaire, di leggervi i libri dai quali ho tratto le citazioni. Non sto qui a specificare ‘quale’ aspetto di Baudelaire ciascuno dei quattro autori ha prevalentemente analizzato, questo spetta alla vostra eventuale curiosità. Come sempre quando si estrae un brano da un testo più corposo, è bene rimandare alla completa lettura del testo stesso, per meglio comprendere di ‘cosa’ sta parlando l’autore in quel passaggio e contestualizzare le parole, che altrimenti potrebbero essere fraintese (per esempio, Camus si occupa di Baudelaire ‘solo’ nella sua analisi sui vari tipi di ‘rivolta’, per poche pagine, mentre Sartre dedica un intero saggio al poeta). Le citazioni, insomma, vogliono essere un invito alla lettura dei testi completi, non un assurdo tentativo di condensare gli stessi in poche parole.

Premesso tutto ciò, la parola a chi ne sa più di me.

“L’atteggiamento costituzionale di Baudelaire è quello d’un uomo curvo. Curvo su se stesso, come Narciso. Non v’è in lui coscienza immediata che uno sguardo acuto non la trapassi. A noialtri basta vedere l’albero o la casa; tutti assorti nel contemplarli, dimentichiamo noi stessi. Baudelaire è l’uomo che non si dimentica mai. Si guarda vedere; guarda per vedersi guardare; Continua a leggere…

Che cos’è la Bellezza? (alcune non-risposte)

Se uno mi prendesse per il bavero e mi dicesse “ora dammi la tua definizione di ‘bellezza’ o ti mollo un cazzotto in faccia” credo che blatererei qualcosa per mettermi al riparo da ricoveri al reparto di chirurgia maxillo – facciale, senza mettermi a questionare a quale bellezza, se a quella della natura, dell’uomo, della donna, dell’universo, della cellula, a quella esteriore o interiore (che significa poi questa distinzione? No, questa è un’altra puntata), a quella con la B maiuscola o minuscola e via discorrendo. Senza la minaccia, però, invocherei il diritto al silenzio e all’ignoranza della materia.

Qui sotto, minacce a parte, riporto alcune riflessioni sulla ‘bellezza’ che ho trovato nei libri che ho letto. Si tratta di stralci presi da opere molto differenti tra loro, in alcuni casi frasi brevi, in altre più lunghe. Ovviamente non sostengo che per ciascuno degli autori citati la bellezza fosse quello che sostengono in queste frasi. Spero risulti altrettanto evidente, spero, da alcune delle frasi scelte, che bellezza non è da intendersi come migliore di bruttezza, per lo meno nel senso che… no, vabbé, non mi stanno mica minacciando, e se anche lo facessero potrei appellarmi a una di queste, che sia pure per ragioni diverse mi hanno, in un qualche modo, convinto.

  • “HAMM Ho conosciuto un pazzo che credeva che la fine del mondo ci fosse già stata. Dipingeva. Gli volevo bene. Andavo a trovarlo, al manicomio. Lo prendevo per mano e lo tiravo davanti alla finestra. Ma guarda! Là. Tutto quel grano che spunta! E là! Guarda! Le vele dei pescherecci! Tutta questa bellezza! (pausa). Lui liberava la mano e tornava nel suo angolo. Spaventato. Aveva visto solo ceneri. (pausa) Lui solo era sopravvissuto. (pausa) Dimenticato. (pausa) Sembra che questi casi non siano… non fossero così… rari.”
    (Samuel Beckett, “Finale di partita”)
  • “Decisiva, per chi veramente ama, non è la bellezza dell’amato. Anche se fu quella ad attirarli dapprima l’un verso l’altro, essi torneranno continuamente a dimenticarla in nome di altre e maggiori meraviglie, anche se per ritrovarla continuamente, e fino alla fine, interiorizzata nella memoria. Diversamente la passione. Anche la più labile eclissi della bellezza la getta nella disperazione. Poiché solo per l’amore “la bella” è il bene più caro: per la passione lo è sempre “la più bella”. Passionale è quindi anche la disapprovazione con cui gli amici si distolgono dalla novella. Inammissibile è, per loro, questo far getto della bellezza.”
    (W. Benjamin, “Saggio sulle affinità elettive”).
  • “La bellezza! Io non posso sopportare che un uomo, magari di cuore nobilissimo e di mente elevata, cominci con l’ideale della Madonna e finisca con l’ideale di Sodoma. Ancora più terribile è quando uno ha già nel cuore l’ideale di Sodoma e tuttavia non rinnega nemmeno l’ideale della Madonna Continua a leggere…

Le affinità (s)elettive

Un gioco, nulla più, quello che mi appresto a fare. La letteratura è un ‘territorio’ così vasto che è ovvio, persino banale, costatare come vi siano continui rimandi tra un autore e l’altro, più o meno espliciti. Potenzialmente, quindi, il ‘gioco’ che mi appresto a fare potrebbe espandersi in maniera incontrollata, e certamente con più calma troverò altri anelli della catena che di seguito espongo, magari con l’aiuto prezioso di qualcuno di voi amabili lettori. A farla breve, ho cercato i collegamenti tra una serie di autori che per un motivo o l’altro mi hanno condizionato. Senza ambire a essere un critico, un filologo o chissà cosa. Un ‘gioco’ da appassionato lettore, ecco.

