Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Undici solitudini

“Anni di buona salute l’avevano irrobustito, e sebbene avesse sempre qualche difficoltà di coordinazione, ciò si manifestava soprattutto in cose di poco conto, come nell’incapacità di mettere insieme il cappello, il portafoglio, i biglietti del teatro e gli spiccioli senza costringere sua moglie a fermarsi ad aspettarlo, oppure nella tendenza a spingere con forza le porte su cui stava scritto tirare. Seduto dietro il suo tavolo d’ufficio, appariva comunque il ritratto della salute e dell’efficienza. Nessuno avrebbe detto che sudava freddo per l’ansia, o che le dita della sua mano sinistra affondata nella tasca frantumavano lentamente una scatola di fiammiferi riducendola a un ammasso di cartone. Da settimane si aspettava il licenziamento e quella mattina, fin da quando era uscito dall’ascensore, aveva sentito che era la giornata buona.”

(Richard Yates, “Undici solitudini”, ed. Minimum fax)

Ho conosciuto Richard Yates grazie a “Revolutionary road”, romanzo sul quale ho scritto qualche tempo fa e che mi aveva convinto così tanto da ripromettermi di leggere altre sue opere. Così sono arrivato ai racconti di “Undici solitudini”, libro che svela l’abilità dello scrittore nel costruire storie brevi, nelle quali è possibile rinvenire temi che poi ritroviamo nel romanzo. “Undici solitudini” racchiude, per l’appunto, undici racconti scritti negli anni ’50 e che furono pubblicati, però, solo dopo l’uscita di “Revolutionary Road”, edito nel 1961.

Nella prefazione all’edizione della Minimum Fax, è indicato come molti dei personaggi e delle situazioni narrati nelle storie appartengono alla biografia di Yates, ma questo, per chi legge i racconti, può essere solo uno stimolo per eventuali e non fondamentali approfondimenti sulla sua esistenza. Ciò che conta è che questi undici racconti siano di altissimo livello, tanto che qualcuno li definì “l’equivalente newyorkese di Gente di Dublino di Joyce”. A prescindere dal paragone, che comunque non è per niente blasfemo, c’è da dire che il riferimento a New York è appropriato, perché quasi la totalità delle storie sono ambientate nella città statunitense o nei paraggi. Il tema attorno al quale ruotano è indicato con efficacia nel titolo: la solitudine in diverse declinazioni.

Nella prefazione al libro, Paolo Cognetti scrive: “Yates, invece, è uno che ti tratta male. Di solito comincia presentandoti un personaggio emarginato, vittima di esclusione sociale o affettiva, pieno di speranze e voglia di cambiamento. Ti lascia immedesimare con lui quel tanto che basta, e ti offre anche un nemico su cui riversare la rabbia sua e tua. Subito dopo, quando il racconto sembra avere imboccato il classico sentiero accidentato dell’eroe, il punto di vista comincia a cambiare. Un po’ alla volta il buono non sembra più così buono”. Ho riportato tutto questo brano perché in esso sono riportate alcune delle caratteristiche che rendono avvincenti e anche toccanti i racconti di Yates. La solitudine può essere di un bambino isolato dal resto dei compagni di classe, di una coppia in procinto di sposarsi e timorosa di perdere le amicizie, di un sergente dell’esercito poco amato dai suoi soldati, di un malato in ospedale, di un uomo destinato a essere licenziato, di un musicista che patisce il confronto con uno più bravo di lui o di uno scrittore costretto a compromessi umilianti per sopravvivere.

I personaggi dei racconti di Yates, proprio come quelli di Revolutionary Road, hanno aspirazioni frustrate, illusioni destinate a restare tali, vivono nella mediocrità del quotidiano credendo di essere diversi da coloro che li contornano. Yates non è consolatorio, l’ombra della malinconia incombe sui suoi racconti che, però sono anche divertenti e che ci mettono di fronte alle nostre piccole miserie con efficacia, con uno stile privo di fronzoli e dialoghi che danno ritmo alla narrazione. Insomma, un libro che a mio parere merita di essere letto, poco conta se prima, durante o dopo Revolutionary Road. Yates rende sia nel breve che nel lungo, almeno stando a quanto letto finora.

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