Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Indignazione

“- Reggerai di fronte alle sue grida isteriche, se si dovesse arrivare a tanto? Reggerai di fronte alle sue suppliche disperate? Riuscirai a guardare da un’altra parte mentre una persona sofferente ti implora, implora per qualcosa che vuole da te e che tu non sei disposto a concederle? Sì, a un padre potevi dire: <<Non sono fatti tuoi, lasciami in pace!>>. Ma hai il tipo di forza necessaria per questo? Perché tu hai anche una coscienza. E sono fiera che tu ce l’abbia, ma una coscienza può esserti nemica. Hai coscienza, hai compassione, hai anche dolcezza… allora dimmi, saprai fare le cose che si renderanno necessarie con questa ragazza? Perché la debolezza di un’altra persona può distruggerti tanto quanto la sua forza. Le persone deboli non sono innocue. La loro debolezza può essere la loro forza. Una persona tanto instabile è una minaccia per te, Markie, è una trappola.”

(Philip Roth, “Indignazione”, ed. Einaudi)

Nel 1951, in piena Guerra di Corea, Marcus Messner, ragazzo serio, diligente, studioso e appena iscrittosi all’università di Newark, scappa da quest’ultima per andarsene a studiare a Winesburg, nell’Ohio. Marcus scappa da suo padre, macellaio risoluto che da un po’ di tempo è diventato ossessivo, preoccupato com’è per la sorte del figlio, timoroso che possa darsi all’alcool, al gioco d’azzardo o che possa finire soldato in guerra. Giunto alla soglia della follia, sopportato anche dalla stoica moglie, il macellaio costringe il figlio a cercare altrove una certa libertà. Marcus, però, ben presto si accorgerà che il luogo dove è giunto, l’università di Winesburg, è una gabbia anch’essa, un groviglio di studenti fanatici religiosi, di compagni di stanza grotteschi con i quali non riesce ad instaurare alcun rapporto. A mitigare il tutto sembra pensarci Olivia, che però nasconde un passato tutt’altro che rassicurante.

Fin qui le mie parole, il resto lo fa la solita graffiante, divertente, tragicomica penna di Philip Roth.

“Avevamo dormito nella stesse stanza e studiato insieme – e adesso era morto a ventun anni. Aveva definito Olivia una mignotta – e adesso era morto a ventun anni. Quando sentii del fatale incidente di Elwyn, il mio primo pensiero fu che non mi sarei spostato dalla sua stanza se avessi saputo in anticipo che sarebbe morto. Fino ad allora, le uniche due persone di mia conoscenza che erano morte erano i due cugini più grandi uccisi in guerra. Elwyn era la prima persona morta che avessi odiato. Ora avrei dovuto smettere di odiarlo ed essere in lutto per lui? Avrei dovuto fingere di essere dispiaciuto per il fatto che era morto, e atterrito per il modo in cui era morto? Avrei dovuto fare il viso contrito e andare alla commemorazione funebre nella sede della sua confraternita e presentare le mie condoglianze ai confratelli, molti dei quali mi erano noti come ubriaconi che quando volevano richiamare la mia attenzione alla locanda fischiavano con le dita in bocca e mi si rivolgevano in un modo che suonava sospettosamente simile a <<ehi, ebreo>>? Oppure avrei dovuto cercare di riottenere il mio posto nella stanza di Jenkins Hall prima che venisse assegnata a qualcun altro?”

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