Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Pnin

“Per Pnin, del tutto inconsapevole delle pene del suo protettore, il nuovo trimestre autunnale iniziava particolarmente bene: non aveva mai avuto così pochi studenti di cui preoccuparsi, né tanto tempo per le sue ricerche. Tali ricerche erano entrate da un bel pezzo nella piacevolissima fase in cui l’indagine travalica lo scopo, e viene a formarsi un nuovo organismo, parassita, per così dire, del frutto che sta maturando. Pnin distoglieva il proprio sguardo mentale dalla fine del lavoro, ormai così chiaramente in vista da consentirgli di scorgere il razzo di un asterisco, o il bagliore di un <<sic!>>. Quel traguardo doveva essere evitato, perché rappresentava l’estinzione di tutto ciò che dava luogo all’estasi di un avvicinamento senza fine. Le schede andavano a poco a poco saturando una scatola da scarpe con il loro peso compatto. La collazione di due leggende; un prezioso dettaglio di costume o di abbigliamento; una citazione che al controllo si rivelava falsa per incompetenza, incuria o frode; il brivido giù per la schiena di una congettura che trovava conferma; la somma degli innumerevoli trionfi di un rigore scientifico bezkoristnij (disinteressato, devoto) – tutto questo aveva corrotto Pnin, aveva fatto di lui un felice, intossicato maniaco di note a piè di pagina, votato a disturbare le tarme di un tedioso volume spesso trenta centimetri per trovarvi un riferimento a un altro volume ancora più tedioso.”

(Vladimir Nabokov, “Pnin”, ed. Adelphi)

Il professor Pnin, esule russo negli Stati Uniti, deve recarsi a una conferenza universitaria, ma sbaglia treno e si ritrova invischiato in vicissitudini che caratterizzano l’inizio del romanzo e che sarebbero irrilevanti scene comiche se non ci fosse la “penna” di Nabokov ad impreziosirle e a dare avvio al ritratto di un personaggio che è tutto fuorché un eroe. Pnin, scappato dalla Russia in seguito alla Rivoluzione, laureatosi a Praga e poi vissuto a Parigi, cerca un improbabile adattamento alla realtà statunitense. Alle difficoltà linguistiche, che peraltro non sono certo sminuite dal suo ruolo di docente di letteratura russa, si uniscono quelle della vita privata. Pnin passa da un alloggio all’altro, infine sembra aver trovato una sua dimensione presso una coppia, ma non è così. Anche la sua carriera universitaria è tutt’altro che brillante. Più di tutto, però, Pnin è colto, ogni tanto, dai ricordi del suo passato, rifugio da una realtà che lo vede sempre buffo e perdente nelle sue battaglie quotidiane. A mio parere, un romanzo al di sotto di altre prove di Nabokov, ma pur sempre un romanzo di Nabokov, quindi meritevole di lettura, non fosse altro che per le trovate stilistiche ed ironiche dell’autore.

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