Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“La solitudine” (Alberto Moravia)

Moravia

“Era chiaro che Mostallino con quella sua conversazione voleva fare intendere a Perrone che, nonostante la presenza della donna, nulla tra di loro era cambiato. E così anche Perrone avrebbe voluto che fosse. Invece, per quanto si sforzasse di mettere in quei discorsi la consueta foga, egli si accorgeva con dispetto che i suoi pensieri erano altrove. Non soltanto non sapeva quasi rispondere a tono alle domande dell’amico e ogni tanto inciampava e si incantava come colpito da amnesia, ma neppure riusciva ad evitare che i suoi sguardi si appuntassero con troppa frequenza su Monica ritta tra loro, le spalle al camino. Erano sguardi indocili che andavano a Monica anche quando avrebbe voluto rivolgerli all’amico; e per quanto cercasse di renderli almeno leggeri e casuali, si abbattevano invece su quelle belle membra come mani pesanti che vogliono palpare e ghermire. Quasi quasi si meravigliava Perrone che sotto quelle occhiate furtive e indiscrete, Monica non cacciasse ogni tanto un grido o trasalisse e si contorcesse come chi si senta ad un tratto brancicare da dita violente. Ma Monica, e questo accresceva il suo turbamento,nonché rinchiudersi pareva, al contrario, sotto o suoi sguardi, aprirsi e respirare meglio come un fiore carnoso sotto un’acqua che lo ristori. Ella rispondeva, è vero, ogni tanto agli sguardi di Perrone con sguardi furtivamente supplichevoli che parevano significare: non mi guardi in questo modo, si moderi, perché mi guarda così?; ma era chiaro che anche queste mute implorazioni facevano parte di una sua provinciale e rustica civetteria. Insomma, pareva già complice, già d’accordo con lui per tradire Mostallino alla prima occasione. Questo pensiero riempiva Perrone di ripugnanza; e pur non potendo fare a meno di cedere troppo spesso all’attrazione che esercitava su di lui la vista di Monica, si riprometteva con rabbiosa fermezza di non oltrepassare mai questa prima muta fase del suo involontario tradimento.”
(Alberto Moravia, “La solitudine”, in “Racconti”, ed. Garzanti)

“Il libro contro la morte” (Elias Canetti)

Canetti contro morte

“Troppo poco si è riflettuto su ciò che, dei morti, resta davvero vivo, disperso negli altri; e non si è escogitato alcun metodo per alimentare quei resti dispersi e mantenerli in vita quanto più a lungo possibile.
Gli amici di un uomo che è morto si ritrovano in un determinato giorno e parlano esclusivamente di lui. Ne incrementano la morte, se del morto non dicono altro che bene. Sarebbe meglio se litigassero, se prendessero partito pro o contro di lui, se ci raccontassero certi tiri mancini, di cui nulla si sapeva; finché su di lui c’è ancora qualcosa di sorprendente da dire, il morto si trasforma e non è morto. La pietà, che cerca di conservarlo dentro l’ambra, non è affatto segno di amicizia. Nasce dalla paura e vuole soltanto mantenerlo inoffensivo da qualche parte, come dentro la bara e sottoterra. Affinché il morto, nella sua impalpabilità, continui a vivere bisogna consentirgli di muoversi. Dev’essere collerico, come prima, e nella sua collera far uso d’una imprecazione inaspettata, nota solo a colui che ce la riferisce. Deve diventare affettuoso: coloro che lo hanno conosciuto nella sua severità e spietatezza, devono all’improvviso percepire quanto egli sapesse amare. Si vorrebbe quasi che ciascuno degli amici avesse la sua parte del morto da rappresentare, e allora, messe tutte quante assieme, esse lo farebbero rivivere. Nel corso di tali celebrazioni si potrebbe altresì consentire una graduale partecipazione dei più giovani e dei non iniziati, affinché anche a essi fosse dato esperire, nella misura loro possibile, quell’uomo ancora sconosciuto. Certi oggetti, dotati di un qualche legame con lui, dovrebbero passare di mano in mano, e sarebbe bello se a ogni incontro annuale, accanto a una storia, apparisse anche un nuovo oggetto, rimasto fino allora nascosto.”
(Elias Canetti, “Il libro contro la morte”, ed. Adelphi)

“Quando lei parlava” (n. 26 da “Frammenti da un camino”)

“Tutta la serenità e l’altruismo e la virtù e il sacrificio cadono alla presenza di due – uomo e donna – che tu sai che hanno chiavato o chiaveranno. Quel loro sfacciato mistero è intollerabile. E se uno dei due è tutto il tuo sogno? Che cosa diventi allora?”

