Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Ventiquattr’ore nella vita di una donna

“Sono passati ventiquattro anni da allora, eppure, quando penso a quel momento in cui, sferzata dalla sua ironia, stavo lì davanti a mille estranei, il sangue mi si gela nelle vene. E sento di nuovo con spavento che debole entità, miserabile e tormentata dev’essere ciò che noi, troppo enfatici, chiamiamo anima, spirito, sentimento, ciò che noi chiamiamo dolore, poiché tutto questo, anche all’eccesso, non è capace di mandare in pezzi il corpo martoriato – perché, con il sangue che martella nelle vene, si sopravvive a simili momenti, invece di morire, precipitare come un albero colpito dal fulmine? Solo per un attimo, questo dolore mi aveva rotto le ossa e caddi su quella panchina, sfinita, apatica, e con un presentimento addirittura voluttuoso di dover morire. Ma come ho appena detto: il dolore è vile, cede davanti alla prepotente esigenza di vivere che sembra radicata nella nostra carne, più fortemente che tutte le mortali passioni nel nostro spirito. Incomprensibile a me stessa dopo un simile annientamento di tutti i miei sentimenti, mi rialzai. Non sapevo, è vero, cosa fare. All’improvviso mi rammentai che il mio bagaglio attendeva alla stazione, e fui presa da un’idea sola: via, via, via di qui, via da questo maledetto inferno!”

(Stefan Zweig, “Ventiquattr’ore nella vita di una donna”, ed. Garzanti)

Anni Venti del Novecento. In un albergo di Montecarlo, alcuni turisti discutono animatamente di un evento che ha movimentato la notte precedente: Madame Henriette, moglie e madre irreprensibile, è scappata assieme a un giovane fascinoso, conosciuto, così pare, lo stesso giorno della fuga. Gli altri ospiti, a cui non pare vero di sottrarsi alla noia del quotidiano dedicandosi al pettegolezzo sulle vicende altrui, si accaniscono nel difendere le proprie avverse tesi; c’è chi sostiene che non sia credibile che la donna e il giovane non si conoscessero già prima; c’è chi, invece, evidenzia come, in determinate circostanze, si possa essere trascinati dalla propria natura repressa a compiere azioni che, fino a poco prima, si ritenevano addirittura immorali. Il narratore è di quest’ultima opinione, contrastato in ciò da un paio di coppie, evidentemente terrorizzate dall’idea che possa accadere anche a loro una cosa simile; a spalleggiarlo, una vecchia dama inglese, Mrs C., che non solo sostiene la sua tesi, ma che lo erge a proprio confidente per narrargli un’avventura accadutale quando, perso il marito, si era ripromessa di non avere altri uomini, salvo poi incontrare un giovane aspirante suicida. La protagonista del racconto è proprio questa dama inglese.

Le “ventiquattr’ore” del titolo, infatti, si riferiscono proprio a quel breve arco temporale, così minuscolo a confronto di sessantasette anni di esistenza, eppure così impresso nella memoria e nell’autocoscienza critica della donna, che ripercorre gli eventi a distanza di due decenni, confidando per la prima volta quel segreto che si era portata dietro e che è riesploso nell’ascoltare quanto avvenuto poche ore prima. Zweig, autore che ho già apprezzato in altre sue prove, si conferma abile nel condensare, in meno di cento pagine, avvenimenti che, il più delle volte, sono il turbolento frutto della mente dei protagonisti delle sue storie.

In questo racconto, la potenza delle passioni, sia di carattere sentimental-sessuale sia relative al gioco, si presenta improvvisa dinanzi ai personaggi, anzi dentro gli stessi; neanche le promesse più ferree riescono a soffocare l’impeto di una forza che erompe e rende ciechi di fronte alle conseguenze che possono derivarne in seguito. Il destino dei singoli si rivela essere imprevedibile e non programmabile di fronte all’incontrollabile violenza interiori con cui le passioni sconquassano opinioni ed emozioni che sembravano stantie.

“Solo individui freddi, molto equilibrati, hanno simili momenti, in cui la passione erompe subitanea come una valanga, terribile come un uragano: in quei momenti, anni interi di forze inutilizzate precipitano e si inabissano nelle profondità dell’animo. Mai, né prima né dopo, ho provato una simile improvvisa e furibonda impotenza, come in questo minuto in cui io, ormai pronta a tutto – pronta a buttar via la mia vita, mi trovavo d’un tratto di fronte a un muro d’assurdità, contro il quale la mia passione impotente batteva il capo.”

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