Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Una risata nel buio

“Albinus era consapevole della gelosia umiliante che lo divorava nel vedere Margot stringersi al cavaliere di turno, specie sapendo che lei non indossava nulla sotto l’abito leggero; le gambe erano abbronzate in modo così incantevole che lei non portava le calze. A volte Albinus la perdeva di vista; allora si alzava in piedi e gironzolava irrequieto, battendo una sigaretta sul portasigarette. Entrava in una stanza dove alcuni giocavano a carte, poi passava su una terrazza, quindi ritornava sui proprio passi con la nauseante convinzione che lei lo stesse tradendo. A un tratto Margot ricompariva da chissà dove, gli si sedeva accanto nel suo bellissimo vestito luccicante e beveva una lunga sorsata di vino. Lui non palesava la propria apprensione, ma sotto la tavola le accarezzava nervosamente le ginocchia nude che sbattevano l’una contro l’altra quando lei si allungava all’indietro sulla sedia ridendo – un po’ istericamente, pensava Albinus – per qualche battuta, non troppo divertente, del suo ultimo cavaliere.”

(Vladimir Nabokov, “Una risata nel buio”, ed. Adelphi)

Un grande scrittore come Nabokov può permettersi di svelare tutta la trama grossolana del libro nella prime cinque righe, tanto poi se la gioca sui particolari. L’incipit di “Una risata nel buio” è: “C’era una volta un uomo che si chiamava Albinus, il quale viveva in Germania, a Berlino. Era ricco, rispettabile, felice; un giorno lasciò la moglie per un’amante giovane; l’amò; non ne fu riamato; e la sua vita finì nel peggiore dei modi. La storia, in breve, è tutta qui, e qui avremmo potuto fermarci se non fosse stato giovevole e dilettevole raccontarla; e benché su una pietra tombale vi sia spazio quanto basta a contenere, incorniciato nel muschio, il compendio di una vita, i particolari sono sempre graditi.”

Dopo siffatta introduzione autoriale, diventa difficile per me aggiungere altro per descrivere i motivi per cui suggerisco la lettura di questo ennesimo grande romanzo di Nabokov, un libro che contiene una vicenda di gelosia, rancore, passione, inganno, ma che è soprattutto una grande dimostrazione di come la Letteratura di un certo livello riesca a coinvolgere il lettore anche quando egli, di fatto, già sa tutto dalla prima pagina. A far la differenza sono i particolari, ossia le parole, la forma con la quale l’autore (e il traduttore, ovvio) dà corpo alla narrazione, elegante, divertente, tragicomica.

Il protagonista è, appunto, Albinus, critico d’arte di mestiere che ha sposato la docile Elizabeth quasi per caso e che un certo punto, in un cinema, s’imbatte visivamente nella giovane Margot, e lentamente ne diventa schiavo, dapprima per (de)meriti propri, poi con la fattiva e perfida collaborazione della ragazza, che ben presto si rivelerà essere tutt’altro che una sprovveduta. A complicare la situazione, già di per sé complicata considerati i sotterfugi che Albinus deve escogitare per nascondere il tutto alla moglie, interviene Rex, artista amico di Albinus e soprattutto ex di Margot.

Da qui in poi si dipana una storia di loschi inganni ai danni di Albinus, che così sconta ciò che a sua volta ha perpetrato ai danni della moglie. Attorno a lui le maglie di un destino crudele si stringono sempre più e la risoluzione, proprio come ci ha anticipato l’autore nelle prime righe del libro, non può che essere drammatica. Tutto questo, però, attiene al livello più superficiale, quello della pura trama, e non ci fa cogliere la reale grandezza di un autore come Nabokov, capace di fare della poesia anche nelle scene all’apparenza più banali o nella descrizione di personaggi secondari ma non meno ridicoli, condendo la storia con l’eleganza e il sarcasmo della sua prosa.

“Aveva la sensazione confusa che a un tratto tutto ruotasse all’incontrario, cosicché, per capire, lui dovesse leggere le cose a ritroso. Era una sensazione che non comportava né dolore né stupore. Era semplicemente come se qualcosa di fosco e di incombente, e tuttavia felpato e silenzioso, gli andasse incontro: e lui era fermo lì, immobile, preda di una specie di stordimento irreale e impotente, e non tentava neppure di sottrarsi all’urto fantomatico, come se si trattasse di uno strano fenomeno che non poteva nuocergli fintanto che fosse durato lo stordimento.”

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