(Cesare Pavese)

Quando Nadia parlava, Ivano non si sentiva più immerso in una bolla romanzesca, avvertiva lo straripante peso dei fatti che le erano accaduti, ai quali era stato estraneo, e che l’avevano ferita, eventi che lui, allontanatosi per circostanze che non avevano saputo gestire, ora ascoltava da quella bocca spesso bramata ma che, in quel frangente, esprimeva un dolore che affondava, per l’appunto, in una zona dell’esistenza a lui fino allora ignota. La ragazza narrava le sue vicissitudini, le difficoltà insorte, l’abbandono che l’aveva colta e dalla quale stava cercando di districarsi, appigliandosi a ciò che ancora sentiva essere vivo in lei; Ivano, nel vederla sofferente, si colpevolizzò per la propria miopia emotiva e un intenso sentimento di compassione lo colse. Eppure, sarebbe stato falso negarlo, non riusciva a scindere un groviglio di sensazioni che, provenienti da quel passato che sembrava ormai sepolto, intervenivano a inquietare anche quella conversazione, turbandolo per via dell’egoismo che sentiva in agguato.

Si erano riavvicinati da qualche tempo, e lui credeva, stavolta, di poterle davvero essere di sostegno, almeno ascoltandola, più che tramite consigli che sentiva di non saper dare. Lei doveva riorganizzarsi l’esistenza, così gli aveva detto, doveva riappropriarsi di spazi e ridefinire le priorità, tra le quali, specificò quasi a metterlo in guardia preventivamente, non c’era spazio per alcuna relazione. Per Ivano tutto era, razionalmente, molto chiaro, e analizzando la situazione si rendeva conto che tra lui e quell’amica ritrovata non avrebbe potuto esserci altro che non quel rapporto franco, reinstaurato dopo tre anni.

Quello squarcio inedito di esistenza che gli stava confidando Nadia, però, Continua a leggere…

Il biliardino

Gli oggetti scompaiono, gli uomini muoiono, e questa, ormai dovrebbe essere noto, è una differenza non da poco. A volte gli oggetti che resistono all’usura del tempo sembrano essere lì per ricordarci uomini che non ci sono più, ma sappiamo anche che non è così, che è solo un gioco crudele della nostra memoria. Sulla morte di un amico d’infanzia e adolescenza c’è poco da dire, quel che si potrebbe scrivere sarebbe comunque inadeguato a esprimere non tanto il dolore dello scrivente, che passerà travolto dagli eventi quotidiani, quanto piuttosto quello visto negli occhi di chi più gli è stato vicino negli ultimi decenni e specie nell’ultimo periodo. Allora preferisco parlare di un oggetto, del biliardo, quello che simula il gioco del calcio, con le stecche che sembrano imprigionare ventidue uomini, disposti su diverse linee e impossibilitati a toccarsi.

Da bambino io avevo un biliardo. Per la precisione, lo chiamavamo “biliardino”, perché non era uno di quei biliardi che si trovano al bar, era a dimensione bambini, ed io e M. eravamo bambini, quando ci sfidavamo tutti i pomeriggi in interminabili partite. Io sceglievo sempre i bianchi e M. accettava i rossi, forse perché i rossi gli piacevano, oppure perché, essendo più piccolo di me, più timido di me (e ce ne voleva), non osava contraddire il padrone del biliardino. M. era un avversario perfetto, innanzitutto perché era un amico, e poi perché era un bambino. Anch’io, per lui, ero un avversario perfetto, perché anch’io ero un suo amico, e anch’io ero un bambino. Giocavamo sempre uno contro l’altro, perché quel gioco era riservato a noi. Con gli altri del quartiere preferivano giocare noi in persona, a calcio, senza delegare la nostra fantasia agli omini del biliardino.

Gli anni del biliardino finirono, così come quelli del calcio nella piazzetta del quartiere. A proposito, il biliardino è un oggetto che non c’è più, o meglio, c’è ancora, ma ci sono altri bambini che lo utilizzano; è stato regalato e mi piace pensare che, da qualche parte, ci siano due bambini che si sfidano tutti i giorni. Una piccola agenda verde, invece, esiste ancora nella mia stanza. Lì ci sono impressi, oltre al mio, i nomi dei ragazzi che con me partecipavano ai tornei di quartiere, sfide “uno contro uno” sotto il sole cocente dell’estate o il freddo dell’inverno. Ci sono G., F., V., S., c’è la mia A., e ci sono anche P. e M., che adesso spiccano per la loro assenza. P. è morto nel 2008, M. nell’agosto del 2014, e un beffardo e irriverente caso li accomuna in una pagina di quell’agendina verde che usavo per tenere aggiornati i risultati del torneo estivo. Nella classifica dei cannonieri di quel torneo a squadre, entrambi hanno dodici reti.

