Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Dostoevskij

“I protagonisti di Dostoevskij non entrano pacificamente nelle leggi del nostro mondo, ma arrivano sempre col loro sistema sensitivo fin giù ai profondi problemi primordiali. In loro l’uomo moderno di sensibilità nervosa si unisce all’uomo primitivo che non sa altro della vita che la propria passione e che, insieme con l’estrema comprensione, balbetta anche alle prime domande del mondo. Le loro forme non si sono ancora raffreddate, la loro pietra non s’è ancora stratificata, la loro fisionomia non s’è ancora regolata. Sono sempre incomplete e perciò risultano doppiamente vive. Infatti l’uomo perfetto è anche in sé finito, mentre in Dostoevskij tutto tende all’infinito. Per lui gli uomini sono eroi e hanno valore artistico solo fin quando sono in disaccordo con se stessi, fin quando sono nature problematiche: quelli perfetti, quelli completi li scuote di dosso come l’albero il frutto maturo. Dostoevskij ama i suoi personaggi solo finché soffrono, finché hanno la forma della vita intensificata e discorse, finché sono il caos che vuole trasformarsi in destino”.

(Stefan Zweig, “Dostoevskij”, ed. Castelvecchi)

Autori come Shakespeare, Dante, Goethe, Omero e Dostoevskij costituiscono, per chiunque abbia a che fare con la letteratura, delle pietre miliari con le quali è inevitabile confrontarsi, fosse pure per criticarli. La loro grandezza, oltre che riflettersi, in maniera più o meno consapevole ed esplicita, nelle opere d’improbabili epigoni, è testimoniata dalla folta schiera di saggi, considerazioni, opinioni che altri grandi autori hanno loro dedicato. Su Fëdor Dostoevskij, oggetto di quest’articolo, ricordo, solo per citare pochi esempi, il saggio del critico Bachtin e il volume “Tolstoj e Dostoevskij” di Merežkovskij, o ancora le pagine che Albert Camus gli ha dedicato in “L’uomo in rivolta” o quelle più recenti di David Foster Wallace in “Considera l’aragosta”.  L’elenco potrebbe continuare, ma quel che vorrei sottolineare è come ciascuno degli interpreti del pensiero di Dostoevskij, pur spesso concordando sulle linee generali, ritiene di dover porre l’accento su aspetti peculiari dell’opera del grande scrittore russo, perché, magari, quello è ciò che più sentono come proprio. Anche Stefan Zweig, prolifico autore del quale recentemente ho letto il toccante “Il mondo di ieri”, nel corso della sua esistenza dedicò saggi ad autori come Balzac, Dickens, Stendhal, Tolstoj, Nietzsche e appunto Dostoevskij, al quale sono dedicate le pagine edite da “Castelvecchi”.

Comincio scrivendo che il libro di Zweig non è una biografia allungata con aneddoti, ma piuttosto una serie successiva di quadri che l’autore dedica a diversi argomenti, quali le vicende esistenziali di Dostoevskij, i suoi personaggi, lo stile dei romanzi, il processo creativo alla base degli stessi, la tormentata religiosità del grande scrittore russo. Chi si aspetta un saggio pieno di date e luoghi resterà deluso, mentre chi voglia entrare più a fondo nell’insondabile mente di Dostoevskij, troverà in Zweig una guida capace di essere lirica e appassionante lungo tutte le pagine del libro. Zweig è ben consapevole dell’enorme difficoltà di penetrare nel mondo abissale eppure così rilucente di luce nel quale ci gettano le opere di Dostoevskij, e pur non cadendo in un nozionismo biografico che può essere soddisfatto da una qualunque prefazione alle opere del russo, rileva continuamente come nel caso di Dostoevskij, più ancora che per altri autori, il nesso tra la sua vita e le sue opere sia inscindibile. Nell’articolo che ho pubblicato ieri, ho riportato le parole che Zweig dedica al volto di Dostoevskij, ma si tratta solo di un assaggio rispetto alle puntuali, ma non logorroiche, descrizioni circa quello che Zweig chiama il destino di Dostoevskij, destino fatto di ascese vertiginose e di tremende cadute.

