Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Marco e Mattio

“… Mattio era stato registrato fino dal primo momento con i matti tranquilli, e poté andare a passeggio dalla parte degli orti osservando il comportamento dei ricoverati che – notò – si dividevano in due categorie. Quelli che ancora si ponevano il problema di dare uno scopo alla loro esistenza andavano attorno cercando di convincere gli altri ad ascoltarli e a fare ciò che gli dicevano di fare, per il loro bene e nel loro stesso interesse! Ma più numerosi, a San Servolo, erano i matti che si comportavano da matti e non infastidivano nessuno perché non volevano beneficare nessuno: saltellavano, cantavano, s’accucciavano come per covare, ridevano o piangevano, o facevano tante altre cose, assolutamente prive di senso. Ce n’erano che s’intrattenevano in lunghe conversazioni con un oggetto animato, per esempio con una panchina o con un albero; ce n’erano che s’imbrattavano d’escrementi o addirittura li mangiavano, e venivano detti, in gergo manicomiale, <<gli sporconi>>. Ce n’erano che si mettevano in faccia al sole, e stavano fermi a fissarlo finché arrivavano gli inservienti a portarli via: questi ultimi, in genere, erano i matti della pellarina. Dopo aver passeggiato in lungo e in largo, Mattio andò a sedersi all’ombra di una tettoia perché il sole d’agosto incominciava a dargli fastidio. Là sotto c’era un altro pazzo e gli occhi del nostro ciabattino – non appena o videro – si dilatarono, la sua bocca, spalancata per lo stupore, riuscì infine a balbettare: – Don Marco, siete proprio voi?”

(Sebastiano Vassalli, “Marco e Mattio”, ed. Einaudi)

Se “La chimera” è ambientato tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, in “Marco e Mattio” Vassalli sposta lo scenario spazio-temporale a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, tra Zoldo, piccolo paese, e Venezia, quest’ultima alla prese con l’arrivo delle forze napoleoniche e poi degli austriaci. A prescindere dalle nozioni storico-geografiche, che pure in questo romanzo hanno una grande importanza, anche con riferimento alle azioni dei personaggi, va detto che il tema principale del libro è, come si evince dal titolo, la vicenda di Marco e Mattio.

Mattio Lovat, figlio di un calzolaio-donnaiolo, cresce nell’indigenza e circondato da un ambiente nel quale dominano superstizioni, predicatori dell’apocalisse, indemoniati o presunti tali, ma soprattutto dalla povertà. A lungo andare, il suo fisico e la sua mente saranno minati dalla nutrizione scarsa e ripetitiva, tanto che egli, anche influenzato da altri protagonisti del romanzo, assumerà su di sé il ruolo di riscattare l’umanità. In sostanza, Mattia diventa progressivamente sempre più matto, fino a compiere gesti estremi che, purtroppo, non redimono il mondo e tanto meno egli stesso. Marco, invece, è un personaggio più misterioso, che riappare qua e là nel romanzo sotto diverse spoglie, dal prete all’avvocato, fungendo da contraltare ambiguo alla peripezie di Mattio. A fare da contorno ai due, una sfilza di figure che Vassalli caratterizza con maestria e dal quale desumiamo un quadro di ignoranza, speranze improbabili e miserie individuali e/o collettive, che il delirio salvifico di Mattio non può certo cambiare, neanche quando il vento della Rivoluzione francese sembra schiudere orizzonti più luminosi per tutti.

Se dovessi consigliare un libro di Vassalli, tra i due che ho letto sceglierei “La chimera”, unicamente perché in “Marco e Mattio” ho trovato che alcuni passaggi fossero un po’ “forzati”. Resta, comunque, un libro che mi è piaciuto e che consiglio a chi, per sua (dis)avventura, sia passato di qua.

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