Dicevo del biliardo e del potere degli oggetti di evocare gli uomini. Io e M. ci siamo poi persi di vista, ciascuno alle prese con la propria esistenza. Ogni volta che c’incontravamo per strada, però, bastava un cenno di saluto per capire che dentro di noi quegli anni lontani non erano passati. Forse non eravamo più amici nel senso più stretto della parola, ma due conoscenti che erano stati grandi amici, ma non lo so, questo non conta, non adesso. In un bar che frequento c’è un biliardo, di quelli veri, non un biliardino come quello che usavamo io e M. Io non gioco mai a biliardo, ho maturato una mia teoria al riguardo, un po’ astrusa, ha a che vedere con la fantasia imbrigliata degli omini del biliardo. Poi, fa caldo, specie d’estate quando si svolgono i tornei di biliardo. Inoltre non ho forza nella mano sinistra, nonostante io scriva con la mano sinistra, e allora giocando in coppia sarei un peso per il mio compagno.

Due anni fa, però, ho giocato, perché me lo chiese M. A lui non seppi dire di no, perché era raro vederlo nel mio paese. M. aveva già qualche problema, ma non immaginavo che sarebbe accaduto quello che poi è successo. Quella sera mi avvicinai al biliardo insieme a lui e facemmo coppia, sfidando altri due ragazzi. Perdemmo, mi pare, ma io avevo avvisato M. che non sapevo giocare. Lui mi disse che non era importante, che ci teneva a giocare con me quella partita. Adesso so che quella è stata la prima e ultima volta che io e M., di fronte a un biliardino, siamo stati compagni e non sfidanti. A un certo punto, siccome avevo indossato un jeans troppo stretto, nel chinarmi a terra per raccogliere una pallina caduta, il jeans si strappò, lasciandomi tra le gambe una voragine. Finita la partita, M. mi propose di accompagnarmi a casa per cambiarmi il jeans. In macchina aveva “Wish you we’re here” dei Pink Floyd. Il mio pensiero andò a P.. Poi andammo a berci una birra al pub e ci raccontammo diverse cose, ricordando anche P.

Il resto è doloro, di M., dei suoi familiari e di chi ha condiviso con lui più tempo, più fatica, più gioia e più malinconia rispetto a me. A me resta la memoria, quel jeans strappato con le palle esposte al pubblico e il rumore che facevano le palline del biliardino, non del biliardo, ma proprio il biliardino, quello che ci vedeva avversari ma complici, che ci faceva credere che non si potesse smettere mai di giocare.

“Paolo (cosa contava vincere?)”

Ivan saluta Franco, Nicola ed Enzo. Con loro ha trascorso la mattinata al bar, discutendo di politica, d’amore, di letteratura, proprio come un tempo. Imbocca la strada lastricata d’antiche pietre, che da sempre collega quei discorsi da piazza alla solitudine della sua stanza, così pregna di pensieri troppo spesso futili. Passa accanto al piccolo negozio di generi alimentari del quartiere e nota alcune persone agitate. Vede, a circa duecento metri da lui, delle automobili ferme, all’altezza di una piccola piazzola di sosta, la stessa che ospitava le interminabili partite di calcetto che Ivan e gli amici del quartiere sostenevano, incuranti del freddo, del caldo, delle lamentele dei pensionati che volevano dormire.

“Quel giovane…”. Ivan sente questo frammento di frase che fuoriesce dalla bocca ansante di una signora, una di quelle che passano interi pomeriggi a pontificare su tutto. Sembra essere preoccupata, ma Ivan pensa a un banale tamponamento tra auto e conseguenti curiosità. Vede alcune persone che camminano a passi veloci verso quel piccolo ingombro di macchine. Prosegue verso casa.

Due minuti dopo, è a tavola. È mercoledì, un giorno estivo come tanti, col caldo che non dà tregua, non lascia respirare, rende svogliati, svagati, assenti. C’è voglia di mare, di distese rasserenanti. Squilla il cellulare della sorella, seduta di fronte a lui. Ivan la vede raggelarsi. La telefonata è durata pochi secondi.

