Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

La macchia umana

“È come se nella coscienza, a provocarne il minimo turbamento, non fosse mai stato ammesso neppure quel livello assolutamente elementare di pensiero immaginativo. Un secolo di distruzioni diverso nei suoi eccessi da ogni altro viene a intristire la razza umana: decine di milioni di persone comuni condannate a patire una privazione dopo l’altra, un male dopo l’altro, mezzo mondo, o più di mezzo, sottoposto a patologico sadismo come politica sociale, intere società organizzate e ostacolare dalla paura di violente persecuzioni, la degradazione della vita individuale raggiunta in una misura ignota nella storia, nazioni vinte e ridotte in schiavitù da criminale ideologici che le privano di tutto, intere popolazioni così demoralizzare da essere incapaci di alzarsi dal letto la mattina col minimo desiderio di affrontare la giornata… Tutte le terribili pietre di paragone offerte da questo secolo, ed eccoli levarsi a prendere le armi per una Faunia Farley. Qui in America, o è Faunia Farley o è Monica Lewinsky! Il lusso di queste vite così turbate dai comportamenti inappropriati di Clinton e Silk! Questa, nel 1998, è la depravazione che devono sopportare. Questa, nel 1998, è la loro tortura, il loro tormento e la loro morte spirituale. La fonte della loro più grande disperazione morale, Faunia che mi fa un pompino e io che scopo Faunia.”

(Philip Roth, “La macchia umana”, ed. Einaudi)

Il professor Coleman Silk, settantunenne simpatico, loquace, estroverso, nasconde da oltre cinquant’’anni un segreto, anche alla moglie e ai suoi quattro figli. La sua carriera universitaria è brillante, diventa preside di facoltà, salvo poi subire un improvviso crollo, dovuto non al segreto celato, bensì al perbenismo, all’ipocrisia, alla maldicenza dell’ambiente accademico e non solo. Non gli si perdonano un’assurda accusa di razzismo nei confronti di due studenti neri, fondata su un equivoco lessicale, ma soprattutto la scoperta, peraltro successiva alle dimissioni di Coleman e alla morte della moglie Iris, di un relazione con Faunia, bidella trentaquattrenne dal passato tragico.

Negli Stati Uniti del 1998, che per via del caso Clinton-Lewinsky ha sostituito al terrorismo e al comunismo la paura del “pompinismo” (così sintetizza con efficacia Roth), in un’atmosfera di generale e medievale bigottismo, Coleman Silk paga sulla sua pelle lo scandalo di una relazione extra-coniugale (a moglie morta) con una così grande differenza di età e di ceto sociale. Agli occhi del mondo, pronto a giudicare sulla scorta di meri indizi, Coleman appare come colui che, approfittando di una condizione di debolezza di Faunia, l’ha sedotta grazie alle sue abilità retoriche o chissà quale altra stregoneria. Ai giudici morali ed etici non passa neanche per la testa che tra i due possa esservi una reale e sconvolgente passione, fosse anche solo di natura sessuale. Se poi a viverla è uno accusato già di razzismo, allora sarà facile capire come per Coleman la situazione diventi presto tremenda e non certo semplificata dal violento Lester, l’ex compagno di Faunia, reduce dal Vietnam, sconvolto da tale esperienza e poco incline a risolvere le sue questioni col dialogo.

Roth è sempre il solito, la sua scrittura avvolge, l’alternanza tra tragico e comico, le digressioni tematiche e quelle spazio-temporali, la capacità di fornirci il punto di vista dei diversi personaggi, sono tutti ingredienti che fanno di “La macchia umana” un romanzo tra i più riusciti del romanziere, almeno a parere di chi scrive. Per quanto riguarda i temi, oltre a quanto accennato circa il perbenismo e le maldicenza che distruggono l’esistenza di Coleman, vi è anche quello della maschera, che un po’ tutti indossano, ma che nel caso di Coleman caratterizza l’intera sua vita, avendo egli rinnegato qualcosa per diventare qualcos’altro (ma non anticipo per non rovinare la lettura), e poi ci sono i classici argomenti “rothiani”, cioè il sesso, l’ebraismo, il rapporto tra letteratura e vita.

“Come avrebbe potuto finire (la conclusione che la realtà aveva risolutamente escluso): ecco l’unica cosa alla quale riusciva a pensare. Sbalordito da quanto poco l’aveva dimenticata e da quanto poco lei aveva dimenticato lui, Coleman si allontanò rendendosi conto, come mai prima di allora aveva dovuto fare al di fuori delle lezioni sulla tragedia greca, della facilità con cui la vita può essere una cosa piuttosto che un’altra e dalla casualità con cui si crea un destino… E anche, d’altra parte, di come il fato può sembrare accidentale quando le cose non possono andare a finire che come sono finite. Si allontanò, cioè, senza capire nulla, sapendo di non poter capire nulla, ma con l’illusione che avrebbe metafisicamente capito qualcosa di enorme importanza su questa sua testarda determinazione di diventare quello che voleva essere se… Se almeno queste cose fossero state comprensibili.”

“Chi sono, loro, adesso? Sono la versione più semplice possibile di sé stessi. L’essenza della singolarità. Tutto il dolore si è raggrumato in passione. Forse non rimpiangono nemmeno più che le cose non siano andate diversamente. Si sono trincerati troppo bene nel disgusto per questa situazione. Sono sgusciati da tutto ciò che era stato ammassato su di loro. Non c’è niente nella vita che li tenti come questa intimità, niente nella vita come quest’intimità che mitighi l’odio che hanno per la vita. Chi sono queste persone così drasticamente diverse tra loro, così assurdamente – a settantuno e trentaquattro anni – alleate tra loro? Sono il disastro a cui sono chiamati.”

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