Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Paura

“Quando Irene uscì dall’appartamento del suo amante e cominciò a scendere le scale, tutto d’un tratto quella paura insensata tornò a impadronirsi di lei. All’improvviso una spirale nera prese a mulinarle davanti agli occhi, le gambe erano come bloccate da una morsa di ghiaccio, ed ella dovette aggrapparsi in fretta alla ringhiera per non cadere bruscamente in avanti. Non era la prima volta che arrischiava una visita così pericolosa, quel brivido repentino non le era sconosciuto e, pur opponendo in cuor suo una strenua resistenza, nel riprendere la via di casa finiva sempre per soggiacere a simili imperscrutabili attacchi di una paura irragionevole e ridicola.”

(Stefan Zweig, “Paura”, ed. Adelphi)

Irene Wagner appartiene alla migliore borghesia viennese, è sposata con un avvocato, madre di due figli, e amante del pianista Eduard, che l’ha attratta più in virtù della diversità che rappresentava nella sua quotidianità che non per affinità di sensi. Un giorno, uscendo dall’appartamento dell’amante, Irene s’imbatte in una donna sconosciuta, che, sostenendo di essere la legittima e povera consorte del pianista, la ricatta con veemenza, estorcendole del denaro.

Per Irene inizia un percorso nella paura. Zweig, in poco più di cento pagine, ci mostra come la paura di confessare una propria colpa possa lacerare più del castigo che, nel concreto, potrebbe derivarne. Irene ha paura di perdere ciò che fa parte del suo vissuto giornaliero, ciò che, per la sua abitudinarietà, l’’annoiava e l’aveva spinta tra le braccia dell’amante. Adesso, di fronte alla possibilità che il marito scopra il tradimento, teme che la sua esistenza ne esca devastata. L’amante stesso era divenuto parte di una routine che adesso rischia di essere scompaginata. La beffarda, sordida e misteriosa ricattatrice inizia un gioco al rialzo, chiedendo, e ottenendo, somme di denaro sempre maggiori. Irene si sente braccata, ma sono soprattutto i suoi pensieri ad assillarla. Fuggire dalla donna non serve, perché è in sé stessa che Irene deve cercare risposte. Sapere di essere in bilico, di poter essere scoperta da un momento all’altro, la porta a vedere, con occhi diversi, anche atteggiamenti del marito che prima non notava. Ogni singolo gesto, ogni sguardo, ogni domanda adesso è letta in funzione del tradimento e della sua possibile rivelazione.

“Volgendo febbrilmente lo sguardo all’indietro, quasi a scandagliare gli ultimi anni alla luce di fantomatici riflettori, scopriva di non avere mai indagato la vera natura del consorte e adesso, dopo tanto tempo, di non sapere nemmeno se fosse rigoroso o conciliante, severo o capace d’affetto. Con un sentimento di colpa fatalmente tardivo, indotto da quella terribile angoscia, ella dovette confessare a sé stessa che, di lui, altro non conosceva se non l’aspetto mondano, la superficie, e mai era scesa nel profondo, là dove in quell’ora tragica occorreva invece che fosse attinta la decisione. Senza volerlo si mise alla ricerca di piccoli particolari e indizi per ricordarsi come avesse giudicato questioni analoghe, conversando con lei, e con amara sorpresa fu costretta a riconoscere che il marito non le aveva quasi mai parlato delle sue opinioni personali, così come, dal canto suo, lei non gli aveva mai posto domande di tale profondità. Solo adesso cominciava a soppesare la vita del consorte tenendo conto dei singoli dettagli, capaci di farle comprendere il carattere di lui. La paura bussava ora alla porta di ogni ricordo con colpi esitanti, per trovare accesso alle segrete stanze del cuore.” 

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