– È morto Paolo. Continua a leggere…

“Ritratto d’un amico” (Natalia Ginzburg su Cesare Pavese)

Natalia_Ginzburg

“Il nostro amico viveva nella città come un adolescente: e fino all’ultimo visse così. Le sue giornate erano, come quelle degli adolescenti, lunghissime, e piene di tempo: sapeva trovare spazio per studiare e per scrivere, per guadagnarsi la vita e oziare sulle strade che amava: e noi che annaspavamo combattuti tra pigrizia e operosità, perdevamo le ore nell’incertezza di decidere se eravamo pigri o operosi. Non volle, per molti anni, sottomettersi a un lavoro d’ufficio, accettare una professione definita; ma quando acconsentì a sedere a un tavolo d’ufficio, divenne un impiegato meticoloso e un lavoratore infaticabile, pur serbandosi un ampio margine d’ozio; consumava i suoi pasti velocissimo, mangiava poco e non dormiva mai.”

(Natalia Ginzburg, “Ritratto d’un amico”, in “Le piccole virtù”, ed. Einaudi)

Stamattina, in biblioteca, mentre giravo tra gli scaffali per scegliere un libro da leggere, il mio occhio è caduto su “Lessico famigliare”, di Natalia Ginzburg, e ho deciso di prenderlo. Accanto a questo testo c’era “Le piccole virtù”, della stessa autrice. Incuriosito, ho letto il retro del volume, scoprendo che all’interno c’è un ricordo di Cesare Pavese, che la Ginzburg ebbe modo di conoscere. Ho preso anche questo libro e oggi pomeriggio l’ho letto, quasi tutto. È una raccolta di saggi, alcuni veramente interessanti, per esempio uno su cosa significa scrivere. Qui, però, vi riporto altri due stralci dello scritto su Pavese, breve e toccante ritratto di un’amica.

“Si era creato, con gli anni, un sistema di pensieri e di princìpi così aggrovigliato e inesorabile, da vietargli l’attuazione della realtà più semplice: e quanto più proibita e impossibile si faceva quella semplice realtà, tanto più profondo diventava in lui il desiderio di conquistarla, aggrovigliandosi e ramificando come una vegetazione tortuosa e soffocante. Era, qualche volta, così triste, e noi avremmo pur voluto venirgli in aiuto, ma non ci permise mai una parola pietosa, un cenno di consolazione: e accadde anzi che noi, imitando i suoi modi, respingessimo nell’ora del nostro sconforto, la sua misericordia”.

“È morto d’estate…Non c’era nessuno di noi. Scelse, per morire, un giorno qualunque di quel torrido agosto; e scelse la stanza d’un albergo nei pressi della stazione: volendo morire, nella città che gli apparteneva, come un forestiero…Andammo, poco tempo dopo la sua morte, in collina. C’erano osterie sulla strada, con pergolati d’uva rosseggiante, giochi di bocce, cataste di biciclette…Guardammo, sulle sponde erbose e sui campi arati, salire la notte di settembre. Eravamo tutti molto amici, e ci conoscevamo da tanti anni; persone che avevano sempre lavorato e pensato insieme. Come succede fra chi si vuol bene ed è stato colpito da una disgrazia, cercavamo ora di volerci più bene e di accudirci e proteggerci l’uno con l’altro; perché sentivamo che lui, in qualche sua maniera misteriosa, ci aveva sempre accuditi e protetti. Era più che mai presente, su quella proda della collina”.

“Kafka” (di Max Brod)

Kafka e brod

“Kafka” di Max Brod è un libro emozionante per chi, come me, ha sempre ammirato l’autore di capolavori quali “La metamorfosi”, “Il processo”, “Il castello” e tanti altri. L’autore di questa monografia è, per chi non lo sapesse, colui al quale dobbiamo la conservazione della maggior parte degli scritti di Kafka, che quest’ultimo aveva destinato alla macerazione, insoddisfatto degli stessi. Occorre subito premettere che su questo punto Brod rileva come non sia esatta l’opinione secondo la quale Kafka non ambiva per nulla a essere letto o pubblicato. Brod ci svela, invece, che, sia pure solo riguardo ad alcuni racconti, lo stesso Kafka si era convinto della possibilità di divulgarli. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, era restio, a causa di un forte spirito autocritico che, in questa come in altre situazioni della sua esistenza, lo attanagliava.

“Di fronte a questo desiderio Franz era di parere discorde. Un po’ voleva e un po’ non voleva. Talvolta prevaleva l’ostilità, specialmente quando, ritornato a Praga, dovette mettersi a raccogliere dal mucchio dei suoi manoscritti e particolarmente dalle pagine dei Diari le brevi prose, che, secondo lui, meritavano di essere stampate, e quando si trattò di limarle con molto scrupolo consultando il “Grimm”* e disperandosi per l’incertezza delle norme sull’interpunzione e di certi particolari ortografici. Dopo i saggi che avevo portato a Lipsia l’editore si era dichiarato disposto a pubblicare (erano tempi beati!), e Franz doveva soltanto inviare il manoscritto definitivo. Allora si mise a fare i capricci, vedeva brutto tutto ciò che aveva scritto e affermava che il lavoro di raccolta dei vecchi pezzi “senza valore” gli impediva di produrre opere migliori. Ma io non mollai”.

