Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Il viburno rosso

“E così ogni notte!

Non appena il villaggio si mette quieto e la gente si addormenta, lui comincia…Se ne parte, parassita, da un capo del villaggio e comincia a andarsene in giro. Va in giro e suona.

E la sua fisarmonica è tutta speciale: urla. Non suona, urla.

La gente consigliava a Nina Krečetova: – Ma sposatelo al più presto! Quel demonio non ci fa campare!

Nin’ka sorrideva in modo enigmatico: – E noi non statelo a sentire. Dormite.

– C’è poco da dormire quando comincia a miagolare sotto le finestre. Perché non se ne va al fiume, demonio senza pace, invece di strimpellare da queste parti? Pare che lo faccia per dispetto.

E lui, Kol’ka Malaškin, uno spilungone con due labbra grosse così, guardava sfrontato con i suoi occhietti piccoli e diceva: – Ho tutto il diritto. Non c’è nessuna legge che lo proibisca.

La casa di Matvej Rjazancev, il presidente del kolchoz locale, si trovava proprio sull’angolo dove ogni sera Kol’ka usciva dal suo vicolo e svoltava sulla strada. E così la fisarmonica cominciava a urlare già nel vicolo, poi girava intorno alla casa e la si sentiva ancora per un pezzo.

Appena nel vicolo cominciava la musica, Matvej si metteva seduto sul letto, appoggiava i piedi sul pavimento e diceva: – Basta, domani lo caccio dal kolchoz. Trovo qualche scusa e lo caccio.

Lo diceva ogni notte. Ma poi non lo cacciava. Solo, ogni volta che incontrava Kol’ka, gli chiedeva: – Hai intenzione di andare a spasso ancora per molto, la notte? La gente riposa dopo la giornata di lavoro, e tu svegli tutti, campanaro!

– Ho tutto il diritto, – ripeteva Kol’ka.

– Te lo faccio vedere io il diritto! Te lo do io!

Ed era tutto. Su questo la conversazione finiva. E ogni notte, seduto sul letto, Matvej prometteva a se stesso: – Domani lo sbatto fuori.

Dopo di che restava a lungo seduto in quel modo, pensava…

(Vasilij Šukšin, racconto “Meditazioni”, in “Il viburno rosso”, Editori Riuniti)

Vasilij Šukšin, morto a soli quarantacinque anni, nato in Siberia e di origini contadine, fu scrittore ma anche regista e attore di pellicole quasi tutte tratte dai suoi racconti. Nella splendida prefazione, Serena Vitale, curatrice e traduttrice del volume nonché esperta di letteratura russa, oltre a sottolineare la difficoltà di rendere nella nostra lingua quella dell’autore, rileva come i protagonisti dei racconti di Šukšin siano personaggi marginali, strambi, ritenuti diversi dagli altri e spesso sospesi tra un mondo in dissolvimento, cioè quello della campagna, e uno in formazione, quello delle città moderne. A prescindere dai riferimenti storici e geografici, ad esempio all’esperienza della collettivizzazione in Russia, i racconti riescono a coinvolgere il lettore perché evidenziano la condizione transitoria, precaria di chi vive le proprie contraddizioni e non riesce a trovare risposte alle domande poste da una coscienza inquieta. Come rileva la Vitale, nelle storie di Šukšin non ci sono eroi, non almeno nel senso più comune della parola, bensì antieroi, che non vivono esperienze straordinarie o fuori dalla normale quotidianità, ma che proprio nella battaglia giornaliera per l’esistenza sono chiamati a rivalità impreviste, a scelte dirimenti, a lacerazioni, distacchi, alla costruzione di una felicità personale che spesso significa l’altrui infelicità.

