Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Il Signore delle Mosche

“Simone abbassò il capo, tenendo gli occhi ben chiusi, poi li riparò ancora con la mano. Non c’erano ombre sotto gli alberi, ma dappertutto una calma perlacea, e ciò ch’era reale sembrava un’illusione, qualcosa di vago. Il mucchio delle budella era un grumo nero di mosche che ronzavano come una sega. Dopo un po’ le mosche scoprirono Simone e, ormai sazie, si posarono lungo i suoi rivoletti di sudore, a bere. Gli fecero il solletico sotto le narici, gli saltellarono sulle cosce. Erano innumerevoli, nere e d’un verde iridescente; e di fronte a Simone il Signore delle Mosche ghignava, infilzato sul bastone. Alla fine Simone cedette e riaprì gli occhi: vide i denti bianchi, gli occhi velati, il sangue…e restò affascinato, riconoscendo qualcosa di antico, di inevitabile. Sulla tempia destra di Simone, una vena cominciò a pulsare, sul cervello”.

(William Golding, “Il Signore delle Mosche”)

Nello scrivere le mie impressioni su “Il Signore delle Mosche” di William Golding sono affetto da sentimenti contrastanti, dovuti all’eccessiva aspettativa che avevo riposto in questo romanzo, sia per il tema scelto dell’autore sia per recensioni molto positive che avevo letto, anche da parte di persone che stimo per la loro intelligenza e cultura letteraria. A lettura ultimata devo dire che, pur avendo apprezzato il romanzo per il ritmo e altri motivi che elencherò di seguito, sono rimasto un po’ deluso, perché solo in alcuni passaggi dello stesso sono stato mosso nel profondo, avvertendo spesso la sensazione che la narrazione di Golding non riuscisse a mantenere le sue stesse promesse. La tesi di fondo che l’autore sviluppa nel romanzo è quella della naturalità del Male, insito nell’essere umano fin dalla giovinezza, che si rivela essere tutt’altro che l’età dell’innocenza.

Golding si serve di un espediente narrativo fin troppo abusato nella letteratura mondiale, cioè quello del naufragio su un’isola, stavolta non di un solitario Crusoe, ma di un gruppo di ragazzi, unici superstiti di un imprecisato attacco aereo subito nel mezzo di un’altrettanto vaga guerra in corso. A dirla tutta, proprio questo espediente iniziale, necessario per evitare l’interferenza di qualsiasi adulto nella storia, mi è parso un po’ forzato, così come altre situazioni narrate nella storia, che per il resto l’autore cadenza in maniera progressiva e inesorabile, senza concedersi troppi voli pindarici o speculazioni filosofiche, che peraltro sarebbero state inopportune considerando i soggetti della vicenda, cioè, appunto, dei ragazzi molti giovani. Dopo aver, fin qui, rilevato quelle che per me sono state le fonti di maggiore delusione, debbo rilevare gli aspetti che invece mi hanno indotto, dopo tutto, a scriverne e a consigliare la lettura del romanzo agli avventurosi o fedeli lettori di queste pagine.

Ho scritto sopra che il romanzo è sulla naturalità del Male, che si estrinseca in maniera sempre più potente nelle azioni dei ragazzi presenti sull’isola. A un’iniziale coesione del gruppo, sia pure già portato a seguire un capo carismatico, segue, nel resto del romanzo, una deriva implacabile verso la dissoluzione, che giungerà a esiti tragici. L’impossibilità di organizzarsi si manifesta nella crescente rivalità tra Ralph, colui che inizialmente è eletto a capo dell’improvvisata assemblea di ragazzi, e Jack, che dapprima si accontenta di essere il capo-cacciatore e quindi di sfogare la propria violenza sui maiali presenti nell’isola, e poi si erge a nuovo capo della sua personale tribù. Personaggio cardine del romanzo è anche Piggy, deriso per la sua grassezza e miopia, ma in grado di pensare con lungimiranza e intelligenza, del tutto inutili in un contesto che alla lunga cede alla barbarie collettiva.

Il Signore delle Mosche di cui al titolo è la testa mozzata di un maiale, simbolo della violenza destinata a esplodere anche tra i ragazzi, monito non colto da parte di chi, preso dall’orgasmo di un gioco comandato da altri, non si pone più domande e reagisce solo agli stimoli del maschio-dominante del gruppo. Gli spunti, dunque, non mancano in questa storia di Golding. Ciò che m’impedisce di definirlo un assoluto capolavoro è, forse, l’indebito parallelismo che la mia mente fa tra questo romanzo e altri che hanno tentato di capire il perché del Male, magari senza ricorrere a situazioni estreme come quella rappresentata da un naufragio sull’isola, pescando nella nostra quotidianità ma riuscendo a scuotere le mie viscere in maniera più violenta di quanto non abbia potuto fare “Il Signore delle Mosche”.

In definitiva, comunque, a parte le mie aspettative da innamorato non corrisposto, resta un romanzo che consiglio, ma che probabilmente, a differenza di tanti altri, non rileggerò mai.

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