(Max Brod, “Kafka”)

Per esplicita ammissione di Brod, il suo libro mira a sottrarre Kafka a interpretazioni di parte, fossero esse di tipo esistenzialistico, ateistico, agnostico o quant’altro, per ribadire la forte ma travagliata religiosità del suo amico e scrittore. Ogni interpretazione di un autore, come naturale, disvela molto sull’interpretante e sulle sue convinzioni, e non è mai semplice capire fino a che punto le idee dell’interprete si sovrappongano a quelle dell’interpretato. Nel caso di Kafka, autore che già di per sé si presta a esegesi differenti, questo rischio è ancora più forte. Chi volesse, potrà da sé scoprire come su Kafka siano state scritte pagine interessanti da autori come Adorno, Benjamin, Camus, o ancora saggi come quello di Citati.

La testimonianza di Brod, in ogni caso, è molto importante e spesso emozionante, perché Max Brod fu soprattutto un amico di Kafka, Continua a leggere…

A te che (non) avresti letto il mio blog (forse) sorridendo.

“A te che ascolti il mio disco forse sorridendo, giuro che la stessa rabbia sto vivendo”
(Rino Gaetano, “Ti ti ti”).

(Rino Gaetano nacque il 29 ottobre 1950 e morì il 2 giugno 1981.
Il 22 marzo 2006 andai a trovarlo al cimitero del Verano, scrivendo delle impressioni, poi rielaborate. Le parole della canzone riportate sopra le ricordo in maniera particolare, perché le scrissi come dedica sul dorso di un cd (contenente le canzoni di Rino) che un mio amico, purtroppo morto nel 2008, mi aveva chiesto di fargli.

Rino e il mio amico non potranno mai leggere quest’articolo, che è per loro, su di loro, grazie a loro.)

22 marzo 2006, ore 11

Lasciai mia sorella all’ingresso dell’Università. Mi disse che dovevo proseguire dritto e poi svoltare a sinistra. Con lo zaino del liceo sulle spalle, finita Via Regina Elena, incrociai la Tiburtina, che all’epoca non conoscevo quanto adesso. Scorsi un gruppo di persone assorte davanti a un cancello, forse al seguito di un funerale, e capii d’essere quasi arrivato.

– Scusi, l’ingresso del cimitero del Verano? – chiesi a un passante.

M’indicò un cancello, verso il quale mi diressi. Controllai il cartello con gli orari d’apertura e chiusura: “Mercoledì 7:00-18:00”. Erano le 11:10 del mattino, avevo molto tempo per la mia ricerca; temevo solo che piovesse, sebbene munito di ombrello. Varcai la soglia d’ingresso. Due signore in camice bianco sembravano essere lì per pulizie. Estrassi dalla tasca del pantalone il foglietto preparato a casa. Giungere al “Riquadro 119, cappella V” sembrava facile: un tratto rettilineo e poi girare. Dopo alcune decine di metri, però, mi resi conto che avevo sottovalutato le dimensioni del Verano. Stavo attento a eventuali indicazioni, essendomi accorto che non avrei potuto chiedere più alle due signore, nel frattempo scomparse dal mio orizzonte visivo, né ad altri. Il cielo si oscurava sempre di più ed ero il solo vivente in quella desolazione irreale. Non avevo alcuna paura, non dei morti almeno.

A distanze più o meno regolari l’una dall’altra, ai lati delle tombe, erano poste delle pietre, con sopra incisi dei numeri progressivi. Giunto al “97”, pensai di essere vicino al “119”. Mentre scrutavo in cerca di quel numero, le singole tombe m’indussero a riflettere su quelle esistenze spente, a immaginare che tipo di morte li avesse colti. La straniante sensazione data dalla vista di tutti quei volti in fotografia e quelle date anagrafiche e il silenzio di quel luogo solitario recisero ogni legame tra la mia mente e la quotidianità. Scacciai l’istintivo pensiero della morte come unica forma di democrazia che rende tutti uguali; non mi era mai piaciuta molto quella semplificazione. Lì davanti a me sembravano tutti uguali, certo, ma non lo erano: il ladro, l’assassino, l’ingenuo, il derubato, la vergine, la puttana. Tutti livellati, ma tutti diversi. Notavo anche lo sfarzo di alcune tombe contrapposto all’abbandono di altre.