Nella prima parte del saggio, Zweig ci dà delle veloci pennellate circa le vicende biografiche di Dostoevskij, note alla maggior parte degli appassionati dello scrittore, ma qui funzionali a rilevare la quasi sovrannaturale accettazione dell’infausto destino che colpì Dostoevskij. L’amor fati, espressione cara a Nietzsche, l’accettazione del fato, di ciò che l’esistenza ci pone davanti, questa una delle grandezze di Dostoevskij, capace, innanzitutto come uomo e poi come scrittore, di trasformare il suo dolore in bellezza, tremenda ma pur sempre bellezza. Le crisi epilettiche, che accompagnarono Dostoevskij per gran parte della sua esistenza, pure nella loro devastante potenza, lo rendono sì inabile nei giorni successivi agli attacchi, ma rappresentano anche, a detta dello stesso Dostoevskij, delle esperienze mistiche impagabili per lui, che non a caso le descrive mirabilmente in diversi romanzi. Naturalmente non mancano accenni alla morte di parenti strettissimi di Dostoevskij e soprattutto alla drammatica esperienza in Siberia, a seguito della finta fucilazione, episodio che segna una cesura netta tra il giovane scrittore affacciatosi alla ribalta con “Povera gente” e “Le notti bianche”, pur bellissimi nel loro genere, e quello che produrrà, una volta tornato in libertà, capolavori assoluti come “Memorie dal sottosuolo”, Delitto e castigo”, L’idiota” e “I fratelli Karamazov”, tanto per limitarmi ad alcuni titoli. Zweig afferma che a suo parere Dostoevskij, a differenza di altri giganti della letteratura, come Goethe o Tolstoj, non cerca, attraverso la scrittura, di appianare i contrasti che sente esserci al suo interno o nel mondo, ma ne sviluppa i germi, non li atrofizza con sguardo clinico, ma indaga, scava, alimenta egli stesso il fuoco che lo divora, ampliando il campo dove si svolge la sua battaglia, nel tentativo estremo di raggiungere l’infinito, quel Dio che da sempre lo tormenta, che egli sente ma non vede nel mondo. Memorabili, al riguardo, le pagine del “Grande Inquisitore”, all’interno dei Karamazov, con la battaglia ideologica tra Alesa e Ivan, nient’altro che due proiezioni di pensieri divergenti ma compresenti nella mente dell’autore.

In un’altra sezione del saggio, Zweig si sofferma sui personaggi dei romanzi di Dostoevskij, soggetti indimenticabili per chi abbia avuto la fortuna di conoscerli. Anche qui, rileva la differenza dell’autore russo rispetto ad altri grandi romanzieri, sottolineando come i personaggi di Dostoevskij siano vulcanici, estremi, non cristallizzati, non a una sola tinta come potevano essere quelli del grande Balzac, dei quali, una volta inquadrati nel loro carattere peculiare, era possibile prevedere in anticipo le mosse, ma siano in continuo evoluzione, in dissidio con loro stessi, non risolti. Questa loro continua auto-creazione non permette mai al lettore di riposarsi nella lettura, avviluppati come sono nella loro spirale di sofferenza e beatitudine, perennemente presi dalla sfida a un mondo che li ha umiliati e quindi messi nella posizione di chi, ferito, ama la sua ferita e ne cerca altre più grandi. Zweig sostiene che è difficile cercare di comprendere i personaggi di Dostoevskij ponendosi dinanzi a loro con la sola arma della ragione. Bisogna afferrarli nel loro intimo, sentirli nel profondo, per quanto possibile, compartecipare al loro dolore e alla bellezza che l’autore ne trae.

In un altro capitolo Zweig spiega ciò che a suo dire differenzia il realismo fantastico di Dostoevskij da quello dei naturalisti. Questi ultimi sono scienziati della penna, hanno il microscopio in mano e offrono al lettore i dettagli più minuscoli di una stanza, ma la loro scrittura non brucia, a differenza di quella di Dostoevskij, che in una sola parola, in un sospiro dei suoi ardenti ed esaltati personaggi, ci catapulta accanto a loro. Riprendendo una considerazione di Merezovskij, Zweig dice poi che i personaggi di Tolstoj “li udiamo perché vediamo”, mentre quelli di Dostoevskij “li vediamo perché udiamo”, volendo sottolineare, con questo, come le creature di Dostoevskij prendano corpo nel momento in cui parlano. “Tu giungi in ogni cosa fino alla passione”, frase pronunciata da Nastasja Filippovna nel romanzo “L’idiota”, ben esemplifica il senso delle riflessioni di Zweig. Nei romanzi di Dostoevskij le descrizioni esteriori dei personaggi non sono necessarie, ciò che conta è la loro parola, attraverso la quale esplodono i dissidi e siamo condotti all’interno di un grande e allucinatorio sogno lucido.

Alla base di tutto questo c’è un’esistenza della quale si è accennato sopra qualcosa, e un processo creativo turbolento, un continuo scontro tra il principio dionisiaco e quello apollineo, per riprendere ancora un tema nietzschiano. Questa lotta accanita tra la sofferenza dell’uomo Dostoevskij e la necessità dello scrittore di sublimare le emozioni, spiega perché le opere di Dostoevskij, che pure come nessun’altra scavano nel profondo dell’uomo, anticipando persino teorie psicanalitiche più tardive, non ci appaiano mai come delle fredde autopsie, ma riescano, invece, a trascinarci nel loro vortice. La maestosità dei romanzi più interessanti, inoltre, non è un vuoto esercizio collezionistico di parole, ma è funzionale a che la catarsi si compia. Parole all’apparenza insignificanti pronunciate a inizio romanzo, si rivelano poi essere, più tardi, una spiegazione, una molla, una miccia incandescente che fa deflagrare l’intero impianto. Zweig, peraltro, non omette di riportare l’incompletezza che lo stesso Dostoevskij avvertì in alcuni suoi romanzi, scritti con foga, spesso pubblicati con urgenza considerate le ristrettezze economiche nelle quali l’autore si trovava, e destinati a essere completati da altre opere successive che non videro mai la luce, come nel caso de “I fratelli Karamazov”.

