Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Assalonne, Assalonne!

“È semplicemente incredibile. Non spiega niente, ecco. O forse è così: loro non spiegano e noi non siamo tenuti a sapere. Noi abbiamo vecchi racconti tramandati di bocca in bocca; riesumiamo da vecchi bauli e casse e cassetti lettere senza indirizzo o firma, in cui uomini e donne che un giorno vissero e respirarono sono adesso mere iniziali o soprannomi coniati da qualche affetto ora incomprensibile che a noi suonano come sanscrito o Chocktaw; noi vediamo confusamente delle persone, le persone nel cui sangue e seme vivente noi stessi giacevamo in un sonno d’attesa, in quella umbratile attenuazione del tempo, assurte ora a proporzioni eroiche, tornate a compiete i loro atti di semplice passione e semplice violenza, impervie al tempo e inesplicabili. Sì, Judith, Bon, Henry, Sutpen: tutti quanti. Loro ci sono, eppure manca qualcosa; sono come una formula chimica riesumata insieme alle lettere da quel cassone dimenticato, accuratamente, la carte vecchia e sbiadita che va in pezzi, la scrittura sbiadita, quasi indecifrabile, eppure piena di significato, familiare quanto a forma e senso, nome e presenze di forze volatili, ma nulla accade; tu rileggi, pedante e attento, riflettendo bene, accertandoti di non aver dimenticato nulla, di non aver commesso errori di calcolo; tu le ricomponi ancora e nulla accade: semplicemente le parole, i simboli, le forme in sé stesse, umbratili, imperscrutabili e serene, contro quel turgido sfondo di un orribile e sanguinoso groviglio di affari umani”.

(William Faulkner, “Assalonne, Assalonne!”, ed. Garzanti, nella traduzione di Glauco Cambon)

William Faulkner è tra i miei romanzieri preferiti, lo è da diversi anni, da quando mi lessi una serie di suoi romanzi uno dopo l’altro, rapito dalla sua scrittura e dalla storia che con essa riusciva a insinuare in me. La grandezza di un autore, a mio avviso, sta nel farmi sentire partecipe e immerso nella vicenda narrata, anche se quest’ultima è ambientata in un luogo spazio-temporale del tutto alieno rispetto al mio, e nel farlo scuotermi dentro, toccare qualcosa d’ineffabile ma che pure avverto. Per Faulkner e gran parte dei suoi romanzi è successo quanto ho appena descritto, ed è solo per questioni “logistiche” (non avevo ancora il blog e non mi dilettavo in queste pseudo-recensioni) che su queste pagine figurano soltanto “La paga dei soldati” e “Zanzare”, oltre a un documentario tratto da Rai Letteratura e al discorso che egli tenne in occasione del “Premio Nobel per la Letteratura”. Tra i romanzi assenti, vi suggerisco la lettura almeno di “Requiem per una monaca”, “Santuario”, “Mentre morivo”, “Luce d’agosto” e soprattutto “L’urlo e il furore”, che forse fu quello che mi conquistò definitivamente alla causa di Faulkner.

Faulkner è un autore di non semplice lettura, che può risultare ostico in alcuni romanzi, che può anche respingere perché costringe il lettore a non distrarsi mai, a stare attento ai salti temporali che ci spostano, da una riga all’altra, indietro e avanti nei decenni, a non respirare quando un personaggio ci sommerge con un flusso di coscienza, a inseguire le lunghe proposizioni, le subordinate, le parentesi aperte e che sembrano non chiudersi più, salvo poi chiudersi e rigettarci nel cuore della vicenda. Faulkner, in alcuni romanzi, e certo in “Assalonne, Assalonne!” è un vortice, che ci avvinghia dalla prima pagina con le sue spiraleggianti parole e ci sfida a comprenderlo, eppure non ci abbandona al nostro infausto destino di decifratori, perché, nel corso della narrazione, ci svela tutto ciò che all’inizio ci sembrava ingarbugliato, ciò che ci poteva far sospettare, se già non lo avessimo conosciuto in altre opere, che il suo possa essere un mero esercizio di esibizionismo lessicale, quando invece non è così, perché dietro le parole c’è la carne viva dei personaggi di Faulkner, perduti, disperati, illusi, assassini, fatali, vittime delle loro coscienze annebbiate o delle loro aspettative improbabili.

“Assalonne, Assalonne!” è una sorta di summa delle sue qualità: controverso, rivisto, tagliato, vorticoso, avvolgente, avvincente, emozionante, eccessivo, in esso Faulkner ci narra il dissesto di una famiglia del Sud (degli attuali Stati Uniti), sullo sfondo del dissesto più generale che fu la Guerra di Secessione americana, combattuta tra il 1861 e il 1865. L’arco temporale coperto dal romanzo, in realtà, è ben più ampio, perché Faulkner, attraverso i continui spostamenti nel tempo, ci porta indietro fino al 1833 e avanti fino al 1909, ma il cuore della storia è appunto in quei quattro anni, nel corso dei quali, alla vicenda secessionistica, si legano le sorti di alcuni tra i principali protagonisti del romanzo. A questo punto va detta una cosa. A mio parere, questo è uno di quei romanzi che si possono leggere anche conoscendo già la trama, le sorti dei singoli soggetti, le loro relazioni personali. Giungo a suggerire, anzi, di tenere presente che, almeno nell’edizione Garzanti che ho letto, alla fine c’è una cronologia degli eventi narrati e una genealogia dei personaggi. Personalmente, avendo capito fin da subito che non avrebbe tolto alcun pathos alla mia lettura, me ne sono servito spesso per orientarmi nel vortice di scostamenti spazio-temporali e nella ridda di personaggi incontrati. È evidente, comunque, che chi voglia evitare anticipazioni di alcun tipo, debba ignorare quelle pagine e affidarsi all’eloquio di Faulkner. Detto ciò, nel resto dell’articolo accennerò a qualche elemento della trama, senza svelare molto, quindi consiglio a chi non volesse anticipazioni (e avesse avuto il cuore di giungere fino a questo punto), di fermarsi nella lettura di quest’articolo.

Ho scritto sopra che la storia termina (ma anche inizia) nel 1909, che, non a caso, è l’anno immediatamente precedente a quello nel quale è ambientato un capitolo di “L’urlo e il furore”, romanzo scritto in precedenza da Faulkner e nel quale ritroviamo Quentin Compson, cioè uno tra i narratori interni di “Assalonne, Assalonne!”. Il romanzo, infatti, inizia con l’incontro tra il ventenne Quentin e Miss Rosa Coldfield, anziana superstite, che inizia a raccontare al giovane le vicende che videro protagonista sua sorella Ellen, il suo sposo Thomas Sutpen, i due figli, cioè Henry e Judith, nonché Charles Bon, nato da una precedenza e misteriosa relazione di Thomas Sutpen. Quentin e Miss Rosa Coldfield sono solo tra i narratori che, in maniera diretta o indiretta, ci forniscono il quadro generale di ciò che alla dinastia dei Sutpen è accaduto. Il legame tra Quentin è Thomas Sutpen è il nonno del primo, che fu un amico di Sutpen.

Un senso di tragica fatalità incombe su tutto il romanzo e soprattutto su Thomas Sutpen, un uomo che, nel 1833, appare dal nulla in una contea del Mississipi, seguito da uno stuolo di schiavi negri. Enigmatico, sardonico, sprezzante, proveniente dalla povertà, nell’intento di curare una ferita interiore, progetta nei minimi dettagli la sua scalata e costruisce Sutpen’s Hundred, la sua tenuta, e nell’attuazione del piano riesce anche ad accalappiare, è il caso di dirlo, Ellen Coldfield, donna succube, inerte, funzionale all’obiettivo arricchimento, la quale sforna Henry e Judith. Tra questi due e Charles Bon, loro fratellastro, s’instaurerà un rapporto morboso, con l’incesto in agguato, che avrà conseguenze catastrofiche su tutti gli elementi citati, compreso Thomas Sutpen. L’incesto, il razzismo, con il tema della schiavitù dei negri continuamente richiamato nell’opera, la violenza latente e poi esplodente, ecco alcuni dei temi forti del romanzo.

A questo punto, però, non volendo svelare oltre, mi fermo nell’esposizione, non prima di aver detto che “Assalonne, Assalonne!” è un romanzo stupendo, che ho letto in apnea, combattuto tra la voglia di andare avanti e la malinconica consapevolezza che sarebbe finito, così come è accaduto. A mio modesto parere, un capolavoro. Chiudo riportando due illustri pareri sul romanzo. Il primo è di Jorge Luis Borges, che recensì l’opera scrisse: “Conosco due tipi di scrittore: l’uomo la cui prima preoccupazione sono i procedimenti verbali, e l’uomo la cui prima preoccupazione sono le passioni e le fatiche dell’uomo. Di solito si denigra il primo tacciandolo di “bizantinismo” o lo si esalta definendolo “artista puro”. L’altro, più fortunato, riceve gli epiteti elogiativi di “profondo”, “umano”, “profondamente umano” o il lusinghiero vituperio di “barbaro” … Tra i grandi romanzieri Joseph Conrad è stato forse l’ultimo cui interessavano in egual misura le tecniche del romanzo e il destino e il carattere dei personaggi. L’ultimo fino alla straordinaria comparsa di Faulkner. A Faulkner piace esporre il romanzo attraverso i personaggi. Il metodo non è del tutto originale … ma Faulkner vi trasfonde una intensità quasi intollerabile. In questo libro di Faulkner vi è un’infinita decomposizione, un’infinita e nera carnalità. Lo scenario è lo Stato del Mississippi: gli eroi, uomini annientati dall’invidia, dall’alcol, dalla solitudine, dai morsi dell’odio. Assalonne, Assalonne! è paragonabile a L’urlo e il furore. Non conosco maggior elogio di questo”.

Il secondo spunto che vi offro è una recensione più recente, opera di Claudio Magris, che ho ritrovato nell’archivio del “Corriere della Sera”. Ho deciso di pubblicarla alla fine dell’articolo per premiare i più ostinati nella lettura del mio articolo, e anche perché, se l’avessi pubblicata all’inizio, il paragone sarebbe stato, nei miei confronti, ancora più ingeneroso di quanto non sia.

 

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