Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Si disimpara completamente a tacere”

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“In questo libro troviamo all’opera un <<essere sotterraneo>>, uno che perfora, scava, scalza di sottoterra. Posto che si abbia occhi per un tale lavoro in profondità, lo si vedrà avanzare lentamente, cautamente, delicatamente implacabile, senza che si tradisca troppo la pena che ogni lunga privazione di luce e d’aria comporta; lo si potrebbe dire perfino contento del suo oscuro lavoro. Non sembra forse che una fede gli sia di guida e una consolazione lo compensi? Vuol forse avere la sua propria lunga tenebra, il suo mondo incomprensibile, occulto, enigmatico, perché avrà anche il suo mattino, la sua liberazione, la sua aurora? Certamente egli tornerà indietro: non chiedetegli cosa cerca là sotto, ve lo dirà lui stesso, questo apparente Trofonio ed essere sotterraneo, quando sarà <<ridiventato>> uomo. Si disimpara completamente a tacere, quando si è stati così a lungo, come lui, una talpa, un solo…”

(Friedrich Nietzsche, “Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali”, ed. Adelphi)

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Bolaño (letture di) in corso

In veste di gestore del blog latito, ma ho l’alibi, sto leggendo “I detective selvaggi” di Roberto Bolaño (ed. Sellerio). Oltre 800 pagine. Ci vuole un po’, ma ne vale la pena.

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“Fuga nelle tenebre” (Arthur Schnitzler)

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“Improvvisamente sentì nascere in lui un’angoscia da mozzare il respiro, un’angoscia del tutto nuova, che pure era sempre la stessa. Perché ad un tratto gli era venuta in mente la lettera? Che significato poteva avere ormai quella lettera? Essa poteva valere solo in un determinato caso; un caso inesistente, che non poteva mai più verificarsi. Non era pazzo; era sano. Ma a cosa gli serviva se gli altri lo ritenevano pazzo? A cosa gli serviva se alla fine lo stesso fratello lo avesse considerato pazzo? Non poteva accadere che un occhio turbato scambiasse proprio quella meravigliosa trasformazione della sua condizione di spirito, quel senso di euforia e di rilassatezza, quella serenità della sua natura, per i primi sintomi di una incipiente malattia mentale? Solo pochi giorni prima Marianne gli aveva manifestato la sua crescente preoccupazione per l’aspetto pallido e affaticato del marito; e quando Robert, in seguito a quel colloquio, aveva osato dare a Otto qualche fraterno consiglio, era rimasto colpito dal tono esageratamente eccitato, quasi sgarbato con cui il fratello gli aveva risposto, e ora gli sembrò addirittura di ricordare che negli ultimi tempi l’andatura e il portamento di Otto avevano subito una singolare trasformazione. E se fosse più malato di me, pensò Robert. Se fosse lui il malato – lui soltanto?”

(Arthur Schnitzler, “Fuga nelle tenebre”, ed. Adelphi)

Arthur Schnitzler non mi ha deluso nemmeno stavolta, “Fuga nelle tenebre” mi ha confermato che si tratta di un autore che per troppo tempo avevo associato solo a “Doppio sogno”. Le più recenti letture dei suoi libri, quali ad esempio “Il ritorno di Casanova”, “Morire” e “Il sottotenente Gustl”, mi avevano fatto apprezzare le sue qualità di fine indagatore della psiche umana, apprezzate anche da Freud.

“Fuga nelle tenebre” è la descrizione di una lenta ma inesorabile discesa negli abissi da parte di un uomo, Continua a leggere…

“L’abisso” e la “grazia”. Viaggio “andata e ritorno” tra il sole e il sottosuolo.

Nella strenua lotta per trovare un significato alla propria vita, taluni scelgono di accecarsi, fissando sempre e soltanto il sole, altri s’inabissano nel sottosuolo, strisciano come insetti feriti o vagano nelle bettole, senza più tornare a cercare la luce.

Noi, che vogliamo poter guardare il sole senza farci ingannare dal suo splendore, concentriamoci su tre uomini che si sono immersi in se stessi, che hanno avuto il coraggio di addentrarsi laddove è difficile anche solo avvicinarsi. Con avida curiosità, assorbiamo quanto possibile da loro, pur nella consapevolezza dei nostri limiti conoscitivi ed espositivi.

Dostoevskij, Kafka e Camus. Ecco i nostri uomini, così diversi tra loro, eppure così affini. Aggrappiamoci alle loro spalle, perché ci sostengano in questa meravigliosa discesa.

Innanzitutto, fissiamo un limite alla nostra indagine, che ci consenta di non disperderci in meandri oscuri e funga, al tempo stesso, da stimolo. Il limite – stimolo è la “donna”, o meglio il “rapporto” tra l’uomo immerso in se stesso e la donna.

Nessuna “donna” è uguale ad un’altra “donna”, non siamo così ingenui da ignorare questa evidenza. Di conseguenza, il viaggio-discorso che segue, oltre che soggettivo (esprimendo solo una delle tante percezioni possibili) è inevitabilmente generico, nella misura in cui si farà riferimento, per l’appunto, a un concetto di “donna” generale, vago. Ciò premesso, cos’è la donna, nell’accezione più vaga, per l’uomo inabissato? Un pericolo? Una grazia? Una salvezza? Una dannazione? Tutto ciò?

Iniziamo il viaggio presentando per sommi capi i nostri compagni di strada. Continua a leggere…

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