Nella parte finale del saggio, Zweig delinea ancora meglio il ritratto di Dostoevskij, presentandocelo come un trasgressore dei limiti, come colui che ha svelato all’Occidente un terreno fino allora abbastanza oscuro quale la Russia, ma soprattutto come lo scrittore che più di tutti gli altri ha sondato il sottosuolo (parola che non a caso si trova nel titolo di questo blog), ha svelato la complessità dell’animo umano, e infine affrontando il tema più gigantesco e insolubile che ha accompagnato Dostoevskij per tutta la sua esistenza, cioè Dio e la sua eventuale esistenza. Per Zweig, Dostoevskij era un uomo con uno spasmodico desiderio di credere, che predicava agli altri la necessità assoluta di una fede proprio perché voleva risparmiarle al prossimo le sue sofferenze. Naturalmente io, come Zweig, non posso sapere se Dostoevskij credeva davvero (come ipotizzo) o se era un non credente con il desiderio di credere, ma il punto non è decisivo per me, come non credo lo sia per i lettori delle sue opere; fondamentale è, invece, la sua impareggiabile capacità di farci sentire il dissidio interiore degli uomini, credenti o meno che siano, l’abilità di creare personaggi come Alesa e Ivan, fratelli su sponde all’apparenza opposte, e di farci entrare in ciascuno di loro con uguale forza. In questa parte finale, poi, Zweig, proprio perché la sua non è un’apologia priva di spirito critico, evidenzia anche gli aspetti che meno l’hanno convinto dell’opera di Dostoevskij, con particolare riferimento al Dostoevskij libellista. Tra questi aspetti, sui quali sento di concordare con Zweig, c’è un il forte anti-europeismo di Dostoevskij, che certo andrebbe valutato alla luce delle condizioni storico-politiche dell’epoca e soprattutto delle sue personali condizioni nelle vesti di disagiato viaggiatore-esiliato in Europa, ma che colpiscono anche i suoi ammiratori più sfegatati (come me) per la loro partigianeria pro – Russia, per la genericità delle accuse e una certa messianicità di chi aspettava l’avvento di un nuovo Cristo russo. Detto questo, però, resta l’immensità di un autore a mio avviso imprescindibile per chi voglia addentrarsi nel mondo della letteratura.

Nel consigliarvi questo lavoro di Zweig, vi lascio a un altro passaggio tratto dallo stesso.

“Chi creò Karamazov, Stavrogin dei Demoni, Svidrigailov di Delitto e castigo, questi fanatici della carne, questi ossessionati delle voluttà, questi maestri della lussuria, chi li creò conosceva personalmente le più basse forme della sensualità, perché per poter conferire a queste figure la loro cruda realtà è indispensabile uno spirituale amore della dissolutezza. La sua incomparabile sensibilità conosceva l’erotismo nel suo duplice senso, quello dell’ebbrezza carnale che cade nel fango e diventa lussuria, lo conosceva fin nelle sue più sottili discese spirituali, quando s’irrigidisce nella cattiveria e nel delitto; lo conosceva sotto tutti i suoi aspetti e tutte le maschere e con sguardo sorridente e sapiente ne spiava la follia; lo conosceva nelle sue più nobili forme quando l’amore diventa immateriale, quando diventa pietà, divina compassione, fratellanza e lacrima sgorgante. Tutte queste essenze misteriose erano in lui e non soltanto in fugaci tracce, come le ha ogni vero poeta, ma nei più puri, più forti estratti. Con un’eccitazione erotica e una vibrazione dei sensi che si sentono fremere descrive ogni dissolutezza, e molte cose le avrà anche realmente vissute e con gioia. Ma con ciò non voglio dire (chi non lo conosce potrebbe fraintendermi) che Dostoevskij sia stato un dissoluto, uno che abbia amato il piacere carnale, un libertino: era semplicemente avido di piacere come era avido del tormento, un servo dell’istinto, lo schiavo di una prepotente curiosità spirituale e carnale che lo spingeva verso il pericolo, verso i roveti spinosi nelle vie oblique. Il suo piacere non è godimento banale, ma è gioco e posta dell’intera forza vitale dei sensi, è il voler sentire sempre la misteriosa minaccia dell’epilessia, gravida di tempesta, è la concentrazione dei sentimenti in qualche attimo pieno di pericoloso pregustare, seguito poi dalla sordida caduta nel pentimento. È lo sfavillio del pericolo che ama nel piacere, il gioco dei nervi, la forza elementare dentro il proprio corpo. Con uno strano miscuglio di consapevolezza e di cupa vergogna cerca in ogni piacere l’opposto, l’ultimo fondo del pentimento, nell’obbrobrio l’innocenza, nel delitto il pericolo”.

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