Poi vidi il numero “119”, ma non il suo nome. Sospettai di aver sbagliato qualcosa negli appunti. Perplesso, indeciso su cosa fare, vagai a vuoto, finché arrivò un camioncino con a bordo due operai. A un mio cenno si fermarono.

– Scusate, sto cercando il riquadro 119, cappella V, è qui? – chiesi.

– No, no qui! – mi rispose il guidatore. Dall’accento compresi che non parlavano italiano. Cercavano di spiegarmi qualcosa a gesti, ma non compresi granché. Sembrava volessero dirmi che la numerazione alla quale mi attenevo io non era la stessa che catalogava i riquadri, ma non ne ero sicuro. Chiesi dove si trovava il reale riquadro “119” e con eloquenti cenni delle mani mi fecero capire che era lontano da lì. Li ringraziai, li lasciai tornare al loro lavoro e scoraggiato tornai alle mie ricerche.

Quei due operai erano l’unico contatto col mondo esterno, una volta andati via devo solo sperare di incontrare altre persone oppure ricordare a memoria la strada del ritorno. Nonostante le titubanze, proseguii. Non sapevo dove andare, ma camminavo; salite alcune scale mi trovai su un piano sopraelevato rispetto a dov’ero prima. Continuavo a guardare le tombe, a destra e sinistra, nella speranza di un colpo di fortuna, al quale mi appellavo come unica possibilità di orientarmi in quel dedalo. Al termine di un rettilineo, mi trovai su una sorta di corridoio di comunicazione, ulteriormente sopraelevato. Lì non c’erano tombe, ma mi fu possibile accorgermi della grandezza del cimitero monumentale del Verano. Ne avevo davvero sottovalutate le dimensioni. Non sapevo più cosa fare: da quel luogo potevo discendere e vagare a caso, con il rischio reale di perdermi, o tornare indietro. Erano passati più di trenta minuti e il cielo non accennava a rasserenarsi.

A quel punto fu il caso, non saprei come altro definirlo, a trarmi dall’impaccio. Vidi un ragazzo con la maglia rossa che trasportava un tubo di ferro sulle spalle.

– Scusa, sto cercando il riquadro 119, cappella V, – gli chiesi quando s’accostò a me.

– La tomba di Rino Gaetano – aggiunsi.

– Hai sbagliato strada, sei lontano! – sorrise.

– L’avevo sospettato. Ma è tanto lontano?

– Sì, dai, vieni che ti ci porto io, tanto dobbiamo passare lì vicino.

Scese delle scalette, ci trovammo di fronte ad un altro camioncino, che trasportava attrezzi da operai e un altro ragazzo.

– Mettiti dietro, sta cercando Rino Gaetano, lo portiamo noi, – disse al collega il ragazzo con la maglia rossa.

Ero contento per aver trovato quell’aiuto insperato e necessario, eppure mi sentivo d’intralcio al loro lavoro. Subito però mi accorsi che quella mia richiesta rappresentava, in qualche modo, un gradito diversivo anche per loro.

– E così cerchi Rino Gaetano? – chiese il ragazzo che si era seduto dietro.

– Sì.

– Eh eh, il cielo è sempre più blu, – sorrise anche lui.

– Anche se oggi non è tanto blu, – risposi indicando le nubi minacciose.

Mi sentivo come in un film dove tutto è già scritto, quindi finanche banale, ma siccome era il mio film non mi appariva così scontato. Mi fecero notare che a piedi non sarei mai arrivato, che avevo scelto l’entrata sbagliata del Verano e camminando mi ero allontanato sempre più dalla tomba di Rino, facilmente raggiungibile qualora avessi scelto l’altro ingresso. Mi confermarono che, a quel punto, a piedi avrei impiegato chissà quanto, e probabilmente mi sarei perso.

– Vedi quella macchina blu laggiù? Lì c’è il riquadro 119, lo troverai facilmente, poi da lì trovi la cappella V, – mi disse il mio casuale benefattore, una volta giunti a un incrocio. Dovevano proseguire per un’altra zona. Avrei voluto baciarli sulla fronte per l’aiuto, mi limitai a ringraziandoli calorosamente. Iniziai a percorrere quella sorta di vialone, sulla mia destra cerano delle grandi costruzioni tutte simili, capii che erano le cappelle che costituiscono i riquadri.

In quella zona del cimitero c’erano delle persone. Notai una coppia di vecchietti, marito e moglie, poi una signora, alla quale domandai dove fosse l’uscita.

– Lì, alla fine di questo viale, è facile.

