Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

I dispiaceri del vero poliziotto

“E cos’è che impararono gli allievi di Amalfitano? Impararono a recitare a voce alta. Mandarono a memoria le due o tre poesie che più amavano per ricordarle e recitarle nei momenti opportuni: funerali, nozze, solitudini. Capirono che un libro era un labirinto e un deserto. Che la cosa più importante del mondo era leggere e viaggiare, forse la stessa cosa, senza fermarsi mai. Che una volta letti gli scrittori uscivano dall’anima delle pietre, che era dove vivevano da morti, e si stabilivano nell’anima dei lettori come in una prigione morbida, ma che poi questa prigione si allargava o scoppiava. Che ogni sistema di scrittura è un tradimento. Che la vera poesia vive tra l’abisso e la sventura e che vicino a casa sua passa la strada dei gesti gratuiti, dell’eleganza degli occhi e della sorte di Marcabruno. Che il principale insegnamento della letteratura era il coraggio, un coraggio strano, come un pozzo di pietra in mezzo a un paesaggio lacustre, un coraggio simile a un vortice e a uno specchio. Che leggere non era più comodo che scrivere. Che leggendo s’imparava a dubitare e a ricordare. Che la memoria era l’amore”.

(Roberto Bolaño, “I dispiaceri del vero poliziotto”, ed. Adelphi)

Una circostanza del tutto casuale, che ho raccontato sul finire di un precedente articolo, è alla base della mia tardiva scoperta di Roberto Bolaño, autore del quale finora non avevo letto nulla, ma che prossimamente andrò a scovare nelle librerie e/o nelle biblioteche. “I dispiaceri del vero poliziotto” è il titolo, peraltro la cosa che mi è piaciuta di meno, di questo che è l’ultimo lavoro di Bolaño; nella prefazione al testo, è spiegato come lo scrittore avesse concepito questo romanzo dalla fine degli anni ’80, e fosse giunto, poco prima della morte, nel 2003, a una sorta di sistemazione definitiva di un’opera che di “sistematico” ha poco. Il vero poliziotto del titolo non è Pedro Negrete, commissario capo messicano incaricato di pedinare il professor Amalfitano, bensì il lettore, che è avvinto dalla prosa di Bolaño ed è costretto a inseguire le tante storie che si dipanano da quella principale, grazie a citazioni, digressioni, racconti fatti dai personaggi su altri personaggi, che poi (ma questo confronto io non ho potuto farlo) rimandano a protagonisti di altri romanzi di Bolaño.

I personaggi di questo romanzo sono ai limiti, ai margini dell’esistenza, sia pure per motivi molto diversi. Malati, discriminati, costretti all’esilio, incarnano la provvisorietà dell’esistenza e con essa della scrittura, impossibilitata a cogliere tutte le sfumature della nostra vita, inabile a raccontarci tutto, ma costretta a fornirci solo elementi, talvolta davvero labili, sui quali dovremo lavorare con la nostra immaginazione per scoprire cosa ne è stato di quel personaggio al quale ci stavamo affezionando e che invece ci sfugge, in fuga verso un altro luogo, un’altra avventura che noi, imprigionati in questo romanzo, non potremo conoscere. Bolaño morì lasciando incompiuto il romanzo, ma sarebbe errato dire che sia incompleto, perché a me è parso che proprio l’incompletezza ne costituisca un elemento fondamentale; i singoli episodi narrati potrebbero essere letti anche come ciascuno a sé stante, ma sono legati l’un l’altro, anche se bisogna essere ben saldi sulla sedia per non lasciarsi sviare dalle parentesi narrative che l’autore apre, dalle storie che s’inseguono l’una con l’altra, con un personaggio professore che traduce uno scrittore, il quale scrive su altri scrittori e via seguitando, in un gioco di scatole cinesi che però non è un mero esercizio stilistico, perché nel romanzo di Bolaño i contenuti ci sono, e sono le riflessioni sull’amore, sulla discriminazione, sulla violenza, sulla morte, sulla malattia, sulla ricerca della felicità.

I protagonisti sono molteplici, e starà al lettore scegliere quale storia lo avrà più intrigato, ma tra i tanti spiccano il cileno Oscar Amalfitano e Joan Padilla, legati da una relazione omosessuale che costerà al primo l’epurazione dalla facoltà di Barcellona, dove insegna letteratura e filosofia, dopo aver peregrinato in diversi stati sudamericani, patendo anche il carcere; il secondo è uno studente, con il quale Amalfitano intreccia una relazione che sconvolgerà la sua esistenza, non tanto perché è la prima esperienza omosessuale, quanto perché gli costerà l’esilio. Amalfitano, infatti, è costretto a riparare in Messico, assieme alla figlia Rosa, loro due lasciati dalla moglie deceduta anni prima. Dal Messico, Amalfitano continuerà a scriversi con Padilla, e le loro lettere saranno lo spunto perché Bolaño ci presenti altri personaggi, per esempio lo scrittore francese Arcimboldi, del quale, a un certo punto, ci saranno presentati degli estratti di romanzi. Il tutto può apparire contorto, ma Bolaño è abilissimo nel confonderci senza farci incavolare, anzi tendendoci avvinti alla storia, che poi si arricchirà di altri personaggi che qui non anticipo.

Quando mi sento spinto a leggere voracemente un libro, ma al tempo stesso una forza contraria che mi trattiene perché non voglio arrivare alla fine, voglio godermelo più a lungo, allora sospetto di aver trovato un autore che non mollerò finché non avrò letto tutte le sue opere. Con Bolaño è accaduto ciò e quindi, adesso che ho finito “I dispiaceri del vero poliziotto”, parto alla ricerca delle altre sue opere, sulle quali sto già prendendo adeguate informazioni.

“Seduto all’imbrunire nella veranda della sua casa messicana, Amalfitano pensò che era strano che non avesse letto Arcimboldi a Parigi, quando i suoi libri erano a portata di mano. Come se all’improvviso gli si fosse cancellato il nome dalla testa, mentre sarebbe stato logico cercare e leggere tutti i suoi romanzi. Aveva tradotto La rosa illimitata in un momento in cui nessuno fuori dalla Francia si interessava ad Arcimboldi, tranne pochi lettori ed editori argentini. E gli era piaciuto così tanto, si era rivelato così stimolante. Quei giorni, ricordava, i mesi precedenti alla nascita di sua figlia, erano stati forse i più felici della sua vita. Edith Lieberman era diventata una donna così bella che a volte sembrava risplendere di una luce compatta: sdraiata a letto, sul fianco, nuda e morbida, le gambe un po’ piegate, le labbra chiuse in un’espressione di sicurezza che lo disarmava, come se attraversasse istantaneamente tutti gli incubi. Sempre indenne. Lui resisteva a lungo a guardarla. L’esilio, al suo fianco, sembrava un’avventura senza fine. la testa gli ribolliva di progetti. Buenos Aires era una città sull’orlo del baratro, ma tutti sembravano allegri, a tutti piaceva vivere e parlare e fare progetti. La rosa illimitata e Arcimboldi erano stati (allora lo aveva capito pur dimenticandolo in seguito) un regalo. Un regalo prima di entrare con sua moglie e sua figlia nel tunnel. Che cosa poteva essere successo? Perché non aveva continuato a cercare quelle parole? Cos’era stato ad addormentarlo a tal punto? La vita, sicuramente, che ci mette sotto il naso i libri necessari solo quando sono assolutamente necessari, o quando le pare e piace. Ora avrebbe letto, tardi, gli altri romanzi di Arcimboldi”.

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