Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

2666. La parte dei critici. La parte di Amalfitano. La parte di Fate

“Il sole però ha una sua utilità, a questo ci arriva chiunque abbia un po’ di cervello, disse Seaman. Da vicino è l’inferno, ma da lontano è bello e utile, solo un vampiro lo negherebbe. Poi cominciò a parlare delle cose che una volta erano utili, sulle quali c’era consenso, e che ora invece ispiravano sfiducia, come i sorrisi per esempio, negli anni Cinquanta, disse, un sorriso ti apriva tutte le porte. Ora un sorriso ispira diffidenza. Una volta, se eri un venditore ed entravi in qualche posto, la cosa migliore era fare un gran sorriso. Lo stesso se eri cameriere o manager, segretaria, medico, sceneggiatore o giardiniere. Gli unici che non sorridevano mai erano i poliziotti e le guardie penitenziarie. Quelli sono rimasti uguali. Ma gli altri, cercavano tutti di sorridere. Fu il momento d’oro dei dentisti negli Stati Uniti. I neri, naturalmente, sorridevano sempre. I bianchi sorridevano. Gli asiatici. Gli ispanici. Ora sappiamo che dietro un sorriso può nascondersi il tuo peggior nemico. O, detto in altro modo, non ci fidiamo più di nessuno, a partire da quelli che sorridono, perché sappiamo che cercano di ottenere qualcosa da noi. Eppure la televisione americana è piena di sorrisi e di dentature sempre più perfette. Vogliono farci credere che sono brave persone, incapaci di fare del male a una mosca? Nemmeno. In realtà non vogliono nulla da noi. Vogliono solo mostrarci le loro dentature, i loro sorrisi, senza chiederci niente in cambio salvo la nostra ammirazione. Ammirazione. Vogliono che li guardiamo, tutto qui. Le loro dentature perfette, i loro corpi perfetti, i loro modi perfetti, come se si stessero perennemente staccando dal sole e fossero pezzi infuocati, frammenti d’inferno ardente, la cui presenza su questo pianeta obbedisce unicamente alla necessità di essere ossequiati.”

(Roberto Bolaño, “2666. La parte dei critici. La parte di Amalfitano. La parte di Fate”, ed. Adelphi)

Qualche tempo fa pubblicai un articolo nel quale esprimevo le mie impressioni positive su “I dispiaceri del vero poliziotto”, opera postuma e incompiuta che mi aveva fatto conoscere Roberto Bolaño. In quel romanzo, l’autore rievocava diversi personaggi che erano già stati protagonisti dei suoi libri, operazione che egli era solito fare, come spiegato anche nell’intervista alla tv cilena che ho riportato su questo blog, e che pure è antecedente alla stesura di “2666”, il monumentale e magnifico romanzo che sto leggendo e che, in effetti, ha come protagonisti o come comparse collaterali personaggi che io avevo già trovato nell’unico finora letto.

La tecnica di sviluppare una storia partendo da un personaggio collaterale presente in un’altra narrazione, Bolaño la adotta anche all’interno di “2666” che è, infatti, suddiviso in cinque romanzi che potrebbero anche essere letti indipendentemente l’uno dall’altro, ma che si legano assieme grazie all’abilità di narratore e costruttore dell’autore cileno. Il titolo del mio articolo è volutamente lungo perché segnala che finora ho letto solo tre delle cinque storie comprese in “2666”. La casa editrice Adelphi, infatti, ha pubblicato, negli anni, sia la versione complessiva, in un unico volume di oltre 900 pagine, sia una versione a due volumi, uno contenente le tre parti elencate nel titolo, l’altro con le rimanenti. È solo per motivi “occasionali” (reperibilità immediata del testo) che ho scelto di leggere prima un volume e poi l’altro; peraltro, credo che a breve comprerò anche il tomo più corposo, con tutti e cinque i romanzi.

A prescindere da ciò, Bolaño si è confermato, ai miei occhi, un grande scrittore, tanto che mi sono deciso a leggere anche tutti gli altri romanzi, pur consapevole che non è facile che abbiano la stessa statura di “2666”, libro che mi ha fatto apprezzare la tensione narrativa che Bolaño riesce a mantenere sempre alta, la sua abilità nell’intrecciare l’azione dei suoi personaggi alle riflessioni che gli stessi, oltre che il narratore, fanno sull’arte del narrare. La scrittura di Bolaño è avvolgente, il gioco di scatole cinesi nel quale sembra farci disperdere, impegnati come siamo a inseguire i personaggi che a loro volta inseguono altri protagonisti, non ci appare stucchevole o un mero esercizio di stile, perché Bolaño riesce anche a colpirci al cuore, scrivendo della violenza, degli incubi, di esilio, del rapporto tra il potere e gli intellettuali, della scoperta di sé.

“La parte dei critici” è incentrato sulla figura di un immaginario e anziano scrittore tedesco, Benno von Arcimboldi, che sembra essersi smaterializzato nel nulla dopo una brillante carriera. Quattro critici e suoi ammiratori si mettono sulle sue tracce, dopo essersi conosciuti nell’ambito di conferenza sulla letteratura, che offrono a Bolaño l’opportunità di inserire le proprie riflessioni. In apparenza, non c’è azione, almeno non all’inizio, quando Bolaño ci presenta i singoli protagonisti, ma la lettura non è mai noiosa, perché in realtà l’azione c’è sempre, in Bolaño l’atto del pensare è già azione, i cervelli dei protagonisti sono sempre attivi, i loro dialoghi o monologhi catturano il lettore e lo conducono lungo percorsi non sempre semplici da seguire, ma molto appaganti, specie per chi ama i rimandi ad altri scrittori o artisti in genere, oltre che ad avvenimenti storici.

