Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

I sette pazzi

“Sapeva di essere un ladro. Ma non lo interessava la categoria nella quale poteva venir classificato. Forse la parola ladro non era in sintonia con il suo stato d’animo. Un altro sentimento viveva in lui ed era il silenzio circolare che era penetrato nella massa del suo cranio come un cilindro d’acciaio, in modo tale da renderlo sordo a tutto ciò che non avesse rapporto con la sua disgrazia.

Questo cerchio di silenzio e di tenebre interrompeva il flusso delle sue idee in modo tale che Erdosain non riusciva ad associare, lungo la china del suo ragionamento, il luogo dove viveva, chiamato <<casa>>, con quell’altra istituzione indicata con il nome di <<carcere>>.

Pensava a frasi telegrafiche, eliminava le preposizioni: e questo snerva. Conobbe ore morte nelle quali avrebbe potuto compiere un delitto di qualunque tipo senza aver la minima nozione della propria responsabilità. Un giudice non sarebbe riuscita a inquadrare un fenomeno simile in una logica. Ma in realtà egli era vuoto, era una buccia d’uomo mossa dall’automatismo dell’abitudine.

Se aveva continuato a lavorare allo Zuccherificio non l’aveva fatto per rubare quantità maggiori di denaro, ma solo perché aspettava qualche avvenimento straordinario, immensamente straordinario, tale da imprimere una svolta insperata alla sua vita e da salvarlo dalla catastrofe che si avvicinava sempre più alla porta.”

(Roberto Arlt, “I sette pazzi”, ed. Sur)

In un recente articolo di questo blog, segnalavo che avrei presto cercato di leggere Roberto Arlt, consigliatomi da un mio amico assieme a Juan Carlos Onetti. Ho presto colmato la lacuna, scoprendo tra l’altro, come si vede dall’artigianale fotomontaggio in coda all’articolo, che tra Bolaño, Cortázar, Onetti e Arlt c’è una singolare catena di stima che lega l’uno all’altro.

In un saggio introduttivo a “I sette pazzi”, proprio Cortázar segnala l’originalità e la lontananza di Arlt dai canoni della letteratura “perbene” del contesto argentino dell’epoca. Figlio di immigrati, padre austriaco e madre tedesca, Arlt, con questo romanzo che forma un dittico con “I lanciafiamme”, si scaglia con ferocia, ironia e visionarietà all’assalto di una società corrotta e decadente, e lo fa descrivendoci la vicenda di Erdosain, aspirante criminale piuttosto maldestro, e altri personaggi assurdi quali l’Astrologo, il Cercatore d’Oro, il Ruffiano Melanconico, la Zoppa. Alcuni di questi, principalmente l’Astrologo, hanno intenzione di fondare una rivoluzione sociale basata su una menzogna metafisica che possa abbindolare le masse, che conti sul supporto della scienza industriale e che si finanzi con la gestione di bordelli. Erdosain, in preda all’angoscia per essere stato abbandonato dalla moglie e accusato di un furto dallo Zuccherificio presso il quale lavorava, diventa o cerca di diventare un cinico, pronto a tutto per vincere il dolore che lo rende delirante.

Scritto nel 1929, il romanzo alterna momenti di carattere quasi (quasi… ma il paragone è irriverente) da sottosuolo dostoevskiano, specie quando Erdosain s’interroga sulla natura della voluttà maligna che lo sta ghermendo, ad altri totalmente surreali, quando i personaggi si perdono nelle loro fantasmagoriche visioni. La rivoluzione sociale che propugnano appare, così, ineluttabilmente destinata al fallimento.

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