Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

La controvita

“Quando la funzione terminò, tutti uscirono in strada, dove si formarono dei capannelli apparentemente riluttanti a tornare troppo presto alle normali attività di un martedì di ottobre. Ogni tanto qualcuno rideva, non sgangheratamente, per una di quelle barzellette che si raccontano dopo i funerali. A un funerale si può cogliere molto della vita di qualcuno, ma Henry non guardava. Chi aveva notato la sua forte somiglianza con lo scrittore scomparso di tanto in tanto guardava dalla sua parte, ma lui preferiva non rispondere alle occhiaie. Non aveva alcuna voglia di sentire altri commenti del giovane editor sull’eccezionale bravura mostrata da suo fratello in Carnovsky, e lo spaventava la prospettiva di incontrare e parlare con l’editore di Nathan, che doveva essere – immaginava – l’anziano uomo calvo dall’aria molto triste in prima fila di fianco alla bara. Voleva semplicemente scomparire senza dover rivolgere la parola a nessuno, per tornare in seno alla società reale, dove i medici sono ammirati, dove i dentisti sono ammirati, dove, a dire la verità, di uno scrittore come suo fratello non gliene frega niente a nessuno. Ciò che queste persone sembravano non capire era che, quando la maggior parte della gente pensa a uno scrittore, non è per le ragioni indicate dall’editor, ma per tutti i soldi che ha fatto con i diritti sui tascabili. Questa, e non il dono dell’ <<autotrasformazione teatrale>>, era la cosa veramente invidiabile: il premio che ha vinto, con chi scopa e quanti soldi ha fatto <<il grande artista>> nel suo studiolo. Punto. Fine dell’elogio funebre.”

(Philip Roth, “La controvita”, ed. Einaudi)

I temi che caratterizzano “La controvita” sono quelli che gli assidui lettori di Philip Roth conoscono da altri romanzi: l’essere ebreo americano laico e tutte le implicazioni identitarie che ciò comporta; il sesso e la sua potente influenza sulla vita quotidiana; il rapporto contorto tra lo scrittore, i suoi personaggi e l’esistenza “reale”. A tutto ciò, si aggiunge il sogno di fuggire da una qualche realtà per approdare a un’altra, l’idea di un cambiamento radicale che però si porta con sé, inevitabilmente, lacerazioni, sofferenze, perdite irreversibili. Il libro è composto da cinque racconti che sono legati tra loro per temi e personaggi, che potrebbero anche essere letti ciascuno per conto suo, ma che insieme compongono un mosaico articolato e tutt’altro che completo. Tanto per fare un esempio del divertimento con cui Roth si diverte a spiazzarci, basti dire che in un racconto troviamo Nathan Zuckerman, lo scrittore scettico che narra molte delle vicende, alle prese con il discorso da tenere in occasione del funerale di suo fratello Henry, mentre in un altro accade esattamente l’opposto.

Andando un po’ più nel dettaglio, “Basilea” è incentrato sul desiderio di Henry di ritrovare la sua vigoria sessuale, persa per via di cure al cuore. In “Giudea” Nathan parte alla ricerca di Henry, a quanto pare divenuto seguace di un estremista ebreo. “In volo” è la breve storia di uno pseudo-dirottamento di un aereo nel quale Nathan si trova coinvolto suo malgrado. “Gloucestershire” e “Cristianità” ci mostrano Nathan lo scrittore alle prese con un inaspettato desiderio di tranquilla vita coniugale, che però si rivelerà improbabile, anche se non soprattutto per via della sua filippiche sul rapporto tra il suo ebraismo e la cristianità della moglie.

Il tutto, naturalmente, è narrato in maniera sferzane, comica, avvolgente. È raccontato da Philip Roth, insomma.

“Mia Maria, quando morì, Balzac dal letto dove giaceva chiamò i suoi personaggi. Dovremo aspettare quella terribile ora? Inoltre, tu non sei un semplice personaggio, o neanche un personaggio, ma il vero tessuto vivo della mia vita. Capisco il terrore di essere tirannicamente repressa, ma non vedi come questo ha portato a eccessi di immaginazione che sono tuoi e non miei? Immagino che qualcuno possa dire che talvolta io desidero, o pretendo addirittura, che un certo ruolo venga interpretato piuttosto chiaramente, un ruolo che non sempre interessa altre persone abbastanza per volerlo recitare. Posso dire soltanto, in mia difesa, che non sono meno esigente con me stesso. Essere Zuckerman è una lunga recita ed esattamente l’opposto di ciò che si intende con l’espressione essere se stessi. In realtà, quelli che più sembrano essere se stessi a me paiono individui che impersonano ciò che pensano potrebbe loro piacer essere, o credono che dovrebbero essere, o per cui desiderano essere presi da chiunque sia che detta le regole. E fanno talmente sul serio da non accorgersi nemmeno che fare sul serio è appunto la sceneggiata. Per certe persone dotate di autocoscienza, però, questo non è possibile: immaginare di essere se stessi, vivere la propria vita reale, autentica o genuina, ha per loro tutti gli aspetti di un’allucinazione.”

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: