Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Non abitiamo più qui” (Andre Dubus)

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“In un matrimonio esistono diversi tipi di bugie la cui malignità uccide pian piano ogni cosa: quel giorno io stavo sperimentando l’intera gamma, che andava dalla bugia bell’e buona dell’adulterio, fino all’accurata selezione d’informazioni che avviene quando tra due persone iniziano ad esserci argomenti di cui non si può più parlare. È dura dire quale delle due cose uccida prima, ma direi questa selezione degli argomenti di conversazione, perché è una resa: eviti di toccare le ferite e di conseguenza eviti di toccare le profondità del cuore. (…)
Così cercavo di sedare il nostro male con un palliativo, e facevo giri di parole per evitare di parlare direttamente di noi, di quello che eravamo, e in ogni momento sapevo, con una punta di disperazione, che ormai avevo assunto per sempre quella posa facile e bugiarda. Col passare degli anni ci ero scivolato dentro, gradualmente, come in una morte lenta, e ora, passati quegli anni e in vista di tutti gli anni a venire, avevo smarrito ogni proposito di onestà fra noi. E tuttavia alle volte, quando ero solo e lontano da casa – sempre, perché succedesse, dovevo essere lontano da casa, magari a guidare in un giorno di sole, fra alberi verdi e prati rigogliosi – mi capitava di sentire come una specie di canzone che proveniva da un altro tempo lontano e allora mi veniva da piangere (anche se poi non piangevo) pensando a quando l’amavo ogni giorno e, al pomeriggio, risalivo la strada di casa felice di vederla, giorni in cui non dovevo mai pensare prima di parlare.”
(Andre Dubus, “Non abitiamo più qui”, ed. Mattioli 1885)
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“La fine della strada” (John Barth)

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“- Perché vi siete scopato Rennie?

Non lo so!

Che ragioni pensate di aver avuto?

– Non saprei darvi nessuna ragione che io ritenga vera.

– Andiamo, Horner, non è che fate le cose e basta. Cosa avevate in testa?

– Non avevo niente.

Joe cominciò ad arrabbiarsi.

– Sentite, Joe, – dissi – dovete riconoscere che le persone, escluso forse voi stesso, non hanno sempre motivi coscienti per tutto quello che fanno. Ci sarà sempre, nella loro autobiografia, qualcosa che non sapranno giustificare. Ora, quando ciò avviene, si potrebbero anche inventare dei motivi coscienti – forse nel vostro caso vi salterebbero in mente non appena vi capitasse di pensare a un’azione dopo averla compiuta – ma sarebbero sempre delle razionalizzazioni a posteriori.

– Giusto, – insistette Joe. – Ma se accettassi tutto quello che voi avete detto ora, dovrei comunque aggiungere che anche le razionalizzazioni a posteriori vanno fatte e che uno dev’essere ritenuto responsabile – deve ritenere sé stesso responsabile – delle sue razionalizzazioni, se vuol essere un individuo che agisce moralmente. Continua a leggere…

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