Poi, alla mia destra scorsi una pietra a terra: “119″. Avanzai lentamente e su un muro lessi anche un grosso “V” romano, e compresi d’essere vicino al luogo dov’è sepolto Rino. Su una colonna vidi una scritta, “RINO”, vergata con un pennarello, e seguita da una freccia verso destra. Fu un’emozione intensa. Mi chiedevo chi, e quando, potesse aver scritto quella parola, avvertivo la netta sensazione di non essere solo, una surreale e dolce malinconia nel sentire che altri, come me, erano accorsi lì a trovare Rino. Seguii la freccia, immettendomi in una stanza piena di lapidi a muro.

Sulle prime pensai d’aver nuovamente sbagliato perché, cercando tra le lapidi a muro, non riuscivo a trovarlo. Non sapevo nemmeno se cercare “Rino Gaetano” oppure “Salvatore Antonio Gaetano”, il suo vero nome. Poi, d’un tratto, l’emozione fu enorme. Intento a cercare sui muri, non mi ero accorto che nella stanza, sin dall’ingresso, c’era una lunga schiera di fiori. Capii immediatamente che erano per lui.

Come un lampo, ricordai il sogno che avevo fatto un mese prima, al quale mi ero ripromesso di dare seguito nella realtà, rimandando sempre per pigrizia, per mancanza di occasioni, magari per la vergogna di chiedere a qualcuno di accompagnarmi. E ora ero lì, non più adolescente per la mia carta d’identità, vicino alla tomba di un cantante. Avanzai lento accanto alla fila di fiori, alla fine della quale scorsi un tavolino. Rino era lì, che mi guardava dalla foto in bianco e nero, col suo gilet e col suo cilindro in testa, con la sua inconfondibile aria. A distanza di tempo le descrizioni di quel giorno mi appaiono un po’ retoriche, certo esagerai la portata di quella visita, collegandovi significati ulteriore. O forse no, in fondo davvero fu una tappa importante per me. Era strano come io, non credente, dunque poco incline a pensare che ci possa essere una sopravvivenza ultraterrena, avessi la netta e forte sensazione di essere guardato da Rino. Più semplicemente, ero guardavo dentro me stesso. Avevo gli occhi lucidi.

Sul tavolo, oltre alla foto, c’erano delle cartoline, dei piccoli gadget lasciati dagli ammiratori, una penna rossa e un quaderno aperto, sul quale i fans di Rino avevano scritto i loro pensieri. Alcuni avevano scritto frasi brevi, un “ciao Rino”, altri pezzi di canzoni, qualcuno pensieri più articolati. Cominciai a leggerli tutti, non per curiosità, piuttosto per condividere anche con loro, passati prima di me, quel momento. Mi colpì in particolare una pagina. Una ragazza aveva scritto, più o meno: “Rino, sto piangendo… in fondo il cimitero è l’unico posto dove oggi è consentito piangere” e cose simili. Avrei voluto vedere il volto di quella ragazza che solo pochi giorni prima di me era passata di lì, che avrei potuto incontrare mezz’ora dopo per strada senza che l’uno sapesse niente dell’altro. Pensai a come l’esistenza spesso sia una questione di coincidenza, poi fermai quel flusso di pensieri che stavano partendo per chissà dove. Quel giorno ero lì per Rino.

Presi la penna e scrissi d’istinto: “Rino, ti avevo promesso che sarei venuto ed eccomi qua, scusa il ritardo. Io ascolto i tuoi dischi sorridendo e provo la tua stessa rabbia… a molti potrò sembrare pazzo a essere qui oggi, ma se mai qualcuno capirà sarà senz’altro un altro come me”, una sorta di collage di sue canzoni. Aggiunsi il mio nome. Oggi credo non scrivere alcunché, ma allora lo feci, non ha senso chiedermi ora il perché.

Fui destato dal rumore di alcuni passi, erano due signore.

– Devono aver messo questi fiori per qualcuno, – mi chiese una delle due, incuriosita dalla lunga scia di fiori.

– Sì, per Rino Gaetano, il cantante, – le risposi, sperando che lo conoscesse.

– Ah, Mino Rei… – fece lei, con una piccola e dolce gaffe.

Capii che stava per attribuire un trapasso precoce a qualcun altro (poi morto anch’egli) e la corressi sorridendo: – Rino Gaetano, signora.

– Ah, sì, Rino Gaetano, mio figlio ne andava pazzo; ma è morto tanti anni fa, lei non doveva neanche essere nato.

Colsi della profonda malinconia in quelle parole. Avevo capito che la signora era lì per suo figlio.

– Quindi ti piaceva Rino? – chiese.

– Ero piccolo quando è morto, avevo tre anni… ma ora lo adoro! – le dissi.

