Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

I detective selvaggi

“C’è una letteratura per quando ti annoi. Fin troppa. C’è una letteratura per quando sei calmo. Questa è la letteratura migliore, io credo. C’è anche una letteratura per quando sei triste. E c’è una letteratura per quando sei allegro. C’è una letteratura per quando sei avido di conoscenza. E c’è una letteratura per quando sei disperato. Quest’ultima è quella che volevano fare Ulises Lima e Belano. Grave errore, come si vedrà più avanti. Prendiamo, per esempio, un lettore medio, un tipo tranquillo, colto, dalla vita più o meno sana, maturo. Un uomo che compra libri e riviste di letteratura. Bene, ecco. Quest’uomo può leggere quello che si scrive per quando si è sereni, per quando si è calmi, ma può anche leggere qualunque altro genere di letteratura, con occhio critico, senza complicità assurde o vergognose, spassionatamente. Questo è quel che penso io. Non voglio offendere nessuno. Adesso prendiamo il lettore disperato, al quale presumibilmente è rivolta la letteratura dei disperati. Come lo vedete? Primo: si tratta di un lettore adolescente o di un adulto immaturo, vigliacco, con i nervi a fior di pelle. È il tipico coglione (mi si perdoni l’espressione) che si suicidava dopo aver letto il Werther. Secondo: è un lettore limitato. Perché limitato? Elementare, perché non riesce a leggere altro che letteratura disperata o per disperati, una cosa vale l’altra, un individuo o un mostro incapace di leggere tutto d’un fiato La ricerca del tempo perduto, per esempio, o La montagna incantata (nella mia modesta opinione un paradigma della lettura tranquilla, serene, completa) o, se vogliamo, I miserabili o Guerra e pace. Credo di aver parlato chiaro, no?…”

(Roberto Bolaño, “I detective selvaggi”, ed. Sellerio)

Alla fine di una lettura come “I detective selvaggi”, riesca difficile, per me, scrivere un articolo che possa invogliare il lettore ad acquistarlo, perché da un lato non sono in grado di rendere la bellezza della prosa di Bolaño, dall’altro avverto che questo è un libro stupendo ma che può anche respingere chi non è disposto ad arrendersi al profluvio di parole, alla magmatica condensazione di personaggi e storie che sono contenuti in un romanzo che in realtà ha in sé tanti romanzi che si presentano al lettore per poi scappargli via, in un beffardo gioco all’inseguimento di esperienze inafferrabili. Avendo già letto “I dispiaceri del vero poliziotto” e “2666”, non sono rimasto stupito né disorientato dalla forma che Bolaño dette a questo romanzo, antecedente a quelli citati, e ne ho gustato in pieno la capacità di aprire storie, scostandosi da quella che dovrebbe essere la principale, tanto da farci dimenticare, a un certo punto, chi sono i protagonisti della narrazione, nello specifico sono Arturo Belano e Ulises Lima, due poeti o sedicenti tali, esponenti del realvisceralismo, non ben identificata corrente letteraria, fondata da un tale Cesárea Tinajero, della quale, però, si ricorda una sola composizione inedita.

È chiaro che l’inseguimento che Belano e Lima effettuano, alla ricerca della Tinajero lungo il Messico, è solo un pretesto perché, da quella vicenda, si dipanino miriadi di altre storie piccole o grandi e che coprono luoghi e tempi diversi. All’inizio la narrazione è affidata al diario del giovanissimo Juan Garcia, diciassettenne alle prese con la scoperta del sesso e della letteratura, il quale si trova invischiato, assieme alla poco più grande prostituta Lola, in una vicenda che coinvolge anche Belano e Lima, i quali peraltro tutto fanno fuorché scrivere poesie. La parte centrale del romanzo, però, la più corposa, è caratterizzata da un numero enorme di narratori, i quali ci dovrebbero spiegare, a distanza di anni, come, quando e perché hanno conosciuto Belano e/o Lima, ma in realtà ne approfittano, egocentricamente, per raccontare la proprie storie personali, quindi allontanandoci dal nucleo del romanzo, ma neanche tanto e soprattutto in modo non fastidioso (non per me), perché le storie s’intrecciano e non si ha la sensazione di un mero esercizio stilistico. La prosa di Bolaño è avvincente, ma sono i suoi personaggi persi, dissoluti, disgraziati, illusi, anelati il bello senza riuscire a goderselo, sono tutti costoro che ci portano, con le loro parole, fino alla fine, con la sensazione di non aver capito che fine fanno i protagonisti, ma con la meraviglia dell’avere attraversato oltre ottocento pagine tutte d’un fiato, rapiti dalle molteplici possibilità che l’esistenza, e la letteratura, ci offrono in ogni momento (n.d.r.: finale di articolo abbastanza retorico, sul quale ci sarebbe da discutere, ma che l’autore accetta così com’è, avendolo scritto e non volendolo approfondire in questa sede).

“…Bene, ho parlato chiaro. Così parlai con loro, glielo dissi, li avvertii, li misi in guardia contro i pericoli a cui si stavano esponendo. Come parlare al muro. Vale a dire, i lettori disperati sono come le miniere d’oro della California! Prima di quanto si pensi si esauriscono! Perché? È evidente! Non si può vivere disperati per tutta la vita, il fisico finisce per cedere, il dolore diventa insopportabile, la lucidità se ne va in grandi zampilli freddi. Il lettore disperato (e ancor di più il lettore di poesia disperato, questo qui poi è insopportabile, credetemi) finisce per disinteressarsi dei libri, finisce ineluttabilmente per diventare un disperato e basta. Oppure guarisce! E allora, nel suo processo di rigenerazione, torna lentamente, come nell’ovatta, come sotto una pioggia di pillole tranquillanti allo stato liquido, torna, vi dico, a una letteratura scritta per lettori sereni, riposati, con la mente equilibrata. Questa cosa si chiama (e se nessuno la chiama così, io la chiamo così) passaggio dall’adolescenza all’età adulta. E con questo non voglio dire che quando uno è diventato un lettore tranquillo non legga più i libri scritti per disperati. Certo che li legge! Soprattutto se sono buoni o passabili o se un amico glieli ha consigliati. Ma in fondo, lo annoiano! In fondo, quella letteratura amareggiata, piena di pugnali e di Messia impiccati, non riesce a toccargli il cuore come ci riesce invece una pagina serena, una pagina meditata, una pagina tecnicamente perfetta! E io glielo dissi. Li avvertii. Additai loro la pagina tecnicamente perfetta. Li misi in guardia dai pericoli. Mai esaurire un filone! Umiltà! Cercare, perdersi in terre sconosciute, con le briciole di pane e i sassolini bianchi! Però io ero pazzo, ero pazzo per colpa delle mie figlie, per colpa di Laura Damián, e loro non mi diedero ascolto”.

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