I quattro critici sono il francese Pelletier, l’italiano Morini, lo spagnolo Espinoza e l’inglese Norton, una donna presto al centro di una relazione triangolare con due dei nominati. Arcimboldi è il fantasma della storia, colui che pure non apparendo mai sulla scena tiene insieme il tutto. La sua enigmatica biografia trova ulteriore fonte di mistero nella sua presunta fuga in Messico, laddove i critici vanno a cercarlo, e dove incontrano un malinconico e solitario professore universitario, cioè Amalfitano, colui che sarà il protagonista della seconda parte del romanzo. Cileno, emigrato in Spagna e poi in Messico, abbandonato dalla moglie Lola, Amalfitano vive con sua figlia Rosa, e in giardino ha appeso a un filo un trattato scientifico. Amalfitano, in Messico, cerca di rifarsi un’esistenza, e avrà modo di scoprire anche una parte di sé che non conosceva. Intanto, attorno a lui e alla figlia, misteriosi delitti si susseguono nello stato messicano del Sonora. Una violenza latente sembra pronta a esplodere, e Amalfitano lo sente, anche se è preso soprattutto da una voce interiore che lo disturba e gli fa percepire di essere sull’orlo della follia.

Nella terza parte, invece, il protagonista è Oscar Fate, giornalista che è inviato a Santa Teresa, città messicana che il lettore già ha incontrato in precedenza, in teoria per seguire un incontro di boxe, ma che in pratica si ritroverà a seguire misteriosi delitti che avvengono nella città, che saranno meglio sviscerati nella quarta parte, “La parte dei delitti” appunto, sulla quale però non posso scrivere alcunché perché si trova nell’altro volume, assieme a “La parte di Arcimboldi”, che già dal titolo mi rimanda al protagonista fantasma della prima parte, già letto. Non appena pubblicata questa prima incompleta e inadeguata descrizione del primo volume, mi recherò in libreria per comprare il secondo o, ancora meglio, il tomo contenente tutte e cinque le parti.

Roberto Bolaño è un autore che sto ancora scoprendo, come detto sono solo al suo secondo romanzo letto, ma ho già la sensazione che sia uno di quei romanzieri sui quali mi riesce difficile scrivere, più di quanto non mi riesca farlo in generale. Ho la sensazione di aver detto troppo e troppo poco, ma sorvolo e mi auguro di poter incuriosire qualcuno e spingerlo a leggere le sue opere, proprio com’è successo a me, che fino a tre anni fa non lo conoscevo e poi, grazie a suggerimenti altrui, sono giunto ad ammirarne la scrittura.

“E giunti a questo punto bisogna ammettere che ha ragione chi dice che una volta guadagnata la fama, mantenerla costa ben poco, perché la partecipazione, non diciamo il contributo, di Espinoza e Pelletier all’incontro “L’opera di Benno von Arcimboldi come specchio del Novecento” fu nel migliore dei casi nulla, nel peggiore catatonica, come se all’improvviso fossero esauriti o assenti, prematuramente invecchiati o sotto shock, cosa che non sfuggì ad alcuni dei presenti, abituati all’energia che lo spagnolo e il francese erano soliti sfoggiare, a volte addirittura senza troppi riguardi, in questo tipo di eventi, né all’ultima nidiata di arcimboldiani, ragazzi e ragazze appena usciti dall’università, ragazzi e ragazze con un dottorato ancora caldo sotto il braccio che volevano imporre la loro personale lettura di Arcimboldi senza badare ad altro, come missionari pronti a imporre la fede in Dio anche a costo di scendere a patti con il diavolo, gente in linea di massima, diciamo, razionalista, non in senso filosofico ma nel senso letterale del termine, che di solito è peggiorativo, a cui non interessava tanto la letteratura quanto la critica letteraria, l’unico campo secondo loro – o secondo alcuni di loro – in cui era ancora possibile la rivoluzione, e che in un certo qual modo si comportavano non come giovani ma come nuovi giovani, nella stessa misura in cui ci sono ricchi e nuovi ricchi, gente in linea di massima, ripetiamolo, lucida, anche se spesso incapace di fare due più due, ragazzi e ragazze che, pur avvertendo un esserci e un non esserci, una presenza assenza nel loro linguaggio, non furono in grado di percepire la cosa veramente più importante: la noia assoluta dei due studiosi nei confronti di tutto quello che lì veniva detto su Arcimboldi, la loro maniera di esporsi agli sguardi altrui, simile per mancanza di astuzia ai movimenti delle vittime dei cannibali, che i giovani, cannibali entusiasti e sempre affamati, non videro, i volti di quei trentenni imbolsiti dal successo, le loro espressioni che andavano dal tedio alla follia, i loro balbettii cifrati che dicevano una sola parola: amami, o forse una parola e una frase: amami e lasciati amare, ma che nessuno, evidentemente, capiva.”

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