Sto leggendo “I fratelli Karamazov” e quindi il ‘gioco’ parte da Fëdor Dostoevskij. Lo immagino come una strada principale intersecata da altre strade, di varia grandezza. Per esempio alla mia destra c’è una strada costruita di recente, e se entro vi trovo David Foster Wallace e il suo “Considera l’aragosta”, all’interno del quale c’è il breve ma mirabile saggio su Dostoevskij. Torno indietro, perché questa strada, proprio in quanto recente, è poco collegata. Mi addentro nel viale Albert Camus. Qui i legami con Dostoevskij sono fitti. Un viottolo porta a “Il mito di Sisifo”, nel quale Camus analizza la figura di Kirillov, personaggio cardine de “I demoni”. In una stradina parallela c’è “L’uomo in rivolta”, e qui l’attenzione va anche, appunto, a “I fratelli Karamazov”, da dove sono partito. Molto interessante, in questa strada, la possibilità di ascoltare dalla viva voce di Camus la sua opinione su “I demoni” e sul nichilismo. Per i più curiosi o per coloro che hanno tempo per girovagare, consiglio di guardare anche “Padri e figli” di Turgenev, romanzo cui fa riferimento, in termini critici, “I demoni” di Dostoevskij. I vicoli qui sono tanti, ma con pazienza sapremo districarci. Qui, per esempio, abbiamo, sempre nel viale Albert Camus, un’altra stradina che porta a Friedrich Nietzsche (la questione sulla veridicità del filmato la rimandiamo ad altro momento, ora siamo qui per altro), e che si collega esattamente al punto dove avevamo trovato “L’uomo in rivolta” di Camus, perché è in quello stesso libro che si parla del nichilismo attivo in Nietzsche e della sua ‘accettazione della vita’. Siamo nel labirinto, ormai, però torniamo sempre al viale Dostoevskij. Ecco, infatti, che troviamo, presso via Nietzsche, il paragrafo 45 de “Il crepuscolo degli idoli”, laddove Nietzsche scrive: “Dostoevskij, l’unico psicologo, tra l’altro, dal quale ho imparato qualcosa: lo annovero tra i più bei casi fortunati della mia vita, ancor più della scoperta di Stendhal“. Lasciamo da parte quest’ultimo, che ci porterebbe troppo lontano dal nostro viale di riferimento. Nel tornare sui nostri passi ci accorgiamo che in viale Camus avevamo scorto il volto amico di Franz Kafka, che se ne stava, umile, nell’appendice di “Il mito di Sisifo”. Ma non potevano certo scordarci di lui, che un mattino si era svegliato insetto nella sua “Metamorfosi”, a differenza proprio del nostro Fëdor, che in “Memorie dal sottosuolo” affermava, o meglio faceva affermare al suo personaggio, che “non era nemmeno riuscito a diventare un insetto”. Torniamo sul viale principale, ora. Ecco, proseguiamo, fino a giungere qui, dove troviamo Alberto Moravia che ci spiega in questo video perché, se messo alle strette, preferisca Dostoevskij a Marcel Proust, seppure riconoscendo la grandezza dell’autore de “Alla ricerca del tempo perduto”. Moravia sostiene di preferire “Delitto e castigo” a “I fratelli Karamazov”, noi potremmo concordare o dissentire, ma oggi non c’è tempo, dobbiamo proseguire. Moravia stesso ci aiuta a trovare un’altra strada e ulteriori collegamenti, citando il già noto Camus e Jean Paul Sartre. Non abbiamo tempo qui per approfondire la questione dell’amicizia e del dissenso successivo che sopraggiunse tra i due, ma possiamo segnalare questo video, senza dimenticare il divertente volume di Boris Vian, “La Parigi degli esistenzialisti”, nonché il più recente, e più mirato sull’argomento, “Tra Sartre e Camus” di Mario Vargas Llosa, Premio Nobel per la Letteratura nel 2010. Di passaggio, ricorderemo che anche CamusSartre vinsero il Premio Nobel per la Letteratura, il primo nel 1957, e qui c’è il discorso che tenne per l’occasione, il secondo nel 1964, rifiutando di andare a ritirarlo. Visto che siamo nei paraggi di Sartre, approfittiamone per farci spiegare da lui qualcosa su Charles Baudelaire. Gli bastera leggerci qualche passaggio del suo libro sull’autore de “I fiori del male”. Poi, magari, tenendo a mente le sue parole, ci recheremo da Walter Benjamin e confronteremo quello che Sarte ci ha detto, su Baudelaire, con quanto ha affermato Benjamin nel suo saggio sul poeta contenuto nella raccolta “Angelus novus”. E’ il momento di tornare verso casa, ripassiamo su viale Dostoevskij, un po’ confusi ma soddisfatti. Ma che succede? Ci accorgiamo che abbiamo dimenticato qualcosa. Quando Moravia ci ha parlato di Proust non ci siamo accorti che lì vicino c’era Samuel Beckett che voleva parlarci proprio di Proust, e aveva il suo libro in mano. Eh, ma qui non ne usciamo più, infatti dietro Beckett scorgiamo Theodor Adorno, che sta tentando di capire “Finale di partita” di Beckett nel suo saggio.

Ora torniamo a casa davvero, la passeggiata è stata bella ma il cervello deve riposare, il labirinto di nomi e libri ci ha un po’ storditi. Accendiamo la tv per guardare un programma qualsiasi, con i capelli in disordine. Ma, che succede? Che ci fa lui in tv, ora? E’ un’allucinazione? Ma sembra proprio Carlo Emilio Gadda! Ma sì, e ci sta rimproverando, abbiamo passato la giornata su viale Dostoevskij e ci siamo dimenticati di lui, che voleva dirci qualcosa sugli scrittori che ha conosciuto. Ma tu guarda, il video finisce proprio dove avevamo cominciato la giornata, con Gadda che parla de “I fratelli Karamazov”. Ah, se non fosse poco virile, ci sarebbe da commuoversi. Ora possiamo dormire. A domani, e non sognare troppo quel viale.

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