La sua amica, più giovane, stava leggendo i pensieri sul quaderno, con molta probabilità anche il mio. Restai qualche altro minuto lì, salutai le signore e poi decisi che era tempo di andare. Lanciai un ultimo sguardo all’altare di Rino e uscii, immettendomi nel vialone che mi avrebbe portato, stavolta velocemente, all’uscita del cimitero.

Mi sentivo pervaso da sensazioni contrastanti. Non ero felice, dopo tutto ero stato in un luogo di morte e avevo appena visitato la tomba di un ragazzo, Rino, morto a soli trentuno anni. Eppure, ecco, mentre camminavo mi sentivo almeno sereno, perché, una volta tanto, avevo seguito qualcosa, qualcuno, che mi toccava dentro, per quanto potesse apparire assurdo anche a me stesso. Riflettevo su quale forza misteriosa mi avesse portato lì, ripensando al sogno del mese precedente. Esclusi, peraltro senza certezze, di essere sul punto d’impazzire, e mi dissi che anche quell’opzione, qualora si fosse verificata, non mi avrebbe reso peggiore dei tanti presunti saggi che guidano il mondo.

Negli anni precedenti mi ero costruito una gabbia nella quale spesso mi ero sentito avvilito, sconfitto, deluso dalla percezione dell’impossibilità di condividere i propri pensieri più veri, intimi con chicchessia. Esageravo a causa di mie carenze caratteriali, con il tempo l’ho compreso. Quel giorno, la lettura delle parole di quella ragazza, che non avrei mai conosciuto, che pure sentivo così vicina a me, e il fatto di sentirmi “vivo tra i morti”, quando spesso nella mia esistenza avevo pensato, a torto e con ingenuità, di essere un “morto tra i vivi”, ridestarono in me qualcosa, che già esisteva, ma che solo negli anni successivi, con un processo graduale di consapevolezza, mi avrebbe portato a essere più aperto, secondi alcuni visionari addirittura “solare”.

Non nego che rileggere ora le parole di quel giorno mi fa persino sorridere, se penso a com’ero, a quel miscuglio di timidezza, auto-referenzialità e insicurezza che mi rendeva talvolta aspro nei rapporti con gli altri. Nei rapporti non accadono miracoli, in tal senso, ma certo si cresce, e oggi che sono cambiato ripenso a quel pomeriggio come a una delle tante tappe di crescita, che unitamente a frequentazioni di amici, conoscenti, mi ha portato, se proprio vogliamo trovare un aggancio all’attualità di questo blog, a uscire dal perenne sottosuolo per espormi di più al sole, o per lo meno all’Altro da me.

Certo, conosco tuttora le maschere, quelle che indosso e quelle che indossano gli altri. Il disincanto, il cinismo, la cattiveria le sento, in me e negli altri. Sarebbe ridicolo negarlo. Ho imparato, però, a gestire meglio il tutto, a cercare la bellezza nella gente, anche se è dura, così com’è dura non ferire le persone.

Percorrendo il viale che mi conduceva all’uscita, pensavo che dopo poco sarei diventato uno dei tanti in mezzo al traffico della Tiburtina, ma in quel preciso istante avrei voluto fermare il tempo, vivere di quell’aria, di quell’attimo che mi aveva malinconicamente invaso quando avevo visto il tavolino con la foto di Rino. Tuttora non sono credente, per me “anima” è un concetto difficile da sviluppare. Penso piuttosto alle azioni, ai pensieri, alle parole che i morti hanno lasciato in noi. Penso alla lacrima che mi cadeva guardando quella foto di Rino, penso alla frase che scrissi sul cd che regalai al mio amico quella sera in auto.

Traversai il cancello d’uscita, girandomi un’ultima a guardare il viale che avevo appena percorso. Dopo alcuni passi, estrassi il lettore mp3 dallo zaino, infilai gli auricolari, per sentire Rino che mi cantava, ad onta di quel cielo grigio, che “il cielo è sempre più blu…”. M’incamminai verso la stazione Termini, chiedendomi a chi avrei potuto raccontare in futuro quella giornata. Compresi l’assurdità di un tale dubbio: l’avrei raccontato a chi sentivo di volerlo raccontare, o magari al mondo intero.

Erano le 12:00, a Roma, nel piazzale del Verano. Mi promisi di tornare a trovare Rino. La prossima volta non si sarebbe più potuto nascondere.

Non sono più tornato a trovare Rino. Lo farò. Prima però devo passare dal mio amico. Da quando è morto non ho avuto il coraggio di andare a trovarlo. La ragione non è semplice da spiegare e non ha senso farlo in un racconto. Preferisco, ora, ricordarlo mentre ascolta quel cd che gli regalai.

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