Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Easter Parade

“Uno di quei giorni, tornando in ufficio dopo pranzo, vide un volto di donna tirato e petulante – un volto di cui chiunque avrebbe detto che stava invecchiando senza grazia (rughe attorno agli occhi e profonde occhiaie; la bocca debole che denotava autocommiserazione) – e rimase scioccata quando si accorse che era lei stessa, colta di sorpresa nel riflesso di una vetrina. Quella sera, sola davanti allo specchio del bagno, provò un’infinità di modi per dare al proprio viso un aspetto migliore: strizzare gli occhi prima in un sorriso lieve e poi in uno più ampio, di pura gioia, stringere e rilassare le labbra ora più ora meno, valutando con l’aiuto di uno specchietto l’impressione che dava il suo profilo visto da angolazioni diverse, sperimentando senza stancarsi nuovi modi di valorizzarne l’ovale con pettinature differenti. Poi, davanti allo specchio a figura intera dell’ingresso, si tolse tutti i vestiti ed esaminò il proprio corpo sotto le luci più forti. Doveva tirare in dentro la pancia per farla apparire come si deve, ma avere i seni piccoli adesso era quasi un vantaggio; l’età non poteva danneggiarli granché. Voltandosi, sbirciò al di sopra della spalla per trovare conferma a ciò che già sapeva, cioè che aveva le natiche basse e il retro delle cosce grinzoso; però nel complesso, decise rivolgendosi di nuovo verso lo specchio, non era proprio niente male. Misurò a passi una distanza di circa tre metri dallo specchio, finché non si trovò sul tappeto del salotto, e lì eseguì una serie di passi e posizioni che aveva imparato a un corso di danza moderna al Barnard. Era un’ottima ginnastica, e le dava una sensazione orgogliosamente erotica. Lo specchio lontano mostrava una ragazza snella e flessuosa che compiva quei movimenti senza sforzo, finché non mise un piede in fallo e s’irrigidì, imbarazzata. Ansimava e aveva cominciato a sudare. Era proprio una stupidaggine.”

(Richard Yates, “Easter Parade”, ed. minimum fax)

“Va bene, zia Emmy. Su, adesso. Ti va di venire dentro a conoscere la famiglia?”. Questa frase, che chiude il romanzo, di per sé neutra, anzi quasi tranquillizzante, è invece una sarcastica e terrificante chiosa a ciò che il lettore ha potuto scoprire proprio sulla famiglia della zia Emmy, alla quale si rivolge l’ormai adulto, sposato e sacerdote nipote Peter. Anche lui sa che la zia Emily non può avere un concetto di famiglia così nobile e rassicurante, e lo sa perché ha vissuto da vicino, ma forse volutamente rimosso, le vicende di sua madre Sarah, sorella di Emily, e del suo stupido e violento marito Tony.

“Easter Parade” è l’ennesima prova dell’abilità narrativa di Yates, che riesce a sviscerare le ipocrisie, l’incomunicabilità, le incomprensioni che caratterizzano l’esistenza delle due sorelle Grimes, Sarah ed Emily, così diverse nelle loro scelte eppure così simili nella loro infelicità. “Né l’una né l’altra delle sorella Grimes avrebbe avuto una vita felice, e a ripensarci si aveva sempre l’impressione che i guai fossero cominciati con il divorzio dei loro genitori”. L’incipit del romanzo è sin troppo esplicito, lascia spazio a poche speranze. Cresciute con un padre titolista di periodici dalle aspirazioni mozzate e la madre, Pookie, dedita alla ricerca della finezza ma presto vittima dell’alcool, Sarah ed Emily seguono percorsi molto differenti.

La prima, più grande di quattro anni, si sposta con il volgare Tony, eppure la sua famiglia sembra essere l’emblema della felicità: tre figli, una casetta in campagna e un tranquillo scorrere della quotidianità. Sembra, ma non è così. Dietro la patina dorata, si cela, appunto, una vita fatta di scontri, violenze, bugie, dalla quale Sarah, peraltro non dotata di acutezza mentale, sembra non potere e neanche voler fuggire, quasi abbia consacrato la sua esistenza a un concetto di Famiglia che non può abbandonare.

Emily, invece, è lo “spirito libero” o almeno aspira ad esserlo, salvo accorgersi che tanto libera non lo sarà mai. A differenza della sorella, Emily vive diverse storie sentimentali e al tempo stesso riesce a farsi strada nel mondo del lavoro. Intraprendente, spigliata, intelligente, Emily sembra più pronta della sorella a combattere contro le avversità, ma alla lunga i continui fallimenti delle sue avventure le presentano il conto e certo non l’aiuta il pensiero di dover aiutare anche la madre, ormai impazzita, e la sorella. Il rapporto tra Sarah ed Emily, inoltre, è ben lontano dall’essere idilliaco, anzi prevalgono i distacchi, i silenzi, la difficoltà di ricostruire, una volta insieme, i pezzi mancanti nelle reciproche vicissitudini.

Lo consiglio con piena convinzione, alla pari di altre opere di Yates che ho letto, quali “Revolutionary Road”, “Undici solitudini” e “Bugiardi e innamorati”.

“Sarah voleva sapere <<tutto>> del Barnard, ma quando Emily cominciò a parlare vide lo sguardo della sorella farsi vitro di noia sorridente. Pookie disse: <<Non è carino? Di nuovo insieme, noi tre sole?>> Ma a dire il vero non era affatto carino, e per gran parte del pomeriggio rimasero sedute nel salotto un po’ spoglio in atteggiamenti di cordialità forzata, con Pookie che fumava una quantità di sigarette e lasciava cadere la cenere sul tappato, tre donne che non avevano un granché da dirsi.”

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: