Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Lettere luterane

Il lettore mi perdoni se parto “giornalisticamente” da una situazione esistenziale. Mi sarebbe difficile farne a meno.

Sono in uno stabilimento di Ostia, tra il turno di lavoro del mattino e quello del pomeriggio. Intorno a me c’è la folla dei bagnanti in un silenzio simile al frastuono e viceversa. Infuria la balneazione.

Quanto a me – occupato a rigenerarmi dal buio insano del laboratorio di doppiaggio – ho in mano “L’Espresso”. L’ho letto quasi tutto, come fosse un libro.

Guardo la folla e mi chiedo: “Dov’è questa rivoluzione antropologica di cui tanto scrivo per gente tanto consumata nell’arte di ignorare?”. E mi rispondo: “Eccola”. Infatti la folla intorno a me, anziché essere la folla plebea e dialettale di dieci anni fa, assolutamente popolare, è una folla infimo-borghese, che sa di esserlo, che vuole esserlo.

Dieci anni fa amavo questa folla; oggi essa mi disgusta. E mi disgustano soprattutto i giovani (con un dolore e una partecipazione che finiscono poi col vanificare il disgusto): questi giovani imbecilli e presuntuosi, convinti di essere sazi di tutto ciò che la nuova società offre loro: anzi, di essere, di ciò, esempi quasi venerabili.

E io sono qui, solo, inerme, gettato in mezzo a questa folla, irreparabilmente mescolato ad essa, alla sua vita che mostra tutta la sua “qualità” come in un laboratorio. Niente mi ripara, niente mi difende. Io stesso ho scelto questa situazione esistenziale tanti anni fa, nell’epoca precedente a questa, ed ora mi ci trovo per inerzia: perché le passioni sono senza soluzioni e senza alternative. D’altra parte dove fisicamente vivere?”

(Pier Paolo Pasolini, “Lettere luterane”, articolo “Fuori dal palazzo”, ed. Einaudi)

Ogni rilettura è un tentativo di ricomprendere ciò che un tempo ci aveva affascinato o era rimasto oscuro, una nuova interpretazione, non è detto migliore, alla luce di quanto nel frattempo abbiamo immagazzinato nel cervello. Quanto premesso assume una valenza ancora maggiore quando l’autore riletto è del rango di Pier Paolo Pasolini.

Molti anni fa mi avvicinai a Pasolini affascinato dall’aura che, ai miei occhi giovanili, lo circondava. Ne subii la fascinazione e le letture furono, devo riconoscerlo, abbastanza acritiche. Assorbivo il tutto senza grandi filtri, forse anche perché alcuni accenti apocalittici li sentivo particolarmente miei, al di là del contenuto specifico degli articoli. Non che adesso abbia da criticare chissà cosa o rivedere il mio giudizio su Pasolini. Ai miei occhi resta un gigante del pensiero.

Al più, oggi riesco a comprendere che certi eccessi, magari proprio quelli che mi avevano maggiormente convinto, vanno ‘depurati’ alla luce della condizione d’isolamento e solitudine che certo Pasolini viveva, specie nella fase immediatamente precedente la sua atroce morte. Per dirla in altri termini, per quanto Pasolini avesse ragione a esprimere il suo sdegno e il suo partecipato dolore per quanto scorgeva attorno a sé, lo sforzo che oggi posso compiere nel rileggerlo, è di non pensare che egli possegga la Verità, come poteva succedermi da più giovane, e soprattutto di non credere davvero che il mondo sia destinato all’Apocalisse. O meglio, è certo che ciascuno di noi va verso la morte, ma è bene tenere presente, ad esempio, che dal 1975 a oggi nel mondo si sono viste, e sempre si vedranno, orrori e brutture, ma anche tanta ‘bellezza’, creatività, fantasia.

Ciò detto, a mio avviso molte pagine di “Lettere luterane”, e in particolare quelle che non contengono riferimenti ‘solo’* all’attualità del tempo, sono di una lucidità e profondità che rasentano la preveggenza. Non ho scelto a caso il brano sopra riportato, che esprime il dolore di Pasolini di fronte alla “mutazione antropologica”, da lui nell’occasione osservata in uno stabilimento di Ostia. Non l’ho scelto a caso perché ho letto quel passaggio mentre ero in spiaggia.

“Lettere luterane” è una raccolta di articoli che Pasolini scrisse nel 1975 sulle pagine del “Mondo” e del “Corriere della sera”. In essi, come detto, traspaiono tutta l’amarezza e l’angoscia di Pasolini, non disgiunte, tuttavia, dal piglio polemico e dal vigore intellettuale con cui conduceva le sue battaglie. Pagine che esprimono un amore disperato per un’Italia che Pasolini vedeva collassare dinanzi ai suoi occhi, vittima dell’edonismo indotto, del consumismo, del falso progresso disgiunto dallo sviluppo, della falsa tolleranza verso le minoranze. Per quanto riguarda lo sviluppo di questi argomenti, tuttavia, è bene rimandare alla lettura del libro. Personalmente non mi sento all’altezza di analizzare o sintetizzare in alcun modo il suo pensiero, e quanto scritto finora in quest’articolo deve intendersi come uno stimolo, per chi volesse, ad approfondire il pensiero di Pier Paolo Pasolini.

* ‘solo’ non ha alcun valore limitativo. Le pagine in cui Pasolini scrive di argomenti di attualità dell’epoca sono mirabili, anche se presuppongono, da parte del lettore odierno, determinate conoscenze di carattere storico – politico. In questa rilettura, però, ho cercato di rintracciare maggiormente ciò che può arrichirmi oggi, quindi non tanto nomi, cognomi e date, quanto idee e ragionamenti sulla condizione umana, o almeno sulla mia condizione.

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