Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

La cameriera mancina (e il cliente insonne)

La cameriera si avvicinò al tavolo per prendere le ordinazioni e lui notò, subito, che era ‘mancina’. Con la destra reggeva il palmare, mentre con la sinistra la penna elettronica. Oltre a rimpiangere la carta e la penna, pensò di farle i ‘complimenti’ perché era mancina. Tacque, conscio dell’assurdità di una tale frase. Più tardi, quando si ritrovò solo nella sua stanza, cominciò a domandarsi il ‘perché’ di quella sensazione che poteva definire “solidarietà innata da mancinismo”, quell’illogica e all’apparenza immotivata contiguità emotiva che egli stabiliva, del tutto arbitrariamente, tra sé e l’altro, quando gli capitava di scorgere, per l’appunto, un altro mancino, che fosse un impiegato postale oltre lo sportello, un gestore di un pub, o soprattutto, doveva ammetterlo, una ragazza seduta su una panchina che prendeva appunti su chissà cosa.

Quello stupido ma inevitabile senso di appartenenza non poteva avere spiegazioni molto logiche e razionali, piuttosto affondava nell’irrazionale, eppure lui ‘sentiva’ che una ‘spiegazione’ c’era, e per quanto fosse stupida era la sola che potesse chiarirgli il ‘perché’ più profondo di quella sensazione ineffabile. Non era necessario scomodare Freud per capire c’entrava l’infanzia e più specificamente ‘quel’ giorno, quando all’asilo la maestra, palesando vedute medievali, sottolineò la sua ‘diversità’ dagli altri bambini, dicendogli che tutti scrivevano con l’altra mano e quindi anche lui doveva farlo. Quella richiesta apparentemente innocua agì su di lui, indifeso come lo sono tutti i bambini a quell’età, e forse, anche se di questo non poteva dirsi certo, fu tra le cause di determinati atteggiamenti denotanti insicurezza, timidezza e sfiducia che avrebbe assunto negli anni immediatamente successivi.

Lì era stata stimolata la sua particolare ‘cattiva coscienza’, quel risentimento verso il mondo, quel sentirsi alieno e diverso che per anni aveva ostacolato qualsiasi tentativo di allacciare rapporti sociali degni di questo nome. Quando la maestra gli aveva detto che lui ‘doveva’ scrivere con la mano destra, lui aveva negato scuotendo il capo, lei aveva insistito e lui si era sentito ‘giudicato’, ‘colpevole’, impossibilitato a difendersi da qualcosa che non sentiva come colpa. Certo questi ragionamenti non li aveva fatti all’epoca, quando si era limitato, all’ennesima insistenza della maestra, a mettere il broncio, incrociando le braccia e rifiutandosi di disegnare. Solo allora la docente gli aveva detto di fare come voleva, e lui aveva ripreso in mano i colori. Nella mano sinistra.

Ora, a distanza di tre decenni, sapeva che collegare tanti eventi della propria esistenza a quello stupido episodio era banale e semplicistico, era consapevole che altri fattori avevano rallentato quel processo di presa di coscienza di “se stesso”, nonché il raggiungimento di una sorta di accettazione e comprensione dei limiti propri e di quelli altrui, del valore della ‘diversità’.