I racconti selezionati per la meritoria edizione italiana, edita dagli Editori Uniti, furono scritti nel periodo 1964 – 1973 e, pur con le assonanze di cui ho scritto, riguardano soggetti eterogenei. Il principale è quello che dà il titolo alla raccolta, uno dei più lunghi, nel quale il protagonista è un uomo appena uscito da un’esperienza ai lavori forzati, dunque entusiasta della ritrovata libertà, anche per la prospettiva d’incontrare una ragazza conosciuta solo tramite corrispondenza, ma che presto si accorgerà dell’impossibilità di lasciare il proprio passato alle spalle. Altri sono più brevi ma non meno intensi. C’è la storia di un innamorato che tutte le notti suona la fisarmonica per conquistare la sua amata, il quale, con la sua musica, stimola, anche in chi lo ritiene un pazzo, ricordi e riflessioni notturne; c’è il campagnolo fantasioso che rivendica una fantomatica partecipazione a un attentato a Hitler; c’è il postino che ha l’ambizione di voler mettere pace tra la gente in lite; c’è il provinciale retore che smonta i professori venuti dalla città, con argomentazioni sciocche ma che fanno presa sul popolino solo perché urlate e irriverenti; c’è la storia di due fratelli, l’uno emigrato in città per cercare fortuna, l’altro rimasto in campagna, che si ritrovano rivali in amore quasi inconsapevolmente; ci sono, poi, i grigi burocrati di regime, coloro che “escono” peggio dai ritratti di Šukšin, perché essendosi uniformati al pensiero dominante, hanno perso qualsiasi originalità di pensiero e si muovono con ipocrisia, specie di fronte ai potenti che potrebbero ostacolarli nella loro ascesa sociale.

Ho scoperto quest’autore per puro caso, rovistando nel reparto letteratura russa che così tante “soddisfazioni” mi ha dato nella mia esperienza da lettore. Non ho ancora indagato a fondo per scoprire se, oltre alla raccolta che ho letto, ve ne sono altre. Mi auguro di sì, perché, appena ultimata la lettura, all’appagamento derivante dall’aver scoperto un “nuovo” autore, si è accompagnata la voglia di leggere altre sue opere, nonché quella di vederlo all’opera come regista e attore dei suoi stessi racconti.

Chiudo l’articolo riportando un brano dalla prefazione di Serena Vitale, che più di me riesce a esprimere il valore di questa raccolta.

“…insoliti perché indefiniti, quasi sempre marginali o addirittura emarginati, i “caratteri” di Šukšin si rivelano, alla distanza, variazioni seriali di un unico esemplare umano che è sicuramente qualcosa di più profondo e complesso dell’inurbato (reale o potenziale) alle prese con le seduzioni e le delusioni della nuova vita. Questa “persona” vive nella realtà di tutti i giorni (al di fuori della quale sarebbe impensabile), ma si lascia guidare da altre regole, da altri impulsi che non quelli della normalità livellante, del “saper vivere” borghese, della pura e semplice sopravvivenza. È sospeso (e la sua condizione riflette – o è riflessa da – quella fluttuazione dei due mondi contaminati che porta in sé) tra immaginazione e pratica, tra coscienza e vita reale, tra spiritualità e vegetatività. Il più delle volte, abbiamo visto, risulta “strambo”…è fuori le righe, sognatore, aggressivo, meditatore, burlone, e anche le sue più comiche “imprese”, le sue più minute reazioni portano il segno dell’imprevedibilità. Più che uno strambo, viene da pensare, è un diverso. Ma diverso da cosa, da chi soprattutto? Innanzitutto, in termini storico – letterari, dall’eroe positivo per lunghi anni indicato alla narrativa sovietica come univoco modello letterario…ma diverso, soprattutto, dai personaggi che Šukšin gli mette intorno per esaltare la sua diversità, dai veri “cattivi” respinti al ruolo di comparse: gli uomini sicuri di sé, i felici a comando, i sempre identici a sé stessi, i “burocrati” (connotazione morale e non strettamente sociologici) – in una parola: i soddisfatti. L’insoddisfazione è per Šukšin la cifra di una salvezza che non ha nulla a che vedere con il finale roseo delle storie edificanti (…), ma attiene alla coerenza, alla capacità di vivere le proprie contraddizioni e incrinature fino in fondo, fino alla rivolta che contiene in sé l’autodistruzione. Ascoltarsi vivere, insomma, e non importa se le voci che sempre più spesso l’eroe šukšiniano coglie sono confusi reclami della coscienza, inquieti presentimenti di morte. Queste voci che, pronte a interrompere il monotono, grigio brusio del reale nei momenti più impensati e sconvenienti, ripropongono (…) il “perché?”, l’assillante “a che scopo?” di tolstojana memoria, si rivelano come le punte affioranti di un iceberg immerso in un vuoto allarmante…e a Šukšin va riconosciuto, tra gli altri, il merito di aver saputo camminare con coraggio sui bordi di questo vuoto, armato solo di una grazia leggera e di una struggente ironia, senza aggrapparsi agli appigli di verità astratte e prefabbricate e, d’altra parte, senza mai farsi prendere dalla vertigine di profetici anatemi”.

(Serena Vitale, prefazione a “Il viburno rosso”, Editori Riuniti)   

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: