Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Un povero bianco

“Quando entrò nella grande stazione buia, Hugh vide migliaia di persone precipitarsi come insetti molestati. Innumerevoli migliaia di persone stavano abbandonando la città alla fine della loro giornata di lavoro e treni aspettavano per portarli nelle cittadine sulle praterie. Essi giungevano a branchi, precipitandosi come bestie impazzite sopra a un ponte e di lì entravano nella stazione. Le folle dirette in città che eran scese dai treni provenienti dall’Est e dall’Ovest salivano su per una scalinata che dava sulla via, e quelli che erano in partenza cercavano di scendere contemporaneamente per la stessa scalinata. Il risultato era una massa umana che si urtava e girava vorticosamente. Tutti spingevano e ingombravano il cammino. C’erano uomini che bestemmiavano, donne che s’infuriavano, bambini che piangevano. Vicino alla porta che si apriva sulla strada una lunga fila di vetturini urlava e schiamazzava.”

(Sherwood Anderson, “Un povero bianco”, ed. Einaudi)

Ero giunto a Sherwood Anderson grazie a Cesare Pavese, che ne aveva scritto introducendolo al pubblico italiano, e avevo così potuto apprezzare l’abilità di Anderson nello scrivere racconti, in particolare con “Racconti dell’Ohio” (o “Winesburg, Ohio”). Con “Un povero bianco”, romanzo, ho avuto conferma dell’abilità narrativa dell’autore, capace di avvincere con uno stile nitido, secco, efficace.

“Un povero bianco” è ambientato negli Usa di fine Ottocento e verte principalmente sul difficile trapasso da un’epoca rurale a una industriale. Il protagonista, Hugh, indolente, solitario e autodidatta, nato “in un piccolo buco” del Missouri, cresciuto in mezzo agli stenti e con accanto un padre ubriacone, riesce infine ad evadere dalla sua condizione per diventare inventore di macchinari agricoli. Trasferitosi in Ohio, trova l’appoggio di alcuni personaggi che si riveleranno esseri affaristi piuttosto privi di scrupoli e pronti a sfruttare la sua invenzione per mettere su industrie e anche per frodare gli investitori e i lavoratori.

Sebbene il romanzo ruoti attorno a Hugh e alla sua altalenante esistenza tra sogni infranti, romantiche ingenuità e velleità smorzate, è da rilevare l’abilità di Anderson nel mostrarci la mediocrità compiaciuta di sé di altri personaggi collaterali, nonché le tensioni individuali e sociali di un’epoca di transizione. Molto efficaci, inoltre, alcuni passaggi nei quali l’autore sottolinea l’influenza del denaro e la creazione di falsi miti a cui l’uso distorto dello stesso può condurre.

“Sembrava che una vasta energia si sprigionasse dalle viscere della terra e contagiasse la gente. Migliaia degli uomini più energici degli Stati centrali si logorarono nel tentativo di costituire compagnie, e quando le compagnie fallivano ne formavano immediatamente delle altre. Nelle città che stavo sviluppandosi rapidamente, uomini impegnati nell’organizzazione di compagnie che rappresentavano capitali di milioni, vivevano in case messe su affrettatamente da carpentieri che prima dell’epoca del grande risveglio erano addetti alla costruzione di stalle. Fu un’epoca di architettura orribile, un’epoca in cui il pensiero e la cultura si arrestarono. Senza musica, senza poesia, senza bellezza nella loro vita o nei loro impulsi, un intero popolo, pieno della nativa energia e della forza di una vita vissuta in una nuova terra, si precipitava confusamente in una nuova età.”

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