Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Estinzione

Estinzione, ho pensato mentre dalla villa dei bambini tornavo alla fattoria, perché no. Ma non sarà tanto presto. Mi occorre molto tempo. Più di un anno. Forse due, forse addirittura tre anni. Ogni tanto ci riteniamo perfettamente in grado di affrontare un’opera dello spirito, anche di scrittura, come questa Estinzione, ma poi continuiamo ad arretrare spaventati, perché probabilmente lo sappiamo bene, non resisteremo sino alla fine, e poi, quando magari l’avremo già portata abbastanza avanti, falliremo d’un tratto, e allora avremo perso tutto, non soltanto il tempo che le avremo dedicato e che quindi sarà andato sprecato, come poi brutalmente risulterà, ma in più avremo fatto una figura spaventosa, se non dinanzi a tutti, quanto meno dinanzi a noi stessi. Una sconfitta che non abbiamo troppa voglia di provocare, pur avendo la sensazione di poter iniziare quell’opera dello spirito, rifiutiamo di iniziarla, la rinviamo, come se volessimo rinviare un’immensa brutta figura, un’immensa brutta figura dinanzi a noi stessi, pensai. Dagli altri pretendiamo che facciano almeno bene il loro lavoro, ma in fondo che lo eseguano in maniera straordinaria, pensai, e noi non riusciamo a far nulla, a mettere per iscritto il più ridicolo prodotto dello spirito, è così, pensai, da tutti pretendiamo cose eccelse e supreme, e noi stessi non realizziamo neppure cose minime. A questa tremenda umiliazione del nostro fallimento non vogliamo esporci, e così continuiamo a rinviare nel tempo la nostra idea di mettere per iscritto quel prodotto dello spirito, con tutti i mezzi, con tutti i pretesti, con tutte le bassezze che giudichiamo utili allo scopo. D’un tratto siamo troppo vili per iniziare. Ma d’altra parte abbiamo sempre in testa quell’opera dello spirito e vogliamo realizzarla a tutti i costi. È un nostro profondo proposito continuiamo per giorni, per settimane, per mesi, per anni, all’occasione anche per decenni, ad andare su e giù senza tuttavia mai sederci per iniziare. Il nostro proposito è qualcosa di immenso, ci diciamo, e all’occasione, essendo troppo vanesi per tacere, lo diciamo anche ad altri, e invece, in realtà, siamo capaci di fare soltanto qualcosa di assolutamente ridicolo. Scriverò un’opera immensa, mi dico, e al contempo ne ho paura e in quell’istante di paura ho già fallito, nell’assoluta impossibilità anche solo di iniziare. Con gran pompa diciamo che il nostro proposito è qualcosa di immenso e irripetibile, e non ci tiriamo assolutamente indietro dinanzi a una tale asserzione, ma intanto andiamo a letto con la testa ritratta fra le spalle e prendiamo un sonnifero, anziché dare inizio all’immenso e all’irripetibile. Così siamo, ho detto una volta a Gambetti, ci comportiamo come se fossimo assolutamente capaci di tutto, anche di cose eccelse e somme, e poi non siamo neanche in grado di prendere la penna in mano per mettere per iscritto anche una sola parola di quella nostra annunciata immensità e irripetibilità. Soffriamo tutti di megalomania, ho detto a Gambetti, così non dobbiamo scontare la nostra incessante bassezza.”

(Thomas Bernhard, “Estinzione”, ed. Adelphi)

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