Restava, tuttavia, quell’impressione istantanea, ingovernabile, anche se percepiva l’assurdità insita nel voler stabilire una relazione causa – effetto tra l’episodio dell’asilo e l’antico risentimento. Adesso sapeva che non c’era mai stata ‘colpa’ nell’essere mancino, ma era conscio altresì che non c’era alcun ‘merito’, quindi non aveva alcun diritto di sentirsi alieno solo sulla scorta di quella caratteristica. Anche il fatto che i mancini fossero numericamente inferiori aveva perso quell’alone ‘romantico’ che per lui aveva avuto un tempo, quando, per esempio, alle scuole medie e alle superiori, si accorgeva che tra i suoi compagni di classe solo due o tre erano mancini come lui. Oggi sapeva che quel criterio non aveva alcuna valenza per stabilire un ‘senso di appartenenza’. Un tale discorso era persino ‘razzistico’, quasi che i mancini avessero qualcosa di diverso dagli altri. Sorrideva nel ripensare agli elenchi di grandi artisti mancini e dunque più creativi, geniali, come se i ‘destrorsi’ non potessero essere altrettanto abili. No, queste erano stupidaggini, alla stessa stregua del volere dividere il mondo in neri, bianchi, rossi, o sulla base dell’altezza, del peso e di qualunque altra categorizzazione. Ecco, alle ‘categorie’ pensava nella notte, al bisogno di una ‘gabbia’ che ciclicamente si era presentato nella sua vita. Cos’altro poteva essere quella sensazione provata dinanzi alla cameriera se non un bisogno di classificare, catalogare, categorizzare, cercare una sorta di senso? Per quanto lui continuasse a dirsi che al mondo vige il caos, la frammentarietà, che non v’è un ordine prestabilito e precostituito, eppure restava evidente, giorno dopo giorno, quell’umano bisogno di trovare una ‘forma’, e anche le sue riflessioni sul ‘mancinismo’ avevano a che fare con quel bisogno, con tutto il carico di problematicità e di assurdità. In fondo, pensò, quell’affinità immotivata che sentiva con coloro che scrivevano con la mano sinistra, non aveva molto di diverso da tante altre forme di comunanza che aveva ‘sentito’ nel corso della sua vita. Per esempio, al netto dei condizionamenti esterni, su quale base simpatizzare per una squadra calcistica piuttosto che per un’altra? Per i colori? Per il nome? O forse per lo stesso irrazionale motivo per cui aveva ‘tifato’, da piccolo, per i ‘mancini’? Questi pensieri poi lo spingevano troppo oltre, a interrogarsi sull’appartenenza a partiti politici, ad associazioni, a movimenti religiosi, alla cerchia di amici con i quali uscire. A livelli diversi, in ciascun contesto del proprio agire sentiva da un lato la spinta a cercare affinità al proprio sentire, conferme al ‘già noto’, dall’altro l’altrettanto potente bisogno di scoprire, di oltrepassare i propri limiti, di andare nell’ignoto. La libertà e la gabbia dorata, era un continuo oscillare. A questo punto, però, il mancinismo era solo ‘una’ delle tante gabbie dalle quali era uscito e che ogni tanto aveva piacere di tornare a visitare. Si fermò su quel crinale, perché aveva rispetto dei proprio limiti mentali e forse temeva di ricadere in vortici nichilistici del pensiero. Di fondo, gli restava l’impressione che lui, ma anche gli altri, avessero in un certo senso un bisogno vitale di costruirsi delle gabbie.

Quella notte, però, rimandò tutti i pensieri sulla libertà, la necessità, i bisogni, tornò a pensare, più modestamente, al suo mancinismo. Mentre scriveva si guardava la mano, vedeva la penna tra le sue dita e il pensiero riandava a quel lontano giorno all’asilo. Lui, poi, non era un mancino totale. Si pettinava con la destra, mangiava con la destra, si lavava i denti con la destra, quando giocava a calcio utilizzava entrambi i piedi. Quindi, questo cosa significava? Probabilmente nulla, si ribadiva, e sorridendo pensò che fosse ora di mettersi a dormire, posare la penna, il foglio e lasciar perdere tutte quelle assurdità. La ragione e la logica non potevano spiegare tutto, di questo era consapevole, e ne era contento. Sapeva che sarebbe successo nuovamente, la prossima volta che avesse incontrato un mancino: guardarlo scrivere, sorridere, pensare di dirgli qualcosa, talvolta dirglielo, pentirsi di aver pronunziato una simile stupidità, pentirsi di essersi pentito, e di nuovo pensare a quel giorno all’asilo. Succedeva sempre così, ormai lo sapeva. Peccava in originalità. Solo un pensiero non gli era mai venuto in mente fino a quella notte, cioè che il mancinismo potesse, in un modo o nell’altro, non sapeva neanche lui come, avere un legame, un giorno o l’altro, con l’altra e ben più importante questione che gli premeva. Non osava più pronunciare la parola che tutti conoscono ma della quale nessuno sa il significato, e il solo fatto di aver associato il suo mancinismo a ‘quella’ parola gli fece sentire ancora di più l’assurdità di tutti quei pensieri. Decise di dormire. Ricordò che da piccolo aveva un incubo ricorrente. Lui di fronte all’altare, in procinto di sposarsi, che si volta verso la futura moglie, e scopre che il volto è buio, invisibile. “Forse scriveva con la destra, non era il mio tipo”, pensò. A quel punto, aveva davvero dato fondo a tutte le idiozie della sua giornata. Poteva assopirsi soddisfatto.

