Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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Letteratura e diavoli (“Sympathy for the Devil”)

(“Punti di tangenza”) La canzone che vi propongo oggi per la rubrica sulle affinità tra musica e letteratura è “Sympathy for the Devil” dei Rolling Stones. Lasciando da parte la letteratura di settore, il “diavolo”, nelle sue diverse accezioni, è sempre stato uno spunto per gli scrittori di ogni epoca. Basti pensare alla figura del diavolo tentatore Mefistofele nel “Faust” di Goethe (“Dunque tu chi sei?” “Una parte di quella forza che vuole costantemente il Male e opera costantemente il Bene”), al dramma teatrale “Il diavolo e il buon Dio” di Sartre, nel quale l’autore cerca di dimostrare l’impossibilità di realizzare il Male Assoluto e il Bene Assoluto, alla bottiglietta contenente “Gli elisir del diavolo” di E.T.A. Hoffmann, allo spiritello evocato ne “Il diavolo innamorato” di Jacques Cazotte, o ancora ad alcune poesie contenute ne i “Fiori del male” di Baudelaire. L’elenco potrebbe continuare ma lascio a voi la scelta del vostro diavoletto di fiducia.

Per tornare alla rubrica, c’è da dire che nel testo della canzone non vi sono riferimenti precisi ed espliciti a un romanzo particolare, e tuttavia nell’ascoltarla il mio pensiero non può che andare a due capolavori della letteratura russa, cioè “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov e “I demoni” di Dostoevskij.

“And I was ‘round when Jesus Christ

Had his moment of doubt and pain

Made damn sure that Pilate

Washed his hands and sealed his fate”

I versi sopra riportati evocano, nella mia mente, le meravigliose pagine del “romanzo nel romanzo” che Bulgakov dedica all’incontro tra Gesù Cristo e Ponzio Pilato, ovviamente senza dimenticare la figura del diavolo Woland, tra i protagonisti principali del libro. Colgo anche l’occasione per segnalare agli appassionati di questo romanzo che ancora non lo sapessero che c’è una serie tv russa tratta dal “Maestro e Margherita”. È sottotitolata in italiano e a me piace molto. La trovate su youtube, suddivisa in dieci puntate, ciascuna a sua volta in cinque parti.

“I stuck around St. Petersburg

When I saw it was a time for a change

Killed the czar and his ministers

Anastasia screamed in vain”

Questi altri versi, invece, mi rimandano al “profetico” romanzo di Dostoevskij, del quale vi riporto un estratto.

“Nei periodi torbidi d’oscillazione o di transizione, sempre e dovunque compare molta gentaglia. Io non parlo dei così detti ‘antesignani’, i quali hanno sempre hanno sempre fretta di passare avanti a tutti (è la loro preoccupazione principale) con uno scopo, sebbene assai spesso stupidissimo, tuttavia più o meno definito. No, io parlo solo della canaglia. In ogni periodo di transizione si solleva la canaglia che c’è in ogni società e si solleva non solo senza nessuno scopo, ma senza nemmeno avere l’ombra di un’idea, esprimendo soltanto, con tutte le forze, la propria inquietudine e la propria impazienza. Intanto questa canaglia, senza nemmeno saperlo, quasi sempre vien a trovarsi sotto comando di quel piccolo crocchio di ‘antesignani’ che agiscono con uno scopo definito e quello indirizza tutta questa immondizia dove più gli piace, a meno che lo stesso crocchio non sia composti di perfetti idioti, cosa che, del resto, talvolta succede”.

(Fëdor Dostoevskij, “I demoni”)

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Che cos’è la Bellezza? (alcune non-risposte)

Se uno mi prendesse per il bavero e mi dicesse “ora dammi la tua definizione di ‘bellezza’ o ti mollo un cazzotto in faccia” credo che blatererei qualcosa per mettermi al riparo da ricoveri al reparto di chirurgia maxillo – facciale, senza mettermi a questionare a quale bellezza, se a quella della natura, dell’uomo, della donna, dell’universo, della cellula, a quella esteriore o interiore (che significa poi questa distinzione? No, questa è un’altra puntata), a quella con la B maiuscola o minuscola e via discorrendo. Senza la minaccia, però, invocherei il diritto al silenzio e all’ignoranza della materia.

