Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Il Regno” (Emmanuel Carrère)

Il Regno

“A forza di girare attorno a questo libro, mi sono accorto che è molto difficile far parlare le persone della loro fede, e che la domanda «in che cosa crede, di preciso?» è una domanda sbagliata. Del resto, anche se per arrivarci ci ho messo un bel po’, alla fine ho capito che non aveva molto senso da parte mia cercare qualche cristiano da interrogare come avrei cercato la vittima di un sequestro, o uno colpito da un fulmine, o l’unico superstite di un disastro aereo. Perché un cristiano l’ho avuto a portata di mano per parecchi anni, più vicino di chiunque altro al mondo, ed ero io.
In poche parole: nell’autunno del 1990 sono stato «toccato dalla grazia» – dire che oggi provo imbarazzo a esprimermi così è un eufemismo, ma è così che mi esprimevo all’epoca. Il fervore prodotto da questa «conversione» – avrei voglia di mettere virgolette ovunque – è durato quasi tre anni, nel corso dei quali mi sono sposato in chiesa, ho fatto battezzare i miei due figli, sono andato a messa regolarmente – e con «regolarmente» non intendo una volta alla settimana, ma ogni giorno. Mi confessavo e mi comunicavo. Pregavo, ed esortavo i miei figli a farlo con me – cosa sulla quale, ora che sono grandi, non mi risparmiano battute sarcastiche.”
(Emmanuel Carrère, “ll Regno”, ed. Adelphi)

Una barba indifferente

Con la mia barba ho un rapporto affine a quello che ho sempre avuto con il concetto di “Dio”. Un’indifferenza, o presunta tale, che affonda le radici nell’adolescenza. Talvolta, però, ne sento il bisogno, e allora lascio che la crescita abbia luogo, quasi che possa esserci davvero qualcosa che mi accompagni, mi mascheri e sorregga il vuoto sotto i miei occhi. Basta poco ad accorgermi, però, che si tratta di una sensazione autoindotta, che quella crescita non avviene in modo da accrescere anche il resto di me, bensì in maniera frammentaria, discontinua, evidenziando vuoti che prima, nel vuoto totale, non coglievo. Allora, guardandomi allo specchio, non scorgo il volto di un uomo più sicuro, più misterioso, più “maschio”, ma solo quello di un prete alcolizzato e barbone, appena uscito da una seduta psichiatrica.
Quando ciò accade, capisco che bisogna tagliare in modo netto, senza pensarci troppo. In fondo, la barba non soffre, e se anche soffrisse, non potrei farci niente.
(P.s.: articolo che ha l’evidente scopo di temporeggiare in attesa di avere qualche altro libro da pseudo-recensire; ho disatteso la consegna del silenzio, auspicabile quando non si ha nulla di meglio da dire, e forse anche quando si ha qualcosa da dire.

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