Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Giulio Cesare

In attesa di tornare in biblioteca o libreria, ed essendo a corto di volumi da leggere, mi sono rivolto allo scaffale della mia stanza e ho visto che c’era uno Shakespeare che ancora non avevo letto, cioè il volume Garzanti contenente “Giulio Cesare”, “Antonio e Cleopatra” e “Coriolano”. Mi sono letto solo “Giulio Cesare”. La vicenda è abbastanza nota dai tempi della scuola: Giulio Cesare, ormai destinato a diventare dittatore, non presta ascolto ai cattivi presagi, e alle idi di marzo cade vittima della congiura di Bruto, Cassio, Casca e altri cospiratori che lo uccidono in nome della libertà. A Filippi, poi, Ottaviano, Antonio e Lepido vendicheranno la morte di Giulio Cesare, tarpando le aspirazioni repubblicane di Bruto e Cassio.

Nell’introduzione al volume sono proposte le diverse interpretazioni sul testo di Shakespeare, a partire dal titolo, dal quale non traspare abbastanza la figura di Bruno, forse protagonista della tragedia più ancora che Giulio Cesare. Preferisco altre opere di Shakespeare, ma ho coperto il vuoto tra una lettura romanzesca e l’altra con questo testo e non posso certo lamentarmene. Non aggiungo altro e vi lascio alle parole con cui Bruno, nella scena prima dell’atto secondo, medita sulla decisione, sofferta, di uccidere Giulio Cesare.

“Dev’essere con la sua morte. Quanto a me, non ho alcun motivo personale per avversarlo, ma è per il pubblico bene. Vorrebbe essere incoronato re: come ciò potrebbe alterare la sua natura, ecco la questione. È il giorno alto che fa schiudere il serpente; e questo esige un cauto procedere. Incoronarlo! Già! E così, concedo, mettiamo in lui un pungiglione col quale egli potrà nuocere a sua volontà. L’abuso della grandezza si ha quando essa disgiunge la pietà dal potere; e, a dir il vero di Cesare, non so quando le sue passioni abbiano prevalso sulla ragione. Ma l’esperienza comune prova che l’umiltà è la scala della giovane ambizione, e chi sale in alto volge il viso ad essa; ma, una volta raggiunto il gradino più alto, le volge il tergo e leva gli occhi alle nuvole, sprezzante dei bassi gradini per i quali è salito. Così può comportarsi Cesare; quindi, a che ciò non avvenga, bisogna prevenirlo. E poiché l’accusa non è giustificata da ciò che egli è, presentiamola così: ciò che è, accresciuto, giungerebbe a questi e questi estremi; e pertanto consideriamolo un uovo di serpente, il quale, schiuso, diventerebbe, secondo la sua natura, malefico, e uccidiamolo nel guscio”.

(William Shakespeare, “Giulio Cesare”, ed. Garzanti)

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