Qui sotto, minacce a parte, riporto alcune riflessioni sulla ‘bellezza’ che ho trovato nei libri che ho letto. Si tratta di stralci presi da opere molto differenti tra loro, in alcuni casi frasi brevi, in altre più lunghe. Ovviamente non sostengo che per ciascuno degli autori citati la bellezza fosse quello che sostengono in queste frasi. Spero risulti altrettanto evidente, spero, da alcune delle frasi scelte, che bellezza non è da intendersi come migliore di bruttezza, per lo meno nel senso che… no, vabbé, non mi stanno mica minacciando, e se anche lo facessero potrei appellarmi a una di queste, che sia pure per ragioni diverse mi hanno, in un qualche modo, convinto.

  • “HAMM Ho conosciuto un pazzo che credeva che la fine del mondo ci fosse già stata. Dipingeva. Gli volevo bene. Andavo a trovarlo, al manicomio. Lo prendevo per mano e lo tiravo davanti alla finestra. Ma guarda! Là. Tutto quel grano che spunta! E là! Guarda! Le vele dei pescherecci! Tutta questa bellezza! (pausa). Lui liberava la mano e tornava nel suo angolo. Spaventato. Aveva visto solo ceneri. (pausa) Lui solo era sopravvissuto. (pausa) Dimenticato. (pausa) Sembra che questi casi non siano… non fossero così… rari.”
    (Samuel Beckett, “Finale di partita”)
  • “Decisiva, per chi veramente ama, non è la bellezza dell’amato. Anche se fu quella ad attirarli dapprima l’un verso l’altro, essi torneranno continuamente a dimenticarla in nome di altre e maggiori meraviglie, anche se per ritrovarla continuamente, e fino alla fine, interiorizzata nella memoria. Diversamente la passione. Anche la più labile eclissi della bellezza la getta nella disperazione. Poiché solo per l’amore “la bella” è il bene più caro: per la passione lo è sempre “la più bella”. Passionale è quindi anche la disapprovazione con cui gli amici si distolgono dalla novella. Inammissibile è, per loro, questo far getto della bellezza.”
    (W. Benjamin, “Saggio sulle affinità elettive”).
  • “La bellezza! Io non posso sopportare che un uomo, magari di cuore nobilissimo e di mente elevata, cominci con l’ideale della Madonna e finisca con l’ideale di Sodoma. Ancora più terribile è quando uno ha già nel cuore l’ideale di Sodoma e tuttavia non rinnega nemmeno l’ideale della Madonna Continua a leggere…

I miei 35 motivi semiseri per amare la Letteratura

  • perché quando sono in fila alla posta, dal dottore o altrove posso attendere il mio turno senza morire di noia
  • perché l’ultima pagina de “La nausea” di Sartre mi fece piangere
  • perché ogni anno, il 19 marzo, quando nel mio paese accendono i fuochi per la festa di S. Giuseppe, penso al finale de “La luna e i falò” di Pavese
  • perché leggendo non ho scoperto il senso della vita, ma ho scoperto che anche se non c’è alcun senso “bisogna immaginare Sisifo felice”
  • perché quando mi chiedi un consiglio di lettura, anche se vorrei baciarti romanticamente in riva al mare o fare sesso selvaggio con te nel bagno di un pub, io ti consiglio qualcosa e non capisco mai se ho fatto bene a tacere tutto il resto
  • perché la villetta comunale del mio paese certe volte mi è sembrata davvero Pietroburgo
  • perché posso fare un elenco come questo
  • perché un giorno un bibliotecario mi disse che ero una delle persone più interessanti che aveva visto, che stavo seguendo un certo percorso che mi avrebbe portato…e non finì la frase, al che sospettai che alludesse alla pazzia
  • perché in fondo adoro il pensionato rompiballe che mi ripete da decenni che leggo troppo
  • perché se passeggio senza un libro in mano, mi sento come se non portassi le mutande
  • perché mi rendo conto di quanto sia ridicolo passeggiare sempre con un libro in mano
  • perché quando vedo su un treno una ragazza che legge un libro, penso sempre che potrei innamorarmi
  • perché mio nonno ha vissuto benissimo senza leggere tanti libri, probabilmente era una persona “migliore” di me, e mi diceva sempre di mettermi al sole per leggere
  • perché mi piace Continua a leggere…

