Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Fuoco fatuo

“Aveva incontrato Dorothy troppo tardi. Era la donna bella, buona e ricca di cui avevano bisogno le sue debolezze; ma ormai quelle debolezze erano consumate. Aveva aspettato troppo. Non aveva saputo a tempo debito gettarsi sulle donne e conquistarle quando ancora piaceva loro e ne incontrava di ogni genere, ma aveva mantenuto l’abitudine della sua adolescenza, di attenderle e guardarle da lontano. Fino a venticinque anni, per tutto il tempo che era stato sano e molto bello, aveva avuto solo fugaci infatuazioni, e subito abbandonava la presa, scoraggiato da una parola o da un gesto, temendo di non piacere più o di non riuscire ad amare abbastanza a lungo, tentato dal momentaneo piacere di un’uscita buffonesca, subito seguita, oltre la soglia, da un’inebriante amarezza. E così non aveva nessuna esperienza del cuore delle donne, né del suo, e ancora meno dei corpi”.

(Pierre Drieu La Rochelle, “Fuoco fatuo”, ed. Se)

In un percorso a ritroso non programmato, sono giunto alla lettura di “Fuoco fatuo”, romanzo scritto da Pierre Drieu La Rochelle e pubblicato nel 1931, dopo aver già visto il film che Louis Malle girò nel 1963 e aver ascoltato la canzone dei “Massimo volume” ispirata al libro e/o al film. Premesso che i paragoni tra i romanzi e i film a essi ispirati non mi appassionano più di tanto, nel senso una trasposizione cinematografica può piacermi, anche se non rispecchia il contenuto del libro, e non sto lì a cavillare (anche perché non ne ho i mezzi), devo dire, nel caso specifico, che se mi è capitato di rivedermi il film, credo che difficilmente rileggerò il romanzo, non perché mi sia dispiaciuto, ma perché non mi ha entusiasmato o almeno non mi ha colpito lo stomaco come aveva fatto il film all’epoca della visione (ma qui, è ovvio, intervengono questioni personali che in quest’articolo è bene sorvolare).

Il romanzo, abbastanza breve, fu ispirato dalla tragica fine di uno scrittore amico di Pierre Drieu La Rochelle, cioè Jacques Rigaut, che si suicidò nel novembre del 1929. “Fuoco fatuo” è, infatti, la descrizione quasi clinica degli ultimi giorni di Alain, un trentenne che rifiuta la società di cui pure è un prodotto, preda della droga ma soprattutto d’intossicazioni letali di altro tipo, che gli rendono ormai impossibile mascherare il suo disagio. All’inizio del romanzo lo troviamo in una camera d’albergo di Parigi, in compagnia di un’amante occasione, che presto lo lascerà, aggiungendo un’altra assenza a quella di Lydia, la moglie di Alain, che vive a New York e non pare per nulla intenzionata a tornare dall’uomo. Alain, in un ennesimo e disperato tentativo di sciogliersi dal vincolo delle sostanze, è ospite di una casa di salute dove un dottore cura i nervi dei suoi pazienti, forse per non doversi occupare dei suoi. La stanza di Alain è piena di oggetti, appigli ai quali Alain si aggrappa per sentire la presa su qualcosa, visto che su qualcuno non gli riesce. Nonostante sia di bella presenza e ammirato dalle donne, Alain sente, per l’appunto, di non avere presa sulle stesse, nemmeno su sua moglie, percepisce il distacco incolmabile che vi è tra lui e l’universo femminile, che poi non è altro che un aspetto del suo più generale disincanto verso l’intera esistenza. L’atteggiamento di Alain è un’arida ironia che lo porta a disprezzare e svalutare qualsiasi idea filosofica, artistica, politica o morale.

Il denaro è un’altra componente fondamentale dell’angoscia che attanaglia l’uomo. Non è in miseria, ha sempre un po’ di denaro con sé, ma il più delle volte si tratta di denaro altrui, preso a prestito, e i suoi rapporti con le donne sono molto condizionati dal denaro stesso. Alain sente di essere una bellezza in dissoluzione, non ha la forza per uscire dalla sua eterna adolescenza ed entrare, così come hanno fatto molti suoi amici, in una maturità che almeno possa donargli un’apparente serenità, come quella che egli scorge sul volto del suo miglior amico, impotente anch’egli nel consolarlo. La solitudine di Alain è devastante, a nulla servono i tentativi di combatterla, visitando luoghi e persone che, invece di aiutarlo, lo abbattono ancora di più, ipocriti come sono di fronte a lui e tra di loro.

Il romanzo, come si sarà evinto dalle mie parole, non è per niente allegro; nella prima parte l’autore mi è parso efficace nel descriverci lo stato d’animo del protagonista, con un linguaggio asettico, senza fronzoli o abbellimento poetici; nella seconda parte, invece, mi ha convinto di meno, e paradossalmente l’avvicinarsi alla fine di Alain mi è parsa meno intensa rispetto all’inizio. Lasciando a voi l’eventuale confronto tra film e libro, chiudo affermando che “Fuoco fatuo”, nella versione romanzesca, mi è piaciuto ma non ha certo superato la soglia immaginaria (e fluttuante nel tempo) che separa una “buona” lettura da un capolavoro.

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