Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Austerlitz” (W. G. Sebald)

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“Perché non mi dici, ella domandò, disse Austerlitz, la ragione della tua inavvicinabilità? Perché, disse, da quando siamo arrivati qui sei come uno stagno gelato? Perché vedo le tue labbra schiudersi, quasi tu volessi dire, o magari persino gridare qualcosa, e poi non sento nulla? Perché arrivando non hai disfatto i tuoi bagagli e vivi, per così dire, soltanto dello zaino? Eravamo a qualche passo l’uno dall’altra, simili a due attori sulla scena. Con l’affievolirsi della luce gli occhi di Marie mutavano colore. E io cercai di nuovo di spiegare a lei e a me stesso quali incomprensibili sentimenti avessero continuato a opprimermi negli ultimi giorni: come un folle non vedevo altro intorno a me se non misteri e segni; mi sembrava che persino le mute facce delle case sapessero su di me qualcosa di negativo, e se da sempre ero stato convinto che il mio destino fosse una vita solitaria, adesso, nonostante il mio desiderio di lei, lo ero più che mai. Non è vero, disse Marie, che abbiamo bisogno dell’isolamento e della solitudine. Non è vero. Sei solo tu ad aver paura, non so di che cosa. Sempre ti sei tenuto un po’ a distanza, me ne ero ben accorta, ma adesso è come se ti trovassi su una soglia che non hai il coraggio di varcare. Non ero in grado allora di ammettere che Marie aveva ragione in tutto, ma oggi so, disse Austerlitz, perché dovevo prendere le distanze se qualcuno mi veniva troppo vicino, e ricordo che in quel prendere le distanze mi credevo in salvo e al tempo stesso mi sentivo un essere intoccabile, brutto da incutere spavento.”

(W. G. Sebald, “Austerlitz”, ed. Adelphi)

“Austerlitz” di W. G. Sebald è un romanzo toccante, avvincente, scritto (tradotto) meravigliosamente, un libro che mi ha avvinto alla lettura dalla prima all’ultima riga.

Jaques Austerlitz è un professore di storia dell’architettura che il narratore incontra alla stazione di Anversa nel 1967, in modo del tutto casuale e che sulle prime parla quasi esclusivamente di strutture architettoniche, senza troppi riferimenti a un vissuto personale che pare immerso in un oblio definitivo. Austerlitz è un solitario e le ragioni della sua difficoltà ad avere rapporti umani affondano in un passato oscuro che egli avrà la forza di affrontare solo negli anni Novanta, una volta andato in pensione, quando prenderà piena consapevolezza del dramma che si cela dietro il suo arrivo (1939) in Inghilterra.

A cinque anni, infatti, Austerlitz, che scoprirà di chiamarsi così solo un decennio dopo, si era ritrovato, senza sapere perché, adottato da due coniugi gallesi, dalla mentalità piuttosto retrograda. Da Praga era stato inviato, in un convoglio trasportante altri bambini, nell’immediata vigilia della seconda guerra mondiale, per preservarlo da orrori che i suoi reali genitori sconteranno sulla loro pelle, nei campi di concentramento e sterminio.

Il romanzo di Sebald, con i suoi andirivieni spaziotemporali, è una struggente riflessione sui temi della memoria individuale e collettiva, sull’oblio, su luoghi che segnano, sull’abbandono, sul tempo, sull’identità perduta/ritrovata, sulla solitudine e la paura di affrontare incubi che Austerlitz (e tante altre persone con storie simili alle sue) si portano dentro, ed è corredato da fotografie che aggiungono valore alle già potenti immagini lessicali che l’autore ci offre.

“Dette queste parole, Austerlitz tacque e rimase per qualche tempo – almeno mi pare – con lo sguardo perso nel vuoto. Sin dall’infanzia e dalla giovinezza, così infine riprese il discorso tornando a guardarmi, non ho mai saputo chi in realtà io sia. Dal mio attuale punto di vista mi rendo ben conto che già solo il mio nome e il fatto che, di questo nome, io sia rimasto defraudato fino ai quindici anni avrebbero dovuto mettermi sulle tracce della mia origine; eppure, negli ultimi tempi, ho anche capito per quale motivo un’istanza anteposta o preposta alla mia capacità di pensare, e con ogni evidenza dominante in modo assai avveduto da qualche parte del mio cervello, mi abbia sempre protetto dal mio segreto e sistematicamente distolto dal trarre le conclusioni più ovvie e dall’intraprendere ricerche coerenti con tali conclusioni. Non è stato facile liberarmi dal disagio che provavo nei confronti di me stesso, né sarà facile presentare ora le cose in una successione più o meno ordinata.”

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“Il libro contro la morte” (Elias Canetti)

Canetti contro morte

“Troppo poco si è riflettuto su ciò che, dei morti, resta davvero vivo, disperso negli altri; e non si è escogitato alcun metodo per alimentare quei resti dispersi e mantenerli in vita quanto più a lungo possibile.
Gli amici di un uomo che è morto si ritrovano in un determinato giorno e parlano esclusivamente di lui. Ne incrementano la morte, se del morto non dicono altro che bene. Sarebbe meglio se litigassero, se prendessero partito pro o contro di lui, se ci raccontassero certi tiri mancini, di cui nulla si sapeva; finché su di lui c’è ancora qualcosa di sorprendente da dire, il morto si trasforma e non è morto. La pietà, che cerca di conservarlo dentro l’ambra, non è affatto segno di amicizia. Nasce dalla paura e vuole soltanto mantenerlo inoffensivo da qualche parte, come dentro la bara e sottoterra. Affinché il morto, nella sua impalpabilità, continui a vivere bisogna consentirgli di muoversi. Dev’essere collerico, come prima, e nella sua collera far uso d’una imprecazione inaspettata, nota solo a colui che ce la riferisce. Deve diventare affettuoso: coloro che lo hanno conosciuto nella sua severità e spietatezza, devono all’improvviso percepire quanto egli sapesse amare. Si vorrebbe quasi che ciascuno degli amici avesse la sua parte del morto da rappresentare, e allora, messe tutte quante assieme, esse lo farebbero rivivere. Nel corso di tali celebrazioni si potrebbe altresì consentire una graduale partecipazione dei più giovani e dei non iniziati, affinché anche a essi fosse dato esperire, nella misura loro possibile, quell’uomo ancora sconosciuto. Certi oggetti, dotati di un qualche legame con lui, dovrebbero passare di mano in mano, e sarebbe bello se a ogni incontro annuale, accanto a una storia, apparisse anche un nuovo oggetto, rimasto fino allora nascosto.”
(Elias Canetti, “Il libro contro la morte”, ed. Adelphi)

“Si disimpara completamente a tacere”

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“In questo libro troviamo all’opera un <<essere sotterraneo>>, uno che perfora, scava, scalza di sottoterra. Posto che si abbia occhi per un tale lavoro in profondità, lo si vedrà avanzare lentamente, cautamente, delicatamente implacabile, senza che si tradisca troppo la pena che ogni lunga privazione di luce e d’aria comporta; lo si potrebbe dire perfino contento del suo oscuro lavoro. Non sembra forse che una fede gli sia di guida e una consolazione lo compensi? Vuol forse avere la sua propria lunga tenebra, il suo mondo incomprensibile, occulto, enigmatico, perché avrà anche il suo mattino, la sua liberazione, la sua aurora? Certamente egli tornerà indietro: non chiedetegli cosa cerca là sotto, ve lo dirà lui stesso, questo apparente Trofonio ed essere sotterraneo, quando sarà <<ridiventato>> uomo. Si disimpara completamente a tacere, quando si è stati così a lungo, come lui, una talpa, un solo…”

(Friedrich Nietzsche, “Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali”, ed. Adelphi)

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