Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Novella degli scacchi

“Ora non so fino a che punto lei abbia riflettuto sulla situazione psicologica che viene a crearsi in questo gioco fra i giochi. Ma già la riflessione più superficiale dovrebbe bastare a rendere evidente che negli scacchi, in quanto gioco mentale puro, indipendentemente dal caso, voler giocare contro se stessi è logicamente un assurdo. L’attrattiva degli scacchi si basa in fondo solo sul fatto che la sua strategia si svolge in modo diverso in due cervelli diversi, che in questa guerra intellettuale il nero non conosce di volta in volta le manovre del bianco e cerca continuamente di indovinarle e d’intralciarle, mentre da parte sua il bianco si sforza di superare e parare le mire segreto del nero. Se bianco e nero formano una sola, stessa persona, si crea la situazione assurda per cui uno stesso cervello deve sapere e al tempo stesso non sapere una certa cosa, e funzionando come bianco deve a comando dimenticare completamente ciò che un minuto prima, come nero, aveva voluto e previsto. Un simile doppio pensiero presuppone in realtà una totale scissione della coscienza, una capacità di accendere e spegnere a piacere la funzione intellettuale come in un apparecchio meccanico; voler giocare contro se stesso, costituisce quindi negli scacchi un paradosso, come voler saltare la propria ombra.”

(Stefan Zweig, “Novella degli scacchi”, ed. Garzanti)

L’articolo che ho scritto ieri mi ha fatto pensare a un altro celebre film di Bergman, cioè “Il settimo sigillo”, e, per associazione d’idee, alla “Novella degli scacchi” di Stefan Zweig, autore del quale ho già segnalato, su questo blog, l’autobiografia “Il mondo di ieri” e il saggio “Dostoevskij”. Come nel caso del film di Bergman, anche nell’opera di Zweig la scacchiera è metafora di altro, ma mentre nel film il protagonista gioca a scacchi niente meno che con la Morte, nella novella la vicenda si svolge tra esseri viventi, sebbene lo scacco matto assurga, anche in questo caso, a simbolo del crollo definitivo. La novella fu scritta da Zweig pochi mesi prima che si suicidasse e, specie per chi abbia letto “Il mondo di ieri”, non è difficile scorgere ciò che sta dietro ai movimenti di pedoni, cavalli, torri, re e regine.

A bordo di una nave, il narratore scopre la presenza di Czentovic, uomo di umili origini, incapace di scrivere senza commettere errori grammaticali, ma divenuto un precoce campione mondiale di scacchi. La sua ottusità in tanti altri aspetti dell’esistenza non gli ha impedito di diventare un freddo, spietato e logico esecutore della scacchiera. Czentovic, che non appartiene alla schiera degli scacchisti fantasiosi e immaginifici, ha bisogno sempre di vedere l’oggetto fisico davanti agli occhi e ha deciso di battersi soltanto per denaro, fissando un tariffario minimo per le sue partite, che dunque non sono più espressione di un gioco, ma solo una professione da svolgere con spietatezza. Czentovic, comunque, non è un mostro, al massimo rappresenta la perdita della spontaneità umana a favore della tecnica, della scientificità.

Nel tentativo di scoprire cosa si cela dietro quel campione all’apparenza inavvicinabile, il narratore coinvolge altri passeggeri in una sfida collettiva a Czentovic, che accetta, previo pagamento, e li umilia in poche mosse. A sorpresa, però, nel corso della rivincita spunta il dottor B., l’altro personaggio cardine della novella, un uomo che, pur dichiarando di non toccare una scacchiera da oltre venti anni, rivela un’abilità sorprendente per un dilettante. Al narratore, il dottor B. racconta il perché di questa sua abilità scacchistica e Zweig si serve dei suoi ricordi per inserire, sia pure in maniera velata, le sue considerazioni circa la follia rappresentata dal nazismo. Il dottor B., infatti, deve le sue conoscenze a un libro riportante le più celebri partite di scacchi della storia, che egli aveva letto quando era stato prigioniero della Gestapo, in una camera d’albergo (evidente simbolo dell’esilio di Zweig), dove passava le giornate nel nulla, impegnato solo a giocare partite mentali a scacchi contro sé stesso, cosa che lo condusse presto all’alienazione.

L’isolamento del dottor B., la sua follia indotta, la sconfitta inevitabile di fronte a Czentovic (che funge da polo negativo pur non risultando odioso al lettore), non sono altro che lo specchio della disillusione, del grido di dolore inascoltato, sommerso dalle bombe, che Zweig lanciò, sotto altra e più corposa forma, con “Il mondo di ieri”.

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