Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Zuckerman scatenato

“La settimana dopo, non avendo più nulla che lo tenesse chiuso nello studio dove di solito passava le giornate a complicarsi la vita sulla carta, Zuckerman fece una valigia e riprese a complicarsi la vita nel mondo reale. Con le bozze e la valigia, si trasferì in un albergo. Ciò che sentiva per Laura era morto. Scrivere quel libro lo aveva ucciso. O forse finire quel libro gli aveva dato il tempo di alzare finalmente lo sguardo e vedere ciò che era morto; era così che andava, di solito, con le sue mogli. Quella donna è troppo buona per te, si diceva, correggendo le bozze sul letto della camera d’albergo. È la faccia rispettabile che tu mostri alla gente rispettabile, la faccia che hai mostrato per tutta la vita. Non è nemmeno la virtù di Laura che ti fa piangere dalla noia, è la faccia rispettabile, responsabile e cupamente virtuosa che è la tua. Per forza ti annoia. È un abominio. Gelido traditore delle più infime confessioni, spietato caricaturista dei tuoi stessi amorevoli genitori, icastico reporter di incontri con donne alle quali sei stato profondamente legato da vincoli di fiducia, sesso, amore… No, il mestiere della virtù non ti si addice. È soltanto la debolezza – una debolezza infantile – che ti condanna a voler dimostrare qualcosa di te che viene semplicemente sovvertito da tutto ciò che anima la tua prosa: smettila, dunque, di volerlo dimostrare. La sua è la causa della rettitudine, la tua l’arte della descrizione. Non dovrebbe davvero volerci metà della vita di un uomo perché uno col tuo cervello arrivi a scoprire la differenza.”

(Philip Roth, “Zuckerman scatenato”, ed. Einaudi)

Al centro di “Zuckerman scatenato” c’è l’incapacità di gestire la fama improvvisa, quella che Nathan Zuckerman, sorta di alter-ego dell’autore, si trova a dover “sopportare” dopo la pubblicazione di un libro che ha suscitato scalpore, elogi ma anche critiche feroci, nonché ambiguità circa il rapporto tra invenzione e realtà, con particolare riferimento alla famiglia dello scrittore. Nathan, poco più che trentenne, è costretto a fare i conti con la sua popolarità e anche il suo arricchimento economico, così che la gabbia nella quale si trovava costretto quando era uno scrittore sconosciuto muta nella forma, restando però una gabbia.

Tutti lo riconoscono, anche in autobus, chiedendosi perché uno come lui prenda ancora i mezzi pubblici; c’è chi lo accusa di avere scritto oscenità, chi gli rimprovera di aver dipinto la propria madre in una certa maniera, chi si sente autorizzato a prendersi confidenze in virtù del fatto di essere un suo lettore, chi lo confonde con il protagonista del suo romanzo, attribuendogli intrighi amorosi con celebrità del cinema. Nathan, però, è preoccupato soprattutto a causa di un assillante pseudo-ammiratore, che lo incontra per caso e non lo molla più. Roth, pur non raggiungendo le vette di altri romanzi e toccando meno di altre volte le corde malinconiche, riesce con la sua prosa a tenere avvinto il lettore dall’inizio alla fine, sfoggiando una serie di situazioni divertenti che egli condisce con il suo caratteristico sarcasmo.

“-Te lo preso volentieri, Nathan. Naturalmente, puoi anche stare qui e leggerlo tutto.

Zuckerman rise. – E tu cosa farai?

– Quello che faccio sempre quando invito un uomo in camera mia e lui si siede e comincia a leggere. Mi butterò dalla finestra.

– Il problema è che hai buongusto, Caesara. Se ti circondassi di romanzi di Harold Robbins, come le altre attrici, sarebbe più facile concentrare l’attenzione su di te.

– Pensavo di colpirti con la mia intelligenza e invece quella che ti colpisce è l’intelligenza di Kierkegaard.

– C’è sempre questo rischio, – disse lui.”

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