Baudelaire e Ferretti (affinità e divergenze “teatrali”)

Il “punto di tangenza” di oggi è un po’ forzato e riguarda solo alcuni versi. Qualche anno fa mi capitò di ascoltare “Emilia Paranoica” dei CCCP, a pochi giorni di distanza dalla lettura di una poesia di Charles Baudelaire, “L’irreparabile”. Può darsi che fossi suggestionato o volessi trovare una somiglianza laddove non c’era, però per circa venti secondi (dal minuto 1.20 a 1.40) mi parve di ritrovare nelle parole dell’autore della canzone, Giovanni Lindo Ferretti, una sorta di eco della poesia di Baudelaire. Più precisamente, ripeto, in alcune parole di ciascuna delle due composizioni, e solo in quelle. Non ho elementi per dire se quando compose la canzone Ferretti avesse letto da poco Baudelaire o semplicemente è una casualità che siano ricorsi alla stessa immagine evocativa, resta il fatto che tuttora quando sento quelle parole della canzone il mio pensiero va anche alla poesia.

(qui il testo di Ferretti, dal minuto 1.20 al 1.40, per chi volesse ascoltare solo quel pezzo di canzone)

“Aspetto un’emozione
Sempre più indefinibile
Teatri vuoti e inutili potrebbero affollarsi
Se tu ti proponessi di recitare te”(Giovanni Lindo Ferretti, “Emilia Paranoica”)

(qui sotto, invece, i versi di Baudelaire, che chiudono la poesia “L’irreparabile”. Preciso che si tratta della traduzione di C. Rendina nell’edizione Newton che ho a casa. Prossimamente comprerò un’altra versione e controllerò come l’hanno resa)”…a volte ho visto in fondo a un banale teatro,
infiammato dalla sonora orchestra,
una fata accendere una miracolosa aurora
in un cielo d’inferno;
a volte ho visto in fondo a un banale teatro
un essere, che non era luce, oro e velo,
schiacciare l’enorme Satana,
ma il mio cuore, mai in preda all’estasi,
è un teatro dove s’aspetta sempre,
e sempre invano, l’essere dalle ali velate”(Charles Baudelaire, “L’irreparabile”)

Le affinità (s)elettive

Un gioco, nulla più, quello che mi appresto a fare. La letteratura è un ‘territorio’ così vasto che è ovvio, persino banale, costatare come vi siano continui rimandi tra un autore e l’altro, più o meno espliciti. Potenzialmente, quindi, il ‘gioco’ che mi appresto a fare potrebbe espandersi in maniera incontrollata, e certamente con più calma troverò altri anelli della catena che di seguito espongo, magari con l’aiuto prezioso di qualcuno di voi amabili lettori. A farla breve, ho cercato i collegamenti tra una serie di autori che per un motivo o l’altro mi hanno condizionato. Senza ambire a essere un critico, un filologo o chissà cosa. Un ‘gioco’ da appassionato lettore, ecco.

