Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

La veranda

“Non ci possiamo vedere gli uni con gli altri, eppure non si riesce a immaginare la veranda senza che ciascuno sia là al suo posto tutte le mattine, con la sua faccia solita, a testimoniare della solita vita. Fa quasi stizza questo adattamento animalesco che sovrasta ad ogni volontà di odio e di amore, e che compone in una specie di armonia le note così discordanti della nostra umanità. Se uno di questi paesi o città* che mi stanno accanto se ne andasse difilato in seno a Belzebù, vi assicuro che non ne proverei, per lui come per lui, il più piccolo dispiacere. Direi forse come Don Abbondio: qualche cosa di buono questa peste l’ha fatta…Ma ora, il pensiero che quella stessa persona non sia là, a soddisfare le esigenze della mia abitudine, mi turba alquanto, e mi fa sentire la sua assenza, per quando se ne sarà andata. Capita lo stesso fra i carcerati, dicono; o piuttosto, a pensarci bene, tutta la vita è così: dovunque, nella casa e nella famiglia, nel paese e nella città, nell’affetto e nell’amicizia, e fin nell’amore, noi affondiamo nella consuetudine, come l’albero le sue radici nella terra; e il dolore, prima che ogni altra cosa, è una ferita alla consuetudine.

Ma è più suggestione che altro, in fondo. Perché poi, quando se ne sono andati davvero, ci si accorge che non hanno lasciato traccia negli animi, nei cuori, nelle cose, più di quanto le loro parole nella memoria. Svaniscono, si può dire; e i nuovi che vengono senza posa a prenderne il posto (ma dove li fabbricano, tutti questi malati?) aderiscono così esattamente alla lacuna che quasi non ci si accorge del mutamento. Varese l’altro giorno mi disse, come per un’improvvisa scoperta: “Ha osservato che in tre mesi una buona metà sono già cambiati?”

Cambiati: partiti, morti? Chissà…! Ma nessuno se lo chiede, perché in fondo, qui come altrove, partire e morire sono due apparenze indifferenti e concrete di questo eterno succedersi, che è la sola realtà della vita”.

(Salvatore Satta, “La veranda”, ed. Adelphi)

*per “paesi” o “città”, in questo passaggio, Satta intende i singoli ospiti del sanatorio.

Salvatore Satta, oltre che giurista di chiara fama (almeno per gli studiosi del settore), è stato anche un romanziere, sebbene i suoi due romanzi, cioè “Il giorno del giudizio” e “La veranda”, sia stato pubblicato solo dopo la sua morte. “La veranda”, in particolare, scritta in età giovanile, pare che fosse stata presentata per uno dei maggiori premi letterari del tempo e rifiutata nonostante l’entusiasmo di uno dei giudici dell’epoca. Non pubblicato, del libro si persero le tracce, tanto che solo nel 1981, a distanza di qualche anno dalla morte dell’autore e del successo di “Il giorno del giudizio”, sarà ritrovato in una cartella contenente i documenti di una causa giudiziaria. Dopo averlo letto, debbo dire che il ritrovamento fu più che opportuno. “La veranda” è, infatti, un gioiello.

La vicenda si svolge all’interno di un sanatorio e ricalca (stando alle notizie biografiche che ho trovato) un’esperienza vissuta da Satta, almeno per quanto riguarda l’ambientazione. La veranda in questione è quella nella quale si ritrovano, giorno dopo giorno, i numerosi ospiti del luogo di cura, per giocare a carte, darsi conforto o più spesso sconforto reciproco, ricordare i tempi andati e l’esistenza fuori da quelle mura. Il romanzo è, quindi, sulla sofferenza dell’autore, protagonista e narratore in prima persona, e quella degli altri. La materia si presta al rischio di cadere nella retorica o nel melodramma ma Satta riesce, dall’alto di una proprietà di linguaggio notevole, a evitare tali rischi, a condire il tutto con una delicata ironia, pur sempre affrontando temi tutt’altro che allegri come la malattia e la morte, che aleggia su tutti i personaggi del romanzo, rappresentando per alcuni di essi addirittura un obiettivo. Il sanatorio è un mondo a sé, i contatti con il mondo esterno sono saltuari e spesso non graditi dai malati, quando si riducono a una sterile manifestazione di pietà da parte dei “sani”. All’interno di questo mondo chiuso, poi, ritroviamo le meraviglie e le malvagità del quotidiano. Dall’anelito verso l’amore, di difficile appagamento in quelle condizioni eppure ineludibile, alle vessazioni nei confronti dei più deboli di carattere, Satta ci narra l’insofferenza ma anche l’estremo bisogno reciproco che nutrono gli ospiti del sanatorio, le diverse reazioni di fronte alla malattia, che poi, volendo leggerli in chiave più generale, non sono altro che lo specchio dell’atteggiamento nei confronti dell’esistenza.

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