Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Cemento

“Mi illudevo di non aver bisogno di nessuno, mi illudo ancora oggi. Non avevo bisogno di nessuno, e quindi non avevo nessuno. Ma ovviamente abbiamo bisogno di una persona, altrimenti diventiamo inevitabilmente come sono diventato io: difficile, insopportabile, malato, intollerabile nel più profondo senso della parola. Ho sempre creduto di potermi dedicare al mio lavoro intellettuale in perfetta solitudine, cosa che doveva dimostrarsi un errore, ma anche il fatto che si abbia bisogno di qualcuno è un errore, abbiamo bisogno di una persona e non ne abbiamo bisogno e una volta abbiamo bisogno di qualcuno e una volta non abbiamo bisogno di nessuno e una volta abbiamo bisogno di qualcuno e al tempo stesso non abbiam bisogno di nessuno, di questo fatto assolutamente assurdo mi sono reso conto di nuovo in questi giorni; non sappiamo mai e poi mai se abbiamo bisogno di qualcuno o se non ne abbiamo bisogno o se abbiamo bisogno di qualcuno e al tempo stesso non ne abbiamo bisogno e poiché non sappiamo mai di cosa realmente abbiamo bisogno siamo infelici e quindi incapaci di iniziare un lavoro intellettuale quando vogliamo, quando ci sembra il momento giusto. Io ho creduto addirittura fervidamente, ho bisogno di mia sorella per poter cominciare il lavoro su Mendelssohn Bartholdy, poi quando lei era qui sapevo che non ne ho bisogno, che posso cominciare soltanto se lei non è qui. Ma adesso lei non c’è più e io proprio non riesco a cominciare il mio lavoro. Prima il motivo era che lei era qui, adesso il motivo è che lei non è qui. Da un lato noi sopravvalutiamo l’Altro, dall’altro lo sottovalutiamo e continuiamo a sopravvalutare noi stessi e a sottovalutarci, e quando ci dovremmo sopravvalutare ci sottovalutiamo come ci dobbiamo sottovalutare quando ci sopravvalutiamo. E in realtà sopravvalutiamo anzitutto e sempre ciò che ci proponiamo, perché in verità ogni lavoro intellettuale come ogni altro lavoro viene smisuratamente sopravvalutato e non c’è al mondo un solo lavoro intellettuale al quale questo mondo tutto sommato sopravvalutato non potrebbe rinunciare, come non c’è uomo e quindi intelletto a cui in questo mondo non si potrebbe rinunciare, come del resto si dovrebbe rinunciare a tutto, se ne avessimo il coraggio e la forza.”

(Thomas Bernhard, “Cemento”, ed. SE)  

La scrittura di Thomas Bernhard mi fa pensare alla vertigine di un frullatore, solo che al posto del braccio meccanico ci sono le parole con le quali l’autore rimescola il Riso, il Pianto, la Misantropia, la Malinconia, il Dolore, il Sarcasmi e tanti altri ingredienti che vanno a comporre i suoi grandiosi romanzi, che su questo blog sono meno presenti di quanto dovrebbero solo perché testi come “Estinzione”, “Perturbamento”, “A colpi d’ascia”, “Il soccombente”, “L’origine”, “La cantina”, “Il respiro”, “Goethe muore” e altri, che consiglio, li lessi tanti anni fa. “Cemento” ancora non l’avevo letto e ha confermato la presenza di Bernhard nel mio personale Olimpo di narratori del Novecento.

Come è scritto nel risvolto di copertina dell’edizione SE che ho letto, “ancora una volta Thomas Bernhard ha costruito una macchina che funziona alla perfezione, l’implacabile radiografia di un’ossessione: impossibilità di essere solo e di non esserlo, impossibilità di scrivere e rinunciare a scrivere”. Il protagonista-narratore Rudolf, infatti, ha da decenni la volontà di scrivere qualcosa sul compositore Mendelssohn Bartholdy, ma questa volontà non è così forte e non è suffragata dai fatti, visto che ancora non è riuscito a scrivere neanche la prima frase dell’opera. Il pantano nel quale si trova egli lo attribuisce anche, se non soprattutto, alla sorella, che vive a Vienna, ma che, per testamento paterno, ha il diritto di dimorare anche a Peiskam, dove Rudolf sta solitario, avendo ormai reciso i contatti con chiunque, dedito a un isolamento che in teoria dovrebbe aiutarlo nella concentrazione, ma che in pratica non è possibile, intanto perché la sorella è ingombrante sia quando c’è sia quando non c’è, e poi perché i suoi pensieri sono tutt’altro che sgombri della presenza di quelli dai quali si è allontanato perché insopportabili ai suoi occhi.

I bersagli del narratore, che poi sono anche i “soliti” obiettivi di Bernhard, sono molteplici, dalla Chiesa cattolica al partito socialista, dai giornali vomitevoli alla moda dei cani, al bigottismo della provincia e alla menzogna della città, fino all’Austria tutta. Soprattutto, però, il bersaglio grosso è rappresentato da sé stesso, in un inarrestabile discesa nell’autosservazione, nell’autodenigrazione, nell’impossibilità assoluta di ricomporre dissidi interiori e nell’altrettanti impossibile fuga dall’infelicità nella quale è piombato. Un viaggio a Palma di Maiorca può sembrare, allora, una soluzione plausibile per scappare dalla “cripta” nella quale vive, ma quest’apertura inattesa al mondo si rivelerà anch’essa infruttifera e fonte di ulteriore tragicità, ma qui mi fermo per non svelare oltre del romanzo.

Quando lessi Bernhard anni fa, pensai che fosse un autore da assumere a dosi controllate, specie se affetti, ogni tanto, da forme più o meno accese di misantropia. Ciò detto, ne consiglio la lettura, perché la sua prosa avvolgente è capace di stimolare più aree della nostra percezione, che ho semplificato in apertura di articolo elencando gli ingredienti, ma che in verità sono così mescolare da rendere difficile distinguere quando abbiamo voglia di ridere e quando di piangere.

“… la gente blatera continuamente di persone semplici e nessuno è più difficile e veramente più complicato di queste cosiddette persone semplici. Non si possono avvicinare con parole come disperazione e pazzo. Le cosiddette persone semplici in realtà sono le più complicate e mi è sempre più difficile intendermi con loro, negli ultimi tempi ho quasi completamente interrotto i rapporti con loro, il rapporto con i semplici non mi è più possibile già da un pezzo, va al di là delle mie forze, con il semplice non riesco più ad averci a che fare. In realtà ho interrotto completamente le relazioni con la gente semplice, che, come si è detto, è in assoluto la più difficile, perché per me sono troppo faticose e non voglio intendermi con loro prendendo la scorciatoia della menzogna. Mi si è chiarito anche il fatto che i più semplici sono quelli che in fondo hanno le maggiori pretese. Nessuno è tanto esigente quanto la gente semplice e ora sono arrivato al punto di non potermela più permettere. Quasi non riesco più a permettermi me stesso.”

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