Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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La banda

“Essenzialmente (ma è proprio l’essenziale che sfugge) sarebbe così: fino a quel momento lo aveva colpito una serie di elementi anomali slegati: il falso programma, gli spettatori inappropriati, la banda illusoria in cui la maggioranza degli elementi era falsa, il direttore fuori posto, la finta sfilata, e lui stesso coinvolto in una cosa che non lo riguardava. Di colpo gli parve di capire in termini che eccedevano tutto infinitamente. Sentì come se gli fosse stato dato di vedere finalmente la realtà. Un momento della realtà che gli era sembrata falsa perché era quella vera, quella che ora non vedeva più. Ciò cui aveva appena presenziato era il vero, cioè il falso. Non sentì più lo scandalo di trovarsi attorniato da elementi che non si trovavano al loro posto perché, essendo conscio di un mondo altro, comprese che quella visione poteva essere ampliata alla strada, al Galéon, al suo abito azzurro, al suo programma per la serata, al suo ufficio di domani, al suo piano di economie, alle sue vacanze di marzo, alla sua amica, alla sua maturità, al giorno della sua morte. Per fortuna non continuava a vedere in questo modo, per fortuna era di nuovo Lucio Medina. Ma solo per fortuna.”
(Julio Cortázar, “La banda”, in “I racconti”, ed. Einaudi)

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“Giustizia” (Friedrich Dürrenmatt)

giustizia

“La visione: allora accadde qualcosa di strano, in realtà qualcosa di spettrale. D’un tratto capii il consigliere cantonale. Inaspettatamente. La comprensione mi colse di sorpresa. All’improvviso indovinai il motivo del suo comportamento. Lo avvertii dai mobili costosi, dai libri, dal tavolo da biliardo. Lo percepii dal legame tra la logica più rigorosa e il gioco, che aveva segnato quell’ambiente. Ero penetrato nella sua tana, e ora vedevo chiaro. Kohler aveva ucciso non perché era un giocatore. Non era un giocatore d’azzardo. Non lo attirava la puntata. Lo attiravano il gioco in sé, il percorso delle palle, il calcolo e l’esecuzione, le possibilità della partita. La fortuna per lui non significava nulla (per questo poteva considerarsi estremamente fortunato, non fingere neppure). Era soltanto fiero del fatto che fosse in suo potere scegliere le condizioni del gioco, seguire lo sviluppo di una necessità che aveva creato lui stesso – in questo consisteva il suo senso dell’umorismo. Naturalmente non aveva nessun motivo per farlo. Sublime volontà di potenza, forse, il desiderio di giocare non solo con le palle ma anche con gli esseri umani, la tentazione di porsi sullo stesso piano di un Dio. Possibile, ma non importante. Come giurista, devo stare in superficie, non calarmi nella psicologia o addirittura inabissarmi nella filosofia o nella teologia. Con il suo omicidio Kohler aveva vinto un’altra partita, ecco tutto. Ora le cose andavano secondo i suoi piani. Io non ero altro che una delle sue palle da biliardo, che il suo tiro aveva messo in moto. Lui agiva in modo perfettamente logico. Davanti al tribunale non aveva addotto alcun motivo, perché ciò era impossibile.” Continua a leggere…

“La lettera rubata” (Edgar Allan Poe)

The_Purloined_Letter

“- Se si tratta di un problema che ci richiede di riflettere, – osservò Dupin, astenendosi dall’accendere la lampada, – lo esamineremo meglio al buio.

– Ecco un’altra delle vostre strane idee, – disse il prefetto, che aveva l’abitudine di definire “strano” tutto ciò che non riusciva a comprendere, dovendo convivere pertanto con una miriade di “stranezze”.

– Giustissimo, – rispose Dupin mentre offriva all’ospite una pipa e gli avvicinava una comoda poltrona.

– E qual è il problema questa volta? – chiesi. – Niente che abbia a che fare con un delitto, spero?

– Oh, no, niente del genere. Il fatto è che la faccenda è davvero semplice e sono convinto che ce la caveremo benissimo da soli; senonché ho pensato che a Dupin avrebbe fatto piacere conoscere i particolari, dal momento che si tratta di un caso incredibilmente strano.

– Semplice e strano, – fece eco Dupin.

Be’, sì e no, non proprio insomma. La verità è che noi tutti siamo molto perplessi perché la faccenda è così semplice e, nonostante ciò, non riusciamo a venirne a capo.

– Forse è proprio la troppa semplicità che vi mette fuori strada, Continua a leggere…

Il mio gattino insegue le ombre e rilegge Nietzsche.

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Il mio piccolo gatto insegue le ombre, si diverte e non sta lì a chiedersi cos’è quell’ombra, o può darsi che se lo chieda ma non riesca a rispondersi oppure, magari, lui ne sa più di me (ci vuole poco) e vorrebbe spiegarmi qualcosa ma ci sono ostacoli lessicali che al momento impediscono un proficuo scambio di opinioni. Oggi, però, il piccolo felino, forse insoddisfatto o forse solo curioso di scoprire qualche altro parere, è saltato sullo scaffale dei libri e dopo aver girovagato tra romanzi e racconti vari, si è soffermato nel reparto dove i filosofi, toccandosi il mento con aria pensierosa, discutono pronunciando parole come “realtà”, “apparenza”, “fenomeno”, “cosa in sé”, “essere” e via seguitando. Dopo aver salutato cordialmente Platone, Kant e Schopenhauer, ha deciso di richiamare la mia attenzione con un miagolio più insistente e con la zampa mi ha indicato questo brano di Friedrich Nietzsche, pregandomi, sempre con un abile gioco di sguardi, di pubblicarlo, per nome e per conto suo, su questo blog. Eseguo, anche se è un po’ lunghetto da ricopiare, perché a lui non so dire di no.

“I filosofi son soliti porsi davanti alla vita e all’esperienza – davanti a ciò che essi chiamano il mondo dei fenomeni – come davanti a un quadro che sia svolto una volta per tutte e indichi, in modo invariabile e fisso, lo stesso procedimento: questo procedimento, pensano, bisogna interpretarlo rettamente, per trarne una deduzione sull’essere che ha prodotto il quadro: dunque sulla cosa in sé, che è sempre vista come la ragion sufficiente del mondo dei fenomeni. Di contro, logici più rigorosi, dopo aver acutamente definito il concetto del metafisico come quello del non condizionato, e di conseguenza anche del non condizionante, hanno negato ogni rapporto tra il non condizionato (il mondo metafisico) e il mondo che noi conosciamo: cosicché appunto nel fenomeno non comparirebbe affatto la cosa in sé, e ogni deduzione da quello a questa sarebbe da respingere. Ma sia gli uni che gli altri hanno trascurato la possibilità che quel quadro – ciò che ora per noi uomini si chiama vita ed esperienza – sia divenuto a poco a poco, anzi sia ancora in divenire, e non debba pertanto essere considerato come una grandezza fissa, dalla quale si possa trarre, o anche solo respingere, una conclusione sul suo autore (la ragion sufficiente). Proprio per il fatto che noi, da millenni, abbiamo guardato nel mondo con pretese morali, estetiche, religiose, con cieca attrazione, passione o timore, e ci siamo lasciati andare agli eccessi del pensiero non logico, questo mondo è diventato a poco a poco così stupendamente variopinto, terribile, profondo di significato e pieno di anima, ha insomma acquistato colore – ma a colorarlo siamo stati noi: l’intelletto umano ha fatto comparire il fenomeno e ha trasposto nelle cose le sue erronee concezioni fondamentali. Tardi, molto tardi, esso riflette: e ora il mondo dell’esperienza e della cosa in sé gli appaiono così eccezionalmente diversi e separati, che respinge la deduzione da quello a questa – oppure esorta, in maniera tremendamente misteriosa, a rinunciare al nostro intelletto, alla nostra volontà personale: per giungere all’essenziale attraverso il farsi essenziali. Altri dal canto loro hanno raccolto insieme tutti i tratti caratteristici del nostro mondo dei fenomeni – ossia della rappresentazione del mondo da noi ereditata, nata dai deliri di errori intellettuali – e, anziché dichiarare colpevole l’intelletto, hanno accusato l’essenza delle cose come causa di questo carattere effettivo, molto inquietante, del mondo e hanno predicato la redenzione dell’essere. Di tutte queste concezioni si sbarazzerà definitivamente il costante e fastidioso progresso della scienza, che celebrerà finalmente il suo massimo trionfo in una storia genetica del pensiero, e il cui risultato potrebbe forse giungere fino a questo principio: ciò che noi ora chiamiamo mondo è il risultato di una quantità di errori e di fantasia che, sorti a poco a poco durante tutto lo sviluppo degli esseri organici, sono cresciuti, e sono stati ereditati da noi come tesoro accumulato dall’intero passato: come un tesoro, in quanto su di esso si basa il valore della nostra umanità. In realtà, la scienza più rigorosa può liberarci da questo mondo della rappresentazione solo in misura minima – e una cosa diversa non sarebbe affatto augurabile – in quanto non può essenzialmente infrangere la forza di antichissime abitudini sentite nel modo di sentire: ma può lentamente e per gradi rischiarare la storia della nascita di quel mondo come rappresentazione, e innalzarci, almeno per qualche istante, al di sopra dell’intero processo. Forse allora ci renderemo conto che la cosa in sé è degna di un’omerica risata: che essa sembrava tanto, anzi tutto, mentre in effetti è vuota, ossia vuota di significato.

(Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”, 16, parte prima, ed. Newton Compton)

L’ora legale mi turba.

L’ora legale mi turba. Ogni anno è la stessa storia. Questo fatto che dalle 2:00 si passa alle 3:00, che tu magari, all’1:55 dici a uno “ci vediamo tra 10 minuti” e poi, invece, ti accorgi che è passata un’ora e dieci minuti. Cioè, non è che è proprio “passata”, ma per convenzione è così, insomma, ci siamo capiti. Per non parlare di quando l’ora legale viene meno, che ti ritrovi a ripercorre due volte le 2:01, le 2:02, le 2:03, e tutti i secondi e così via. Sono cose che mi turbano, indubbiamente.

“Dormi e non pensarci!”. Eh, fosse semplice. C’è sempre quello che pure nei sogni si attiene alle convenzioni, e magari mentre stai “riscrivendo” la tua esistenza secondo regole spazio-temporali diverse, ti si avvicina, con fare furtivo e ti fa: “Scusa, sai che ore sono?”.

P.s.: dagli ultimi due articoli pubblicati si possono intravedere i primi effetti “nefasti” delle letture che sto facendo negli ultimi giorni.

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