Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

La mia vita di uomo

“È cambiato qualcosa?

Domando, riconoscendo che in superficie (la superficie non va screditata… ci vivo anch’io là) non c’è paragone fra l’uomo trentaquattrenne oggi capace di gestire le sue disgrazie senza soccombere e il ragazzo ventinovenne che nell’estate del 1962 prese, per un istante, in seria considerazione l’idea di uccidersi. Il pomeriggio di giugno in cui per la prima volta misi piede nello studio del dottor Spielvogel, non trascorse neppure un minuto prima che abbandonassi ogni pretese di possedere una personalità <<integrata>> e scoppiassi a piangere coprendomi il viso con le mani, in lutto per la perdita della mia forza, della mia sicurezza e del mio futuro. Ero allora (miracolosamente non lo sono più) sposato con una donna che detestavo, ma da cui non riuscivo a separarmi, soggiogato com’ero non solo dall’estrema professionalità dei suoi ricatti morali – da quel miscuglio di violenza e squallore che rendeva la nostra vita in comune qualcosa di simile a un serial televisivo o a un articolo scandalistico del <<National Enquirer>>, – ma anche dalla mia infantile disponibilità a subirli. Solo da due mesi avevo scoperto con quale ingegnosa strategia tre anni prima mi aveva convinto con l’inganno a sposarla; ma a quanto pareva, invece di servirmi come arma con cui finalmente aprirmi una via di fuga da quel manicomio, quel che lei aveva confessato (nel bel mezzo di uno dei suoi semestrali tentativi di suicidio) mi aveva spogliato d’ogni residua difesa o illusione. La mia mortificazione era completa. Né andarmene né restare significavano più nulla per me.”

(Philip Roth, “La mia vita di uomo”, ed. Einaudi)

Se siete in cerca di un libro che vi faccia passare la voglia d’intraprendere una qualsiasi relazione sentimentale seria e duratura, o che vi faciliti il compito di abbandonare quella che attualmente vivete, ma che al tempo stesso vi faccia divertire, leggete “La mia vita di uomo”, titolo (sia pure ragionevole) che personalmente trovo il maggior difetto di questo romanzo feroce, sarcastico, tragicomico, sapiente indagine su un rapporto, quello tra Peter e Maureen, nato attraverso una frode, sviluppatosi tra rancori, finzioni e infruttuosi tentativi di migliore le cose, eppure ancora imprescindibile per Peter, anche dopo il suicidio di Maureen.

Il cuore del romanzo è dunque il matrimonio fallimentare tra Peter, scrittore di fama crescente, e Maureen, che ingabbia l’uomo fingendosi incinta e minacciando il suicidio, poi realmente avvenuto anni dopo, nel caso lui non volesse aggrapparsi a lei per il resto dell’esistenza. Attorno a questo rapporto morboso si sviluppa tutto il resto della vicenda, compresa un’altra relazione aggrovigliata di Peter, con Susan, reduce a sua volta da un coniuge suicida. Tutto questo, poi, s’incastra in un discorso sull’intreccio inestricabile tra finzione letteraria e realtà. Peter, infatti, è l’autore di due racconti che aprono il libro, Anni verdi e Corteggiare il disastro, nei quali noi ritroviamo un giovane Nathan Zuckerman, protagonista di tanti romanzi di Roth e qui proiezione letteraria di Peter stesso. Un gioco di specchi, con tanto di sedute psicanalitiche a complicare il nodo, invece che scioglierlo.

Roth, con la sua penna aguzza e che non risparmia stoccate ai suoi protagonisti, ci conduce in quella che è una vera e propria lotta coniugale, che alterna momenti esilaranti, trovate comiche irresistibili, a battibecchi furenti che, da parte di Peter, echeggiano la misoginia del furente Strindberg di Apologia di un pazzo. La rabbia di Peter, che rievoca a posteriori la propria storia nel corso delle infruttuose sedute terapeutiche, non si placa neanche a distanza di anni, anzi se possibile cresce, perché scopre, oltre agli inganni della moglie, soprattutto le proprie colpe, a cominciare dalla ricerca spasmodica di quella che egli definisce l’intrattabilità romanzesca; nonostante avesse avuto l’opportunità di dirigere altrove la sua esistenza, egli ha consapevolmente scelto di diventare vittima e carnefice di Maureen, quasi per emulare protagonisti/autori di romanzi che egli ammirava.

Nonostante il tema sia molto serio e le conseguenze per alcuni dei protagonisti (le donne, a dirla tutta) tragiche, il romanzo resta comunque fondamentalmente molto divertente, oltre che pieno di riferimenti letterari che hanno fatto la mia felicità. Roth, infatti, inventa delle trovate comiche spiazzanti alle quali è difficile resistere, benché o proprio perché possano apparirci inverosimili (ma neanche tanto). Insomma, un libro che suggerisco senza alcun dubbio, anche a chi non avesse le ambiziose mire di cui all’inizio di quest’articolo.

“Qualcuno sostiene che le feroci battaglie per gli alimenti che negli ultimi decenni si sono combattute nei tribunali di tutto il Paese, al modo in cui nell’Europa del diciassettesimo secolo si combattevano le guerre di religiose, fossero di natura fondamentalmente <<simbolica>>. La mia opinione invece è che, nel suo porsi come simbolo intorno a cui organizzare altre lagnanze e altre tristezze, spesso la battaglia per gli alimenti finisce per smascherare ciò che di solito veniva oscurato dalle metafore sotto cui gli accordi matrimoniali venivano camuffati dai partner stessi. L’entità del panico e della rabbia suscitati dalla questione degli alimenti, la ferocia mostrata da persone per altri versi civili ed equilibrate, testimonia, credo, del fatto che in tribunale le coppie prendevano coscienza in modo traumatizzante – e umiliante – del ruolo fondamentale che ciascuno di fatto aveva svolto nella vita dell’altro. <<Dunque, a questo siamo arrivati>>, dicono i due avversari furibondi, ma non si tratta che di un ulteriore tentativo di negare il dato di fatto più umiliante di tutti: che in realtà si è sempre trattato di questo.

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