Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

La telefonata

Ero seduto sul letto, libro in mano e in attesa che le palpebre cominciassero a serrarsi. Quell’inverno lo passai tappato in casa, manco fossi stato condannato agli arresti domiciliari. La gastrite, che sul finire dell’estate e all’inizio dell’autunno mi aveva allontanato dai tavoli dei pub, si rivelava essere un alibi perfetto per convincermi che la mia non era una larvata forma di misantropia, bensì una giusta salvaguardia per il mio organismo. La mattina e il pomeriggio uscivo da casa, non per lavorare, che in quel periodo, purtroppo, nemmeno quello facevo, bensì per prendere “l’aria” che mi sarebbe stata poi necessaria ad attraversare le serate e le nottate in solitudine. Stavo bene con me stesso, con i libri, con il gatto bianco che si addormentava tra le mie gambe. Il momento di maggior eccitazione delle mie serate era quando immergevo il plum-cake nel latte e orzo, lo vedevo colorarsi e poi lo inghiottivo con voluttà.

Non so come apparissi agli occhi degli altri, forse mi vedevano sull’orlo del precipizio. Un sospetto lo ebbi quando, una sera che avevo deciso di trasgredire al rigido regime che mi ero imposto, uscii e incontrai amici e conoscenti. – Ti trovo bene, pensavo di trovarti molto peggio, più alienato – mi disse una mia amica, sorridendo. Può darsi che alienato lo fossi davvero e che riuscissi a mascherare la cosa, ma a pensarci bene no, non ero alienato, non in quel periodo, non più di quanto lo fossi stato in tutto il resto della mia esistenza. Stavo bene, insomma, la gastrite mi era quasi passata e mi godevo quei momenti di solitudine in attesa di tornare, quando ne avrei avuta voglia, a immergermi nelle atmosfere dei bar e dei pub provinciali.

Intento nella lettura, fui distratto dalla vibrazione del mio telefonino, oggetto del quale avevo quasi dimenticato l’esistenza, considerando che nell’ultimo anno avevo ricevuto e fatto un paio di telefonate. Erano passate le ventitré da poco. Posai il libro sul mobiletto accanto al letto, mi alzai con fare pigro e presi il telefono in mano. Sul display appariva la scritta “numero sconosciuto”.

– Pronto, – dissi, senza interrogarmi troppo su quale formula adoperare nel rispondere al telefono, quesito che mi sarei posto in altra occasione.

– Antonio! – una voce squillante, di donna, pronunciò il mio nome con un entusiasmo che mi stranì.

– Sì, chi sei? – chiesi curioso.

– Ma come chi sono? Fai finta di non riconoscermi? – ridacchiò la voce femminile dall’altra parte del telefono.

– No, scusa, ma non ti riconosco davvero, – e intanto cominciavo a pensare a chi potesse essere.

– Dai, non fare lo scemo! – ribadì ridendo. Dubitai del mio udito e della mia memoria, giacché continuavo a non capire chi fosse.

Le feci il nome di una mia amica, ma lei negò e sembrò più stupita di me di quella mia osservazione.

– Ma come? Ti va di scherzare! – e rideva.

– No, guarda, ti assicuro che non ti riconosco.

– Sì, sì, faccio finta di crederti.

La situazione cominciava a infastidirmi, anche se restava la curiosità. Si trattava della seconda o terza telefonata ricevuta nell’ultimo anno, quindi la cosa meritava la dovuta considerazione. Era un evento, sebbene strambo.

– Guarda, non so se stai facendo uno scherzo o se qualcuno ti ha suggerito di farlo, ma io, per conto mio, ti ripeto che non ti riconosco, e se non mi dici chi sei, possiamo andare avanti così senza arrivare a nulla, – dissi, cercando di accelerare la risoluzione dell’enigma.

– Ma come, sono arrivata ora a Formia, sono alla stazione e tu mi lasci qui da sola, non mi vieni a prendere? – cominciava a cadere la maschera, almeno avevo appurato che la voce era situata a pochi chilometri da me, e che per un qualche motivo mi stava chiedendo di andarla a prendere alla stazione.

– Sì, ma chi sei? – risposi sorridendo. Adesso ipotizzavo che una mia amica o comunque conoscente, giunta a Formia in uno stato alcolico preoccupante, si fosse dimenticata che io non guidavo, e soprattutto non possedevo una macchina con la quale sarei potuto andare a prenderla alla stazione.

– Ma dai! Sempre a scherzare! Sono XXX (N.d.R.; non è censura, ma non ricordo il nome), ci siamo sentiti oggi e mi hai detto che mi avresti aspettata qui alla stazione. Sono venuta dalla Toscana per incontrarti e tu ti fai desiderare così, sei proprio un matto! – e continuava a ridacchiare. Io, invece, a quel punto, ebbi la certezza che qualcosa non quadrasse e che non fosse uno scherzo.

– Scusa, – le dissi – ma ho il forte sospetto che tu abbia sbagliato persona.

