Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Tess dei d’Urberville

“Se Tess avesse potuto afferrare l’importanza dell’incontro, si sarebbe chiesta perché quel giorno fosse destinata a essere notata e desiderata dall’uomo sbagliato e non da un altro, quello giusto e amato sotto tutti gli aspetti; quasi che l’umanità fosse in grado di poter sempre offrire ciò che è giusto e che è desiderato. Ma l’uomo che poteva avvicinarsi al suo ideale, tra i ragazzi conosciuti, non era per Tess che un’impressione fugace e quasi dimenticata.

Nella difettosa esecuzione del piano ben disposto dall’universo raramente l’invito provoca l’arrivo di chi si invoca; raramente si incontra l’uomo da amare, quando viene l’ora per l’amore. La natura non dice troppo spesso <<guarda>> alla povera creatura nel momento in cui il guardare potrebbe portare a una lieta conclusione, né risponde <<qui>> alla carne che grida <<dove?>>; finché tutto questo nascondersi e cercarsi diventa un gioco penoso e senza mordente.”

(Thomas Hardy, “Tess dei d’Urberville”, ed. Bur grandi classici)

Se sono qui a scrivere le mie impressioni su “Tess dei d’Urberville”, nonostante il mio non eccelso rapporto con i romanzi anglosassoni (a parte eccezioni), il merito principale è di una signora dall’eloquio forbito e l’accento partenopeo, piuttosto in là negli anni ma ancora prodiga di suggerimenti letterari. Tempo fa, infatti, in libreria, mentre girovagavo tra uno scaffale e l’altro, ho origliato involontariamente la conversazione tra questa signora e una sua amica; la prima suggeriva alla seconda di leggere il romanzo di Thomas Hardy, decantandone le lodi. Perplesso ma affascinato da quella descrizione, mi decisi a comprare il libro e con il senno di ora vorrei ringraziare la signora, se solo ne avessi la possibilità.

“Tess dei d’Urberville”, al netto di qualche scena descrittiva più lenta del resto, mi ha convinto. La protagonista, Tess, è una giovane esponente di una famiglia povera, ma a sua insaputa discendente dai d’Urberville, un’antica e potente casata. Il destino tragico e inesorabile di Tess, che ne fa un’eroina martire alla stregua della Karenina e della Bovary, comincia in gioventù, quando, scoperta per caso l’origine nobile della sua famiglia, si reca a conoscere i suoi presunti parenti, più che altro spinta dalla madre e dal padre, assiduo frequentatore di locande. Sedotta e abbandonata in modo truce, Tess deve anche sopportare la straziante perdita di un figlio appena nato. Gli eventi drammatici segneranno per sempre la sua esistenza e anche il tentativo di riscattarsi sposando Angel Clare, figlio di un pastore, risulteranno vani, perché su Tess incombe sempre un senso d’ineluttabile colpa. Attorno a lei, gli affetti paiono diventare impossibili e i rari momenti di luce sono subito oscurati dall’arretratezza culturale di chi la circonda, più propenso a decantare princìpi idealistici che a starle accanto.

“Perché su questo bel tessuto femminile, sensibile come una ragnatela e sino ad allora immacolato come la neve, veniva tracciato un disegno così rozzo come quello che era destinato a ricevere? Perché così di sovente ciò che è rozzo s’impossessa di ciò che è più delicato: l’uomo sbagliato di una donna, la donna sbagliata di un uomo? Migliaia di anni di filosofia analitica non sono riusciti a spiegarlo al nostro concetto di ordine. Si potrebbe infatti ammettere la possibilità di una vendetta nascosta nella attuale catastrofe; senza dubbio qualche antenato di Tess d’Urberville, in cotta di maglia, tornando a casa eccitato da una rissa aveva usato lo stesso metro, ancor più spietato forse, verso le contadine del suo tempo. Ma, se far ricadere i peccati dei padri sui figli possa essere una morale abbastanza valida per i teologi, questa viene rifiutata dalla comune natura umana; e quindi non servirebbe a migliorare la situazione. La gente come Tess in quei luoghi sperduti, non si stanca mai di ripetere col tono fatalistico che proprio <<Doveva accadere>>. E questo è il lato penoso della situazione.”

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