Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Sulla stupidità

“Cominciamo, dunque, in un modo qualsiasi. E tanto vale cominciare con questa difficoltà iniziale: chiunque voglia dire oppure ascoltare con profitto una cosa qualunque a proposito della stupidità, deve presupporre di non essere egli stesso stupido. Perciò egli ostenta la sua intelligenza, benché ciò sia generalmente considerato un segno di stupidità! Ma se ci domandiamo perché sia considerato da stupidi ostentare la propria intelligenza, la risposta che per prima s’impone sembra emergere dalla polvere di tempi andati. Perché tale risposta suona: è più prudente non mostrarsi intelligenti. È probabile che questa prudenza, così malfidata e oggi, a tutta prima, addirittura incomprensibile, trovi la sua origine in una situazione nella quale, per il più debole, era davvero più intelligente non farsi passare per intelligente: la sua intelligenze avrebbe potuto minacciare la vita del più forte! La stupidità, al contrario, sopisce la diffidenza, la “disarma”, come diciamo ancora al giorno d’oggi. Infatti tracce di questa furberia, di questa stupidità “astuta”, si trovano realmente tuttora in alcune situazioni di dipendenza. In esse le forze sono distribuite in modo così diseguale, che il più debole cerca la propria salvezza nel far finta di essere più stupido di quel che è. Pensiamo per esempio alla cosiddetta scaltrezza contadina; al comportamento dei domestici quando parlano con dei padroni colti e dalla lingua sciolta; ai rapporti del soldato con i superiori, dello scolaro con il maestro e del bambino con i genitori. Chi detiene il potere si sente meno provocato da un debole che non può, piuttosto che da un debole che non vuole. La stupidità lo riduce addirittura alla “disperazione”: cioè innegabilmente in una condizione di debolezza!”

(Robert Musil, “Sulla stupidità”)

“Sulla stupidità” è il testo di una conferenza che Robert Musil (autore di un libro “enorme”, sotto tutti i profili, come è “L’uomo senza qualità”) tenne a Vienna nel marzo 1937.

Si tratta di una cinquantina di pagine, spesso divertenti, nelle quali l’autore ricerca un’improbabile e mai univoca risposta alla domanda “che cos’è la stupidità?”. Musil parte proprio dalla considerazione dell’assenza di studi approfonditi sulla materia, salvo rare eccezioni e da qui, attraverso esempi colti dall’esistenza quotidiana, elabora il suo discorso senza avere ambizioni sistematiche e soprattutto senza la pretesa di dare una definizione di “stupidità”. Affronta così il rapporto tra stupidità e vanità, sottolinea come i poeti godano di una sorta di zona franca nella quale poter esprimere, con parole magistrali, concetti che espressi in altro modo apparirebbero stupidi (non sto, e non sta, dicendo che i poeti sono stupidi, meglio ribadirlo), e poi, ed è questa una parte che mi ha interessato molto, analizza l’utilizzo della parola “stupido” come invettiva verso qualcuno o qualcosa che non rispecchia il nostro modo di vedere le cose. La genericità della parola stessa consente a chi ne fa uso di esimersi dall’argomentare “perché” non è d’accordo con la controparte.

In chiusura, a salvarci dalla tentazione di non profferire più parole per paura di non saperne abbastanza su alcun argomento (corrispettivo non meno pericoloso di chi, invece, crede di sapere tutto), Musil esorta a essere “consapevoli del margine di errore delle nostre azioni” (e dei nostri pensieri, aggiungo), senza però farci paralizzare dall’eccessiva paura di essere troppo “stupidi” per parlare di qualcosa.

A questo punto, considerato che il libro è di cinquanta pagine e si legge in mezza serata, penso di poter chiudere qui questo già lungo articolo, che non definirò “stupido” per non cadere in contraddizione con quanto ho appena finito di scrivere.

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