14 pensieri su “La cameriera mancina (e il cliente insonne)

  1. Ilaria in ha detto:

    Che strana sensazione… capitare su questa pagina per caso e trovarci i miei pensieri, espressi da un’altra persona. Se sai come si fa, fammi sapere come si esce dalla gabbia.
    Una mancina.

    • Antonio in ha detto:

      Prima di tutto, grazie. “Trovarci i miei pensieri, espressi da un’altra persona” lo considero un enorme complimento, e anche se non lo fosse, lo prenderei per tale :).
      Dalla gabbia? Non so, ci sto ancora pensando, magari adesso mi viene da scrivere un articolo sull’assurda affinità tra un gestore di blog e una lettrice mancina!
      Un mancino.

  2. (al_nick_ci_penserò!) in ha detto:

    … ma associato a “quale” parola?
    comunque mai avrei pensato tanti patimenti causati da una maestra ignorante per via del modo di scrivere? pensavo fossero cose che accadessero nel medioevo..

    • Può darsi anche che lei fosse del tutto innocente e che il bambino era comunque propenso di suo a quei “patimenti” (nulla d’irrimediabile).
      “Quale” parola? Quella impronunciabile 🙂

      • (al_nick_ci_penserò!) in ha detto:

        eccerto, si “quella”!…
        non l’ho capito quel passo :S
        Può darsi che il bambino fosse sensibile sul punto, ma un adulto deve sapersi porsi all’altezza..

  3. Volevo dire (se ben mi sono interpretato) che voler trovare un legame tra l’amore e il mancinismo mi pareva assurdo. Quella sera, forse, devo aver pensato: “M’innamorerò di una mancina, o viceversa”. E poi, ripensandoci, mi sono messo a scrivere, e a ridere.

  4. Pingback: Il fascino indiscreto dei libri usati. | Tra sottosuolo e sole

  5. Mi è piaciuto questo sfogo letterario! Nella mia propensione a sentirmi diversa dal mondo circostante, da bambina inclusi anche l’essere mancina, poiché ero l’unica. Il provare simpatia per un mancino è assurda si, ma totalmente istintiva. Non ha senso razionale e a me in parte piace per questo. E che strano, io ho un legame d’amore con un mancino, ma non ci avevo mai dato molto peso, siamo “solo” mentalmente affini.

  6. gelsobianco in ha detto:

    Torno dopo lungo tempo da te.
    Un lungo tempo non proprio piacevole, purtroppo, mi ha costretta lontana da molti blog.

    E leggo questo tuo “sfogo” che ha una sua grande profondità, descritta in modo lieve, decisamente piacevole.
    Ti ho ri-trovato.
    “…talvolta dirglielo, pentirsi di aver pronunziato una simile stupidità, pentirsi di essersi pentito, e di nuovo pensare a quel giorno all’asilo”
    Mi hai fatto giungere tanto!
    Il “diverso”…
    Decisamente uno scritto molto valido il tuo.
    Un sorriso
    gb

  7. gelsobianco in ha detto:

    …un mio sogno da bambina era di essere mancina!
    “Amavo” i mancini!
    Non chiedermi il perchè ora!
    Ce ne sarà uno senza alcun dubbio.
    Qui non sono in una seduta di psicoanalisi però.
    gb

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