Mentre pronunciavo queste parole, però, mi chiesi come fosse possibile che, sbagliando numero telefonico, quella donna avesse trovato proprio uno con lo stesso nome e, per giunta, abitante nella stessa zona. Il sospetto che qualche amico si stesse prendendo gioco di me, e avesse chiesto a una che non conoscevo di fingersi una mia spasimante, restava.

Lei, però, a quel punto, cambiò tono e sembrò perplessa: – Ma scusa, tu non sei di Formia?

– No, io sono di Itri, Formia si trova a qualche chilometro da Itri.

– Ma non sei Antonio XXX (N.d.R.: vedi sopra, e anche se lo ricordassi, non lo scriverei, ovvio)? – chiese ormai stupita.

– No, mi chiamo Antonio ma il mio cognome è diverso, credo tu abbia sbagliato numero, – le risposi.

– Oh, scusa, scusa, ho sbagliato davvero. Scusami tanto, ciao, – e attaccò.

Gli elementi che avevo in mano erano pochi ma sufficienti a ipotizzare cos’era avvenuto. Prima di dare fondamento al mio sospetto, decisi di verificare un’ultima cosa, più che altro per spazzare via definitivamente il dubbio che fosse uno scherzo. Non mi fu difficile, con un elenco telefonico alla mano, ma soprattutto con il motore di ricerca interno di facebook (o digitando su google, questo non lo ricordo bene, ma propendo per l’ipotesi facebook), verificare che esisteva un Antonio XXX e che realmente abitava a Formia. Forse traviata da tanti romanzi letti, la mia mente elaborò questo semplice scenario: i due si conoscono su un social network, concordano un appuntamento, lui le dice che andrà a prenderla alla stazione di Formia, lei arriva lì e, non trovandolo, oppure non riconoscendolo (più difficile, come ipotesi, considerando che a quell’ora la stazione è pressoché deserta), si allarma e lo chiama. Anzi, mi chiama.

Qui, però, arriva l’obiezione di prima: quante probabilità ci sono che una sbagli numero e, sbagliando, chiami un omonimo e quasi concittadino? A quel punto intervenne la memoria. Qualche anno prima mi era capitato, sotto la chiesa del mio paese, di vedere un numero di telefono scritto su una parete, con tanto di richiesta di libidinoso affetto. Quel numero era paurosamente simile, ma non identico, a quello di un mio amico, che sapevo quasi a memoria. Ricordo, infatti, che estrassi il cellulare dalla tasca per verificare la somiglianza tra i due numeri e notai che divergevano per una sola cifra. Ne dedussi che, in una determinata zona, ci sono molti numeri che si somigliano, e che quindi non era così improbabile che, sbagliando nel digitare una sola cifra, si potesse incappare in un concittadino, o quasi, dell’utente cercato. Certo, restava la questione del nome Antonio, che accomunava me e il probabile amante della donna che era alla stazione, ma anche questa coincidenza, per quanto strana, non era per nulla impossibile.

Me ne tornai a letto, libro in mano, consapevole che, a pochi chilometri da me, c’era qualcuno che, molto probabilmente, di lì a poco avrebbe usato le sue mani per una diversa attività. Può darsi anche che quella mia ipotesi fosse influenzata da un mio stato ormonale particolare, e che invece loro fossero solo due teneri amici, ma quel “sono venuta dalla Toscana per incontrarti e tu ti fai desiderare così”, e soprattutto il tono con cui era stato pronunciato, mi facevano propendere per l’ipotesi “amplesso all’orizzonte”.

Il gatto saltò sul letto e mi guardò, e nelle sue pupille mi sembrò quasi di leggere una considerazione felina: e se tu avessi retto il gioco, se ti fossi presentato alla stazione al posto di quell’Antonio, magari perché convinto che si trattasse di uno scherzo di qualche amico? Come sarebbe proseguita la serata? Lei ti avrebbe trovato più intrigante dell’Antonio atteso e si sarebbe sostituita al libro, oppure il suddetto Antonio, sopraggiunto nel frattempo, ti avrebbe piantato un cazzotto dritto sulla faccia? Perché il caso aveva tirato in ballo proprio te in quella vicenda? Cos’è il caso? C’è il caso? Il gatto ignorava, o fingeva di ignorare, che, anche volendo, non sarei mai potuto andare dalla donna, per via del fatto che non guidavo. Inoltre, quell’inverno ero davvero troppo pigro, e la sola idea di togliermi il pigiama e uscire da casa sarebbe bastata a tarpare qualsiasi velleità di libidine.

Stavo bene lì, con lui, il gatto, senza gastrite, con i miei libri, i miei capelli spettinati, il plum-cake come orgasmo. Augurai all’altro Antonio e alla donna ogni migliore copula possibile e m’infilai nuovamente nel letto. Il felino, dopo pochi minuti, mi si avvicinò facendo le fusa. Aveva capito anche lui che non era il momento di approfondire certe domande e concordò con me nel dare seguito alla nostra serata casalinga. Un’ora dopo dormivamo entrambi, senza chiederci più nulla della donna misteriosa e di Antonio XXX.

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Un pensiero su “La telefonata

  1. Clara in ha detto:

    bellissima storia!

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