Sto leggendo “I fratelli Karamazov” e quindi il ‘gioco’ parte da Fëdor Dostoevskij. Lo immagino come una strada principale intersecata da altre strade, di varia grandezza. Per esempio alla mia destra c’è una strada costruita di recente, e se entro vi trovo David Foster Wallace e il suo “Considera l’aragosta”, all’interno del quale c’è il breve ma mirabile saggio su Dostoevskij. Torno indietro, perché questa strada, proprio in quanto recente, è poco collegata. Mi addentro nel viale Albert Camus. Qui i legami con Dostoevskij sono fitti. Un viottolo porta a “Il mito di Sisifo”, nel quale Camus analizza la figura di Kirillov, personaggio cardine de “I demoni”. In una stradina parallela c’è “L’uomo in rivolta”, e qui l’attenzione va anche, appunto, a “I fratelli Karamazov”, da dove sono partito. Molto interessante, in questa strada, la possibilità di ascoltare dalla viva voce di Camus la sua opinione su “I demoni” e sul nichilismo. Per i più curiosi o per coloro che hanno tempo per girovagare, consiglio di guardare anche “Padri e figli” di Turgenev, romanzo cui fa riferimento, in termini critici, “I demoni” di Dostoevskij. I vicoli qui sono tanti, ma con pazienza sapremo districarci. Qui, per esempio, abbiamo, sempre nel viale Albert Camus, un’altra stradina che porta a Friedrich Nietzsche (la questione sulla veridicità del filmato la rimandiamo ad altro momento, ora siamo qui per altro), e che si collega esattamente al punto dove avevamo trovato “L’uomo in rivolta” di Camus, perché è in quello stesso libro che si parla del nichilismo attivo in Nietzsche e della sua ‘accettazione della vita’. Siamo nel labirinto, ormai, però torniamo sempre al viale Dostoevskij. Ecco, infatti, che troviamo, presso via Nietzsche, il paragrafo 45 de “Il crepuscolo degli idoli”, laddove Nietzsche scrive: “Dostoevskij, l’unico psicologo, tra l’altro, dal quale ho imparato qualcosa: lo annovero tra i più bei casi fortunati della mia vita, ancor più della scoperta di Stendhal“. Lasciamo da parte quest’ultimo, che ci porterebbe troppo lontano dal nostro viale di riferimento. Nel tornare sui nostri passi ci accorgiamo che in viale Camus avevamo scorto il volto amico di Franz Kafka, che se ne stava, umile, nell’appendice di “Il mito di Sisifo”. Ma non potevano certo scordarci di lui, che un mattino si era svegliato insetto nella sua “Metamorfosi”, a differenza proprio del nostro Fëdor, che in “Memorie dal sottosuolo” affermava, o meglio faceva affermare al suo personaggio, che “non era nemmeno riuscito a diventare un insetto”. Torniamo sul viale principale, ora. Ecco, proseguiamo, fino a giungere qui, dove troviamo Alberto Moravia che ci spiega in questo video perché, se messo alle strette, preferisca Dostoevskij a Marcel Proust, seppure riconoscendo la grandezza dell’autore de “Alla ricerca del tempo perduto”. Moravia sostiene di preferire “Delitto e castigo” a “I fratelli Karamazov”, noi potremmo concordare o dissentire, ma oggi non c’è tempo, dobbiamo proseguire. Moravia stesso ci aiuta a trovare un’altra strada e ulteriori collegamenti, citando il già noto Camus e Jean Paul Sartre. Non abbiamo tempo qui per approfondire la questione dell’amicizia e del dissenso successivo che sopraggiunse tra i due, ma possiamo segnalare questo video, senza dimenticare il divertente volume di Boris Vian, “La Parigi degli esistenzialisti”, nonché il più recente, e più mirato sull’argomento, “Tra Sartre e Camus” di Mario Vargas Llosa, Premio Nobel per la Letteratura nel 2010. Di passaggio, ricorderemo che anche CamusSartre vinsero il Premio Nobel per la Letteratura, il primo nel 1957, e qui c’è il discorso che tenne per l’occasione, il secondo nel 1964, rifiutando di andare a ritirarlo. Visto che siamo nei paraggi di Sartre, approfittiamone per farci spiegare da lui qualcosa su Charles Baudelaire. Gli bastera leggerci qualche passaggio del suo libro sull’autore de “I fiori del male”. Poi, magari, tenendo a mente le sue parole, ci recheremo da Walter Benjamin e confronteremo quello che Sarte ci ha detto, su Baudelaire, con quanto ha affermato Benjamin nel suo saggio sul poeta contenuto nella raccolta “Angelus novus”. E’ il momento di tornare verso casa, ripassiamo su viale Dostoevskij, un po’ confusi ma soddisfatti. Ma che succede? Ci accorgiamo che abbiamo dimenticato qualcosa. Quando Moravia ci ha parlato di Proust non ci siamo accorti che lì vicino c’era Samuel Beckett che voleva parlarci proprio di Proust, e aveva il suo libro in mano. Eh, ma qui non ne usciamo più, infatti dietro Beckett scorgiamo Theodor Adorno, che sta tentando di capire “Finale di partita” di Beckett nel suo saggio.

