Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Proust

“Il più riuscito esperimento evocativo può soltanto proiettare l’eco di una sensazione passata, poiché, essendo un atto intellettivo, è condizionato dai pregiudizi dell’intelligenza che separa da ogni sensazione data, come illogico e insignificante, un elemento estraneo discordante e futile, ogni parola o gesto, suono o profumo che non possono essere adattati al puzzle del concetto. Ma l’essenza di ogni nuova esperienza è contenuta proprio in questo elemento misterioso che la volontà sempre vigile respinge come qualcosa di anacronistico. Questo elemento misterioso è l’asse intorno al quale ruota la sensazione, il centro di gravità della sua coerenza. Di modo che nessuna manipolazione volontaria può ricostituire nella sua integrità un’impressione che la volontà ha, per così dire, relegato nell’incoerenza. Ma se, per caso, e date circostanze favorevoli (un rilassamento dell’abito mentale del soggetto e una riduzione del raggio della sua memoria, una ridotta tensione della coscienza quale generalmente segue a un periodo di estremo scoraggiamento), se per qualche miracolo dovuto all’analogia, l’impressione centrale di una sensazione passata si ripresenta come uno stimolo attuale che può essere istintivamente identificato dal soggetto con il modello originario (la cui integrale purezza è stata conservata perché è stata dimenticata), allora l’intera sensazione passata, non la sua eco né la sua copia, ma la sensazione stessa, annullando ogni restrizione spaziale e temporale, irrompe bruscamente sommergendo il soggetto con tutta la bellezza della sua infallibile proporzione”.

(Samuel Beckett, “Proust”, edizione SE)

Quando un grande autore scrive di un altrettanto illustre scrittore, non è detto che il risultato debba essere eccelso. Nel caso di questo saggio di Samuel Beckett su Marcel Proust, invece, lo è. In poco più di sessanta pagine, l’autore di capolavori quali “Aspettando Godot” e “Finale di partita”, affronta alcuni temi cardine dell’opera monumentale di Proust, cioè “Alla ricerca del tempo perduto”, e lo fa da par suo, prendendo spunto dalle pagine del romanzo analizzato per poi trasportarci in una sfera di pensieri non legati solo al testo. I concetti dai quali parte Beckett sono quelli di Tempo, Abitudine e Memoria, scritti in maiuscolo proprio a sottolineare come queste tre parole siano fondamentali per comprendere il capolavoro di Proust. Beckett riporta episodi tratti dal romanzo per esemplificare al meglio le proprie tesi, che comunque sono affascinanti a prescindere dal riferimento a Proust. Solo per dare un’idea, Beckett, nel descrivere la memoria involontaria e la sua funzione nell’opera proustiana, afferma che la stessa registra, negli stati di attesa, nella disattenzione, tutto ciò che la memoria volontaria, quella che fa leva sull’intelletto e sulla ricostruzione a posteriori, non è in grado di cogliere. La memoria involontaria, ridestata da un evento improvviso, da un odore, un suono, una parola, ci scuote dall’abitudine, che è al tempo stesso noiosa e rassicurante. Beckett, poi, per Abitudine intende il nostro successivo adattarci ai nostri quotidiani mutamenti, il rifugio che ci conforta nel nostro sentirci presenti a noi stessi, allontanando la tentazione affascinate ma anche terrorizzante del cambiamento radicale. In quest’analisi del concetto di memoria involontaria non mancano riferimenti a scene celebri per chi ha letto il romanzo. A tal proposito, consiglio la lettura di questo saggio di Beckett a chi abbia già letto i tomi di Proust, per l’ovvia ragione che in questo modo tutto appare più chiaro e interessante.

Beckett affronta anche il tema della gelosia e della menzogna nella relazione tra il narratore del romanzo e Albertine. Senza qui svelare la trama, si può dire che Beckett rilevi il passaggio dalla Albertine inserita nel contesto delle “fanciulle in fiore”, quindi priva di una propria individualità agli occhi del narratore, alla Albertine scelta, staccata dal gruppo e colta, poi, nella molteplicità dei suoi atteggiamenti. Ecco quindi Albertine essere virtuosa, appassionata, virginale, sofistica, fuggitiva, prigioniera e via di seguito. L’analisi della gelosia, anche retrospettiva, è solo un aspetto del chirurgico lavoro di Proust circa i sentimenti. Beckett rileva altresì la concezione dell’amore come stato di desiderio mai colmabile in pieno ed evidenzia, con opportuni esempi, come in Proust la paura che la sofferenza lasci spazio all’indifferenza costituisca un dolore più grande della stessa presente sofferenza.

Si tratta, insomma, di un saggio molto interessante per chi ha letto l’opera di Proust, che certo potrebbe essere letto anche da chi volesse introdursi alla stessa, con l’avvertenza, in questo secondo caso, che saranno svelati diversi aspetti della trama, cosa che, a mio avviso, non è così grave ma che è bene sapere. Non mi resta che invitarvi a leggere Proust e poi Beckett. In fondo sono solo sette tomi giganteschi, ce la potete fare, vi assicuro che ne vale la pena.

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