Ora torniamo a casa davvero, la passeggiata è stata bella ma il cervello deve riposare, il labirinto di nomi e libri ci ha un po’ storditi. Accendiamo la tv per guardare un programma qualsiasi, con i capelli in disordine. Ma, che succede? Che ci fa lui in tv, ora? E’ un’allucinazione? Ma sembra proprio Carlo Emilio Gadda! Ma sì, e ci sta rimproverando, abbiamo passato la giornata su viale Dostoevskij e ci siamo dimenticati di lui, che voleva dirci qualcosa sugli scrittori che ha conosciuto. Ma tu guarda, il video finisce proprio dove avevamo cominciato la giornata, con Gadda che parla de “I fratelli Karamazov”. Ah, se non fosse poco virile, ci sarebbe da commuoversi. Ora possiamo dormire. A domani, e non sognare troppo quel viale.

“Non leggete i libri, fateveli raccontare”

Non sapevo che titolo dare a questo articolo. “Consigli di lettura” mi sembrava presuntuoso. Chi sono per consigliare chicchessia? Ho pensato a qualcosa di ironico, ma sono a corto di fantasia. Lasciarlo senza titolo? Mah. Insomma, alla fine ho scelto il titolo di un libro di Luciano Bianciardi (dal sottotitolo eloquente: “Sei lezioni per diventare un intellettuale, dedicate in particolare ai giovani privi di talento”). Non sto qui a spiegare il sarcasmo strepitoso dei testi di Bianciardi.

A farla breve, e già mi sono dilungato in chiacchiere inutili, di seguito elencherò una serie di libri che mi hanno lasciato qualcosa (e non chiedetemi ‘cosa’). Non saranno i “10, o 100 libri che non possono mancare nelle librerie”, prima di tutto perché non so quanti ne metterò, potrebbero essere 12 o 1200, e in secondo luogo perché possono anche mancare, si vive lo stesso senza leggerli. L’elenco non ha pretese di esaustività, sicuramente mi dimenticherò qualche testo che mi ha dato tanto. Di alcuni autori avrei dovuto inserire venti libri o anche di più, ma l’elenco sarebbe diventato interminabile. Per chi si trovasse a passare di qui e avesse ulteriore tempo da perdere, su alcuni di essi può trovare qualche altra impressione nel menù “letteratura” qui sopra, o ancora meglio nella mia libreria virtuale, su Anobi. Oppure può indagare da sé altrove, o fregarsene altamente di tutti questi testi.

Non potevo che iniziare con Bianciardi, ovvio.

  • Non leggete i libri, fateveli raccontare (Luciano Bianciardi)
  • La vita agra (Luciano Bianciardi)
  • Il soccombente (Thomas Bernhard)
  • Perturbazione (Thomas Bernhard)
  • Estinzione (Thomas Bernhard)
  • Delitto e castigo (Fëdor Dostoevskij)
  • L’idiota (Fëdor Dostoevskij)
  • I demoni (Fëdor Dostoevskij)
  • I fratelli Karamazov (Fëdor Dostoevskij)
  • Aurora (Friedrich Nietzsche)
  • La gaia scienza (Friedrich